Cosa c'è tra Comunicazione e Relazione?

letto 1445 voltedomanda inserita il 29/05/2015 - 11:05, in Governance Calabria

Tra Comunicazione e Relazione, passando per la Credibilità.

Pare che sui dizionari il termine ‘comunicazione’ nel nostro paese abbia acquisito il senso generale di ‘partecipazione di una notizia’ in tempi relativamente recenti (diciamo nell’ultimo secolo), mentre in Francia, già dal XIV secolo, ci si era avvicinati alla voce presentandola come ‘trasmissione di una qualità, un’energia, un movimento’, quel mettere in comune che la stessa radice latina ‘communis’ suggeriva. Un ‘mettere in comune’ da parte di un soggetto di una sua proprietà, qualità, carica, privilegio, attribuzione, perché divenisse dote anche di altri. Questa dimensione ‘comunitaria’ - caratteristica della comunicazione - non può dunque prescindere dal concetto di relazione (interpersonale) inteso come ‘connessione o corrispondenza’ tra due o più soggetti, una sorta di legame o vincolo tra persone che naturalmente può essere connotato in modo diversificato per qualità e contesti.

Di fronte a questa cruciale interdipendenza tra comunicazione e relazione (non c’è comunicazione senza relazione e non c’è relazione senza comunicazione) emerge tutta la rilevanza delle relazioni interpersonali all’interno dei contesti lavorativi. E’ proprio nella dimensione comunitaria che gli obiettivi possono essere conseguiti con tempismo e successo (o meno) da team di lavoro variamente affiatati e soprattutto intenti ad ottimizzare la cooperazione per il conseguimento della meta condivisa. Da qui il nesso con il tema della leadership, già proposto dalla nostra Laura Messina, attorno al quale si sono raccolti una serie di spunti interessanti che potremmo sintetizzare come una buona capacità di mettersi direttamente in gioco assieme agli altri, facendo costante esercizio di virtù.

 Se c’è un ponte tra comunicazione e relazione nei gruppi di lavoro, mediato efficacemente dalla leadership, mi torna in mente il concetto di ‘credibilità’ come acceleratore e variabile interveniente nei processi di motivazione dei team. Secondo quanto propone il sociologo Guido Gili - che ho avuto il piacere di incontrare durante un seminario alla Salesiana - comunemente la credibilità viene considerata come una qualità morale intrinseca dell’emittente, tanto per citare codici tipici della comunicazione. Probabile retaggio di aristotelica memoria poiché il filosofo greco - parlando di credibilità - delineava nell’onesta, coerenza e affidabilità le qualità della persona credibile. Dagli studi condotti dal professor Gili, la credibilità risulta piuttosto come una ‘relazione’, relazione che si riferisce ad una rete di aspettative sociali per cui si parla di credibilità proiettata e credibilità percepita. Interessante il contributo sulle 3 radici della credibilità: la radice cognitiva (relativa alle competenze); la radice etico-valutativa (relativa ai valori) e la radice affettivo-emotiva (relativa alla percezione di una relazione positiva tra emittente e ricevente/uditorio, definita piuttosto come corrispondenza affettiva o benessere).

Allora potremmo chiederci: a quale radice facciamo più spesso riferimento quando valutiamo la credibilità di una persona, soprattutto all’interno della dimensione professionale?

8 risposte

Laura Messina
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Laura Messina05/06/2015 - 17:01

Ritengo molto interessante la tripartizione proposta da Gili, e riconosco di aver riflettuto non poco prima di stabilire quale delle tre radici mi rappresenti maggiormente.

Fino ad adesso, in effetti, il mio concetto di credibilità era molto vicino all'interpretazione Luhmanniana, secondo la quale è credibile chi resta coerente con l’idea di sé che ha dato agli altri, anche in assenza di una "prova pubblica" a questi altri. In tal senso la fiducia interpersonale diventa l’aspettativa di regolarità e continuità comportamentale delle persone, modulata - certo - anche da aspetti affettivi ed emozionali. 

Stimolata dalla domanda di Simonetta mi sono ritrovata nella scelta, del tutto personale, sostanzialmente contesa tra le prime due radici, quella cognitiva e quella etico-valutativa.

Ho infine scelto la seconda, intendendola come valutazione della credibilità sulla base della condivisione dei valori, delle concezioni di ciò che per me è buono, giusto, desiderabile. 

In effetti, ho riflettuto, tendo a considerare altamente credibili quelle persone che incarnano il modello di vita e di comportamento al quale io stessa aspiro, che condividono i miei stessi valori o sono portatori di quei valori che godono, nelle mie corde, di maggiore considerazione. 

Mi viene da pensare, tuttavia, che ciò potrebbe rappresentare un’arma a doppio taglio, in quanto è facile attribuire credibilità a chi ha un certo status sociale o esercita una qualche forma di potere, accordando una fiducia che invece viene negata a chi è privo di influenza. 

Forse, in un'ottica di complessità, la vita di tutti i giorni dovrebbe arricchirsi delle tre radici della credibilità intrecciate, rafforzandole a vicenda. Solo così, a mio avviso, è possibile configurare la credibilità come una "relazione" tra chi vuole essere credibile e colui che deve credere. 

fausta cirigliano
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fausta cirigliano02/07/2015 - 09:34 (aggiornato 02/07/2015 - 09:34)

Cari tutti,

oltre all'intreccio delle tre radici della credibilità , proposto, un altro elemento da considerare è la trasferibilità della credibilità da persona a persona, da un contesto ad un altro contesto, dal privato al pubblico, La credibilità è sempre collegata al ruolo, a come questo sia idealizzato e percepito positivamente o meno nella società, cioè come possa contare su un'immagine, una rappresentazione mentale consolidata di credibilità, ed anche al modo in cui le singole persone interpretano quel particolare ruolo con la propria personalità, conferendogli forza e spessore.  

Come ampiamente sviluppato dal Prof. Gili,  costanetemente mi chiedo  cosa è la credibilità? chi è credibile? quali sono i fattori su cui si basa la credibilità? 

Proviamo a tracciare una riflessione nei prossimi post

Ciao

Matteo Marcucci
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Matteo Marcucci02/07/2015 - 10:37 (aggiornato 02/07/2015 - 10:37)

Credibilità significa agire in maniera trasparente,motivata e funzionale  a un obiettivo che deve essere chiaro e visibile a tutti coloro che partecipano al processo lavorativo.

Credibilità all'interno di un gruppo è Riconoscere i meriti altrui, Valorizzare i meriti altrui,agire e comunicare coerentemente (fermo restando il gioco delle parti e il diverso peso dei ruoli) con TUTTI i partecipanti a un processo comunicativo-professionale.

TUTTO questo è credibilità.

Matteo Marcucci

Laura  Piccinelli
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Laura Piccinelli02/07/2015 - 18:51

La credibilità non è una qualità oggettiva ma una relazione interpersonale. Nella nostra mente formuliamo giudizi personali sulla credibilità di una persona, sulla sua affidabilità richiamando le nostre esperienze, ricordi, capacità logiche e di giudizio.

Anche se non può prescindere dalle qualità effettive del soggetto, la credibilità è la “quantità “di fiducia che siamo disposti a riconoscere ad una persona nei rapporti di lavoro e nella vita di tutti i giorni: la nostra mancanza di fiducia o il nostro eccesso di fiducia rientrano tra le patologie della credibilità : sono ”i poli estremi di un continuum in cui si inseriscono tante forme e modi di credibilità”.

Le tre radici della credibilità, individuate dal prof. Gili, interagiscono anche se per ognuno di noi hanno delle valenze diverse. Penso che all'interno della dimensione professionale si faccia riferimento alla radice cognitiva della credibilità legata alle competenze professionali e che comunque, questa prevalga sulle altre senza escluderle.

Certo ognuno di noi gioca nella società un ruolo preciso che di per sé ha una credibilità riconosciuta, la credibilità del ruolo che influenza la percezione dell'altro. Accanto a questa, c'è la credibilità nel ruolo che riguarda la personalità del soggetto che lo ricopre.

Tornando al concetto di fiducia, complementare a quello di credibilità, essa può definirsi come l’aspettativa di regolarità e continuità nel comportamento del ruolo dell'emittente, variata da aspetti affettivi ed emozionali.

Il soggetto che vuol essere credibile oltre ad essere sempre se stesso, è aperto verso l'altro, disinteressato, indipendente, comunica spontaneamente e crea con gli altri un piacevole feeling.

Mirella Tallarico
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Mirella Tallarico08/07/2015 - 17:54 (aggiornato 08/07/2015 - 17:54)

Un saluto a tutti i lettori di InnovatoriPA.

Anche io vorrei dare il mio contributo sul rapporto che intercorre tra Comunicazione e Relazione e, come Laura, penso che un ruolo fondamentale sia occupato dalla credibilità e dalla fiducia che si innescano ogni qualvolta scegliamo il nostro interlocutore. Sarebbe infatti incomprensibile che un paziente continui a rivolgersi al proprio medico curante senza nutrire su di esso un pizzico di credibilità sulla diagnosi che lo rimetterà in sesto. Quello appena descritto è un tipico esempio per definire la "circolarità della relazione" all'interno della quale più si riconoscono i ruoli e le condizioni reciproche e più si è in grado di apportare al meglio il proprio contributo in merito a eventuali valutazioni che conquistino credibilità e fiducia.  In fondo è un altro modo per dire che una comunicazione non soltanto trasmette informazione, ma al tempo stesso impone un comportamento partecipe e assertivo. Pertanto se da un lato la comunicazione ha un aspetto informativo di "contenuto" dall'altro la relazione ne conserva quasi sicuramente un altro di "comando".  Al contrario, se le regole che tengono in vita il sistema fanno "corto circuito", la comunicazione si ammala e può essere guarita solo da chi, con un intervento esterno, può modificare le regole del gioco.

chiara cupolillo
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chiara cupolillo09/07/2015 - 20:47 (aggiornato 09/07/2015 - 20:47)

Comunicazione e relazione sono due concetti intersecanti e interagenti tra loro, in quanto l’uno presuppone l’esistenza dell’altro e viceversa. L’uomo, essendo un’animale sociale, ha bisogno di entrare in relazione con l’altro e,  pertanto,  deve comunicare, dando intenzionalità alle sue azioni comunicative. L’uomo avvia una relazione con l’altro ed esiste in quanto è in relazione con l’altro e riesce a comunicare.La relazione si manifesta , dunque,  con la comunicazione e la partecipazione di uno o più persone ad una azione comunicativa che,  contemporaneamente,  è causa e conseguenza di una relazione.Sono le relazioni interpersonali che,  sulla base della comunicazione, generano i comportamenti.La relazione è, infatti, un sistema di comportamenti circolari, cioè azioni e risposte a dei comportamenti.È importante che la relazione si instauri in un clima favorevole per garantire l’efficacia comunicativa e la positività dell’interazione tra persone o gruppi di persone.I problemi di relazione dipendono, quasi sempre, dai problemi di comunicazione.

Secondo me, è fondamentale imparare a comunicare seguendo regole precise ed adeguate ai ruoli che si ricoprono nei vari contesti sociali, per ottenere risultati positivi nella vita di relazione interpersonale e nella società. La vita insieme deve poter basarsi sull’armonia e questa si può costruire grazie alla condivisione di idee e pensieri che guidano il comportamento.Comunicazione e relazione rimandano a concetti quali fiducia, credibilità e reputazione, cardini attorno ai quali è costruita la socialità umana e  pilastri sui quali sorge la nostra cultura.La fiducia, la credibilità e la reputazione sono gli ingredienti fondamentali del vivere del’uomo. Sono pertanto variabili universali inerenti alla natura umana.I dispositivi culturali peculiari per instaurare fiducia, aumentare credibilità o distruggere una reputazione sono diversi fra gruppi e popolazioni umane, ma loro centralità nel funzionamento sociale è indiscussa.Sono variabili relazionali e valoriali, cioè dipendono dal rapporto tra due o più persone e sono generate in base a giudizi di valore su cosa è buono, cattivo, auspicabile o da evitare. Instaurare un clima di fiducia in un ambiente significa strutturarlo in modo che le aspettative di una persona rispetto al comportamento degli altri siano confermate. Ci si fida degli altri se si sa che si può prevedere come si comporteranno in situazioni date.Fiducia quindi è strettamente legata alle aspettative di ciò che faranno gli altri se messi in determinate situazioni. E’ collegata alle istituzioni e al diritto che ogni società utilizza, in quanto vincoli che permettono di stimare quale sarà il comportamento altrui in un dato sistema di norme, consuetudini e punizioni. La fiducia ha quindi una forte base socioculturale.Credibilità deriva da credenza. Anche qui, una persona, un gruppo, una istituzione sono credibili se riescono ad allineare nel corso del tempo diversi esiti fiduciari. Ossia, possiedono un capitale di credibilità costruito nel corso della loro storia. Qui l’enfasi è spesso posta sulla coincidenza fra parole, azioni e esiti dell’attore: una persona che dice A, agisce per B ed ottiene l’effetto C vede inevitabilmente calare il proprio capitale di credibilità spendibile nello spazio pubblico.La reputazione è un giudizio sul valore di una persona, o organizzazione, da parte di chi interagisce con essa da diverse prospettive. Ognuno costruisce la propria storia reputazionale per gli usi più diversi, e la difende nello spazio pubblico contro chi abbia interesse a vederla ridotta. La reputazione è fondamentale perché riesce a far nascere un sentimento di fiducia quasi naturale.Dal punto di vista culturale, ogni società dispone di meccanismi per aumentare (o diminuire) la fiducia, costruire (o demolire) credibilità e far guadagnare (o perdere) reputazione ai propri membri, organizzazioni, istituzioni. Cerimonie, rituali, onorificenze, titoli, riconoscimenti, riti di passaggio, simbolismi, invenzioni e pettegolezzi sono gli ingredienti base di questo sistema antropologico che vede analogie in tutte le società umane. 

 

Simonetta Blasi
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Simonetta Blasi14/07/2015 - 22:36

Leggendo questa tua riflessione e soffermandomi sul concetto di reputazione mi sovviene - nell'ambito della letteratura economica e di management - l'inquadramento che ne fa MacMillan (2004) come 'percezione complessiva' che gli stakeholder hanno del modo di fare impresa nei termini di quelle issues che influenzano la qualità delle loro relazioni di business. Se ne parla molto quindi nei contesti di impresa e più specificatamente nell'ambito delle Relazioni Pubbliche che da tempo hanno messo a punto modelli e sistemi di monitoraggio della reputazione (reputational risk) datosi che da questa dipende la generazione o meno di valore riconosciuta dai diversi portatori di interesse. Del resto le Relazioni Pubbliche sono, appunto, relazioni con i pubblici (interni, esterni, di confine e così via) e la loro definizione, a livello internazionale da parte di Global Alliance for PR and Communication Management, segue quest'ultimo indirizzo dal 2012: “Le relazioni pubbliche sono un processo di comunicazione strategica che costruisce relazioni di vantaggio reciproco tra le organizzazioni e i loro pubblici”. Mentre un’altra definizione a cura degli studiosi Flynn, Gregory e Valin del 2008 recita: “Per relazioni pubbliche si intende la gestione strategica delle relazioni che esistono fra un’organizzazione e i suoi diversi pubblici, attraverso la comunicazione, per raggiungere la comprensione reciproca, gli obiettivi organizzativi e servire l’interesse pubblico”. In entrambi i casi - anche se da questa specifica prospettiva - i fattori chiave legati al consenso passano sempre per una buona comunicazione che poi è sempre figlia di una buona capacità di ascolto.

carlo fotia
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carlo fotia10/07/2015 - 12:01 (aggiornato 10/07/2015 - 12:01)

Comunicazione e relazione sono due concetti fortemente intersecati tra di loro. L’uomo è un animale sociale, ciò significa che non può vivere da solo, sia per necessità, sia per piacere. La vita insieme deve però poter basarsi sull’armonia e questa si può costruire grazie alla condivisione di idee e pensieri che guidino il comportamento. I problemi a carico delle relazioni spesso nascono da una cattiva comunicazione. Anche le relazioni influiscono sul modo in cui comunichiamo, ad esempio i ruoli che incarniamo ci portano ad esprimerci e comportarci in modo consono. In ambito lavorativo una buona comunicazione, non può che ottimizzare i risultati, in termini di tempo, qualità ed efficienza. Inoltre il relazionarsi in maniera serena, in ambiti in cui lo stress è ahimè, elemento "imprescindibile", risulta essere un'ottima soluzione per affrontare la mole di lavoro che quotidianamente ci troviam ad affrontare.Credo che comunicazione e relazione siano dei valori da custodire ed affinare, valori che devon emergere sia in ambito professionale ma soprattutto nelle relazioni interpersonali. Ho notato più volte, vogliatemi scusare per la banalità, che questioni lavorative apparentemente tediose, rappresentatesi all 'interno dell'ufficio o per il tramite di comunicazioni via mail o addirittura telefoniche,  risultassero invece, non solo di facile interpretazione ma anche come un piacevole confronto, in un altro ambito, come ad esempio innanzi ad un buon caffè, nell'area ristoro...Questo per dire che i soggetti che si confrontano devono "voler" comunicare, e creare le condizioni necessarie per relazionarsi al fine di comprendersi e quindi crescere, come individui e come team.