ll morbo di Baumol - Verso nuovi modelli di erogazione dei servizi sociali?

letto 1059 voltepubblicato il 28/03/2015 - 09:57 nel forum Forum generale, in Osservatorio Spending Review

Riprendo in questo forum l'articolo del blog relativo alla "Sindrome di Baumol", che pare stia riscontrando un certo interesse tra i lettori del blog....

Di seguito il testo:

Nel 1966, attraverso il lavoro “Performing Arts – The Economic Dilemma” gli economisti W.J. Baumol e W.G. Bowen evidenziarono un fenomeno da allora noto come la “sindrome di Baumol” [1].

Si tratta di una sindrome che colpisce alcuni settori, in particolare quelli dove maggiore è la componente umana: in questi settori, infatti, per quanta innovazione si voglia introdurre, ben difficilmente sarà possibile stare al passo con altri, come quelli dell’industria di processo o anche manifatturiera, dove la produttività può essere (ed è stata) fortemente accresciuta dall’effetto sostitutivo delle tecnologie rispetto al lavoro umano.

Baumol e Bowen applicarono il loro concetto alle arti e allo spettacolo, perché si tratta di settori che semplicemente non esisterebbero senza la componente “umana”, ovvero gli artisti. In uno spettacolo lirico, infatti, il costo per unità di lavoro cresce inevitabilmente in maniera più rapida rispetto al prezzo medio degli altri beni di consumo; ne consegue che le spese delle istituzioni artistiche aumentano più velocemente del tasso d’inflazione, rendendo progressivamente insostenibili i propri costi, a meno di sussidi da parte del settore pubblico [2].

Ne sa qualcosa il Teatro dell’Opera di Roma, che ha recentemente sfiorato, in un caso che ha destato grande clamore mediatico, il licenziamento collettivo dei 180 membri del coro e dell’orchestra, finiti anch’essi sotto la scure dell’indebitata giunta capitolina, che prevedeva in questa maniera di generare risparmi per 3,4 milioni di euro all’anno[3].

In realtà, come dimostrano i numerosi articoli presentati all’interno di questo osservatorio (cito per ultimo quello relativo alla spending review del Comune di Perugia, che prevede proprio una drammatica sforbiciata per turismo e cultura - ), la ricerca dei tagli, nell’impossibilità concreta di comprimere significativamente la maggiore voce di costo “improduttivo” (secondo la legge di Baumol), ovvero spese del personale, rischia di tradursi in un mero accanimento rispetto alle voci di bilancio più aggredibili, rischiando di pregiudicare la ragione d’essere dei servizi stessi. In altre parole si rischia di rimanere con gli artisti, ma senza gli strumenti per suonare..

In questo contesto, più che immaginare una semplice cessione di attività ai privati, da più parti sorge l’invito a ripensare e riprogettare le logiche di funzionamento di molti servizi, a cominciare da quelli di maggiore utilità sociale, che sono stati tra quelli più colpiti dai tagli (meno 90% nella spesa pubblica statale in campo sociale tra il 2008 e il 2012, cui si aggiunge la costante riduzione dei trasferimenti statali a regioni ed enti locali). Ne è una riprova anche il recente articolo di Donatella Imparato in questa stessa community sul tema della “sharing economy” (...).

Per questa ragione vorremmo ospitare, in questo forum, più che vicende di tagli alla spesa, testimonianze di sperimentazione di nuovi modelli in servizi quali la cultura, l’assistenza agli anziani, i trasporti pubblici, etc.

Per cominciare, propongo un link a questa storia, che nasce dal network dei c.d. “territori collaborativi” (promossi tra l’altro in Italia da Forum PA.). Si tratta di un servizio volontario tra persone dai capelli bianchi che hanno introdotto, in Belgio, un nuovo servizio di trasporto sociale “su chiamata” che coinvolge al momento 30.000 persone. Un’idea semplice, ma per questo rivoluzionaria…anche questa è spending review….

...

 

[1] W.J. Baumol, H. Bowen, Performings Arts: the Economic Dilemma, 1996, New York, MIT Press

[2] G. Brosio e W. Santagata, Rapporto sull’economia delle arti e dello spettacolo, Fondazione Agnelli, Torino, 1992

[3] ...

1 commento

Claudia Leone

Claudia Leone29/03/2015 - 20:11 (aggiornato 29/03/2015 - 20:11)

Dando uno sguardo alle numerosissime esperienze presenti sul sito web del Laboratorio per la Sussidiarietà, tra le più recenti mi ha colpito quella del Comune di Verrua Savoia, in provincia di Torino, segnalato il 14 febbraio scorso da Dariush Rahiminia, che sta diventando il primo Comune italiano in cui gli stessi cittadini saranno i gestori di rete del loro territorio attraverso il Progetto “Senza fili, senza confini”.

Il Progetto è guidato dal Prof. Daniele Trinchero, con i ricercatori dei laboratori iXem del Politecnico di Torino e con i cittadini attivi di Verrua Savoia, che hanno costituito un’ che si è registrata come operatore di comunicazione non a scopo di lucro, che oggi distribuisce banda larga a 15 Mb/s bidirezionali a tutti i soci. Si tratta, sostanzialmente, di un grande gruppo di acquisto solidale. La banda è acquistata a monte, dove costa poco, trasportata sul territorio e lì distribuita con impianti Wi-Fi autogestiti. L’obiettivo: portare Internet e la banda larga attraverso tecnologie wi-fi là dove gli operatori tradizionali non hanno interesse ad intervenire. Insomma, “Senza Fili Senza Confini” lavora per annullare il divario digitale, o digital divide, nelle sue tre forme: infrastrutturale, economica, culturale (generazionale), favorendo il mantenimento del territorio rurale, il ripopolamento e la lotta all’emigrazione dei giovani. Dopo una sperimentazione condotta dal 1 agosto 2010 al 31 dicembre 2014, "Senza Fili Senza Confini" è attiva dal 1 gennaio 2015.

In pochissimo tempo si è potuto registrare un’effettiva connettività a banda larga a 15 Mb/s bidirezionali per tutti gli abitanti, che hanno portato a una inversione dello spopolamento giovanile, all’aumento dell’attività sociale e associazionistica in paese e alla nascita di corsi di alfabetizzazione digitale per gli anziani condotti dai soci un po’ meno anziani.