"Spending review è sinonimo di tagli?"

letto 2454 voltepubblicato il 10/05/2015 - 18:13 nel forum Forum generale, in Osservatorio Spending Review

La domanda è ovviamente retorica: come è noto, ma come viene altrettanto spesso dimenticato, “spending review” non è sinonimo di tagli, ma – letteralmente – di “revisione della spesa”, affinché questa determini, coerentemente con le motivazioni per la quale esiste – benefici migliori e più diffusi per coloro che (cittadini e imprese), attraverso il prelievo fiscale, contribuiscono ad alimentarla.

Il concetto è semplice ma, appunto, si tende a dimenticarlo nella frenesia di rincorrere i continui tagli di bilancio imposti dalle contingenze e decisionali nazionali. Da ultima la recente e discussa decisione della Consulta che ha bocciato la norma della Legge Fornero che, per il 2012 e 2013, stabiliva che i trattamenti pensionistici di importo superiore a tre volte il minimo Inps fossero soggetti al blocco della perequazione. Una decisione che ha scatenato i calcoli degli uffici studi intenti a calcolare quanto sarà il fardello del prossimo taglio alla spesa.

In realtà, se si fosse speso bene in passato forse non ci troveremmo in questa situazione, dunque il tema del miglioramento della qualità della spesa resta probabilmente prioritario rispetto alla mera conta dei “tagli”. Questo riguarda naturalmente sia le spese correnti che quelle d’investimento. A questo proposito un aspetto cruciale riguarda i processi decisionali che conducono a privilegiare determinate scelte rispetto ad altre. In un contesto nel quale gli investimenti pubblici continuano a calere per effetto dei suddetti tagli, non è certo questione di poco conto.

E’ interessante, dunque, richiamare l’esperienza della Gran Bretagna, il cui Department for Local Communities ha pubblicato nel 2009 (emendando un precedente lavoro del 2000), un manuale frutto della collaborazione con il Decision Capability Group della London School of Economics (LSE). Il manuale suggerisce, per la scelta degli investimenti da parte delle comunità locali, l’attuazione di un processo decisionale di tipo “socio-tecnico” (conferenza decisionale + analisi multicriteria), che consenta di integrare i punti di vista dei differenti stakeholder senza tuttavia penalizzare, in un gioco al ribasso, la qualità degli interventi prescelti. Soprattutto, l’attuazione del modello, già testato in numerose e rilevanti decisioni in diverse nazioni oltre la Gran Bretagna, consente di evitare la “scappatoia” della scelta dei grandi progetti che, come dimostrano noti e tristi vicende nostrane, sono quasi sempre ben lungi dal rappresentare una soluzione “ottimizzante”.

L’invito è, dunque, a postare importanti esempi di revisione della spesa che non siano meri tagli di bilancio, ma significative riallocazioni degli investimenti pubblici. Nel frattempo, per chi fosse interessato a conoscere un po’ meglio il manuale della LSE, ecco il link per scaricarlo:

 

 

 

12 commenti

Rita Pastore

Rita Pastore29/01/2016 - 11:40

Segnalo che è stato presentato pochi giorni fa uno studio davvero interessante condotto dagli economisti Dimitri Lorenzano ed Ernesto Reitano, che lavorano nella sezione della Direzione Generale Affari Economici della Commissione Europea, sul caso italiano. L’indicazione più importante è che "il processo di spending review “sta progredendo anche se a un ritmo irregolare”. Alcune misure di riduzione della spesa pubblica sono state recentemente attuate in linea con le priorità indicato dal Rapporto Cottarelli, però i risparmi di spesa “tendono a essere sistematicamente ridotti o a non essere raggiunti”.

Ricordiamo che nell'autunno 2014, l’ex Commissario alla Spending Review Carlo Cottarelli aveva proposto un piano di risparmi pari a 0,4% del PIL nel 2014, all'1% nel 2015, al 2% nel 2016 imperniato su alcune grandi direttrici:

centralizzazione degli acquisti,
digitalizzazione della pubblica amministrazione e il suo snellimento,
riduzione delle imprese controllate dallo Stato con particolare riferimento al livello locale,
sostegno mirato alle imprese,
razionalizzazione di certi servizi pubblici,
de-indicizzazione delle pensioni.

Tutto questo masterplan ha perso vigore in itinere, ed è stato ridotto a risparmi pari allo 0,5% del Pil nel 2015 e allo 0,3% nel 2016 mentre, sottolineano i due economisti che, "un intervento complessivo sulle esenzioni e deduzioni fiscali e sulle imprese pubbliche locali è tuttora in sospeso". Comunque, osservano, tutti i ministri sono stati coinvolti per il secondo anno consecutivo nell’individuazione delle aree in cui possono essere attuati notevoli risparmi di spesa senza ricorrere ai tagli lineari, come quelli praticati negli anni 2008-2011. Pertanto, sostengono che la riforma delle procedure di bilancio a livello centrale “puo' rendere il legame tra finanziamento pubblico e priorità delle amministrazioni più trasparente”.

Lo studio elaborato dalla DG Affari Economici, comunque, enuncia anche fatti positivi, come il risparmio di circa 4 miliardi per le Regioni, soprattutto settore sanitario per il quale si aspetta un decreto legge che specifichi le categorie di prodotti coperti dagli acquisti centralizzati (e le soglie di spesa oltre le quali le amministrazioni centrali e locali devono ricorrere agli acquisti centralizzati). Infine, anche la riduzione del ricorso agli acquisti decentrati da parte degli enti locali, l'aggiornamento delle piattaforme elettroniche per le passività verso i fornitori di beni e servizi, sono tutti elementi di un processo che va nella direzione di “rafforzare l'efficienza del settore pubblico".

Vi allego un articolo interessante che ne parla.

Carlo Pastore

Carlo Pastore29/01/2016 - 10:57 (aggiornato 29/01/2016 - 10:57)

Salve, dalla lettura di questo articolo di Gianni Trovati scritto qualche mese fa, la risposta alla domanda di Roberto è "Sì!".

In effetti le vecchie spending hanno finito per penalizzare soprattuto quegli enti locali che offrivano più servizi ai cittadini, poichè si sono visti ridurre i fondi, nell'ultimo quinquennio, dell'85% e anche oltre.

Buona lettura!

Roberto Formato

Roberto Formato29/05/2015 - 08:28

Grazie Maria per l'interessante contributo.

Il settore dei trasporti è sicuramente uno dei più importanti e, al contempo, complessi settori sui quali intervenire. E’ difatti chiaramente assai rischioso considerare il settore a sé stante, poiché il settore dei trasporti è a servizio:

  • Dell’economia
  • Della società
  • Dell’ambiente

E’ superfluo qui soffermarci sul ruolo che le reti di trasporto hanno avuto e continuano ad avere nello sviluppo economico, così come sulla crescita sociale ed addirittura ai fini della reciproca comprensione, grazie ad esempio agli scambi connessi al turismo. Volevo dunque soffermarmi sull’impatto ambientale.

Vale la pena ricordare che il nostro paese (8 marzo 2013, Cipe) ha approvato il Piano nazionale per la riduzione dei gas ad effetto serra al 2020. Obiettivo del Piano è assecondare gli obiettivi europei in termini di riduzione delle emissioni al 2020. Tale Piano aggiorna precedenti (delibera Cipe n. 123/2002 e successiva delibera n. 135/2007), con lo scopo di porre in essere, attraverso una serie di misure mirate da porre in essere da parte dei vari Ministeri, azioni coordinate per rispettare gli impegni UE sulla riduzione delle emissioni del 25% rispetto ai livelli del 1990, e del 40% nel 2030, ai sensi della decisione 406/2009/Ce.

Ora, il settore dei trasporti è notoriamente, insieme con quello industriale e il settore delle abitazioni, il maggiore responsabile sul piano delle emissioni, tanto che uno dei cinque grande obiettivi della strategia “Europa 2020” comprende proprio la sostanziale riduzione delle emissioni di gas serra. Anzi, ben 4 degli 11 obiettivi tematici della strategia europea, successivamente calati negli strumenti di programmazione degli investimenti europei a livello nazionale, riguardano il concetto di “sostenibilità”, ovvero:

Obiettivo 4: Transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio

Obiettivo 5: Adattamento ai cambiamenti climatici e prevenzione e gestione dei rischi

Obiettivo 6: Tutela dell’ambiente ed efficienza delle risorse

Obiettivo 7: Trasporto sostenibile e rimozione strozzature nelle principali infrastrutture di rete

In sostanza, considerare il settore dei trasporti in sé, quale semplice oggetto di possibili tagli, ci appare una scelta piuttosto azzardata, se non considerata alla luce degli impatti che questa comporta sullo sviluppo più complessivo del contesto economico, sociale e ambientale in cui i trasporti sono inseriti.

 

 

Maria Fiore

Maria Fiore27/05/2015 - 16:12 (aggiornato 27/05/2015 - 16:12)

Il trasporto pubblico locale è uno dei settori in cui sono più evidenti le esigenze di investimento e di ammodernamento, da un lato, di introduzione di criteri di efficienza, efficacia, qualità ed economicità del servizio e di revisione delle tariffe dall’altro. Ciò, soprattutto in periodo di crisi, anche in funzione della sua valenza sociale e territoriale.

Nei dossier di Cottarelli pubblicati da circa due mesi, per quanto attiene il trasporto pubblico locale si suggerisce una revisione delle tariffe, misure contro l'evasione dei biglietti e l'introduzione dei costi standard come base di gara per gli affidamenti del servizio pubblico. Da tali misure si stima un risparmio di 350 milioni. L'analisi parte dal fatto che i costi operativi per chilometro del settore in Italia (3,3 euro) sono in linea con la Francia, e un po' sopra la Germania (2,8 euro). Ma i ricavi sono bassi: 1,4 euro contro gli 1,6 francesi e i 2,4 tedeschi.

Anche nelle intenzioni dell’attuale commissario alla spending review Yoram Gutgeld, supportato dal consigliere di Palazzo Chigi Roberto Perotti, i due dossier relativi ai tagli alle Ferrovie e al trasporto pubblico locale, cioè alle società degli autobus o delle metropolitane, si presentano caldissimi. Su entrambi i fronti si ritengono possibili tagli per 500 milioni da subito. Per le Fs, la spending review partirà subito con un confronto fra il costo dell'alta velocità in Francia con quello molto più alto in Italia. Ma togliere mezzo miliardo a Ferrovie dello Stato, proprio mentre lo stesso governo chiede all'azienda di prepararsi alla privatizzazione, non sarà facile. Molto dipenderà dal neo-ministro dei Trasporti Graziano Delrio, e lo stesso vale per il trasporto pubblico locale*.

In materia, la Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, nella riunione del 7 maggio, ha adottato il documento conclusivo del Convegno Nazionale “Trasporto pubblico locale: nuove prospettive, nuove strategie” (tenutosi a Napoli, il 30 e 31 marzo 2015). Il documento è stato presentato al governo come proposta ed è consultabile dal sito (sezione "Conferenze").

In esso si sottolinea, tra l’altro, “come nei due giorni di dibattito sono emerse tutte le difficoltà di un percorso, delineato a partire dal 2010, nel quale il Trasporto Pubblico Locale che è stato visto più come uno dei tanti ambiti su cui tagliare le risorse finanziarie pubbliche piuttosto che uno di quegli ambiti su cui puntare per far superare la crisi all’Italia e aiutarla nella sua crescita.”… come “una politica di tagli e spinte verso un percorso di ri-centralizzazione, finalizzato più al risparmio che alla reale esigenza di miglioramento del Trasporto Pubblico Locale, ha mostrato tutto il suo limite, anche rispetto agli obiettivi che tale politica si prefiggeva: il risparmio e la crescita/innovazione a costo zero. Questa politica è fallimentare da tanti punti di vista, il principale è che questa è una politica che aumenta i costi degli interventi pubblici nel loro insieme. Pensiamo, ad esempio, ai costi sociali in termini di ammortizzatori e di mancata crescita del PIL derivante da fallimenti e chiusure in vari ambiti del trasporto, primo fra tutti quello dell’industria produttrice del materiale rotabile e delle infrastrutture. O, ancora, al contrasto all’evasione tariffaria per mancanza di norme chiare e condivise sul territorio ma anche di reali interventi di innovazione nel Settore. E ancora, ai costi in termini ambientali, a seguito della vetustà media del materiale rotabile e, di conseguenza, in termini di salute dei cittadini. La riduzione spesso indiscriminata dei servizi per l’impossibilità di disporre dei corrispettivi adeguati rispetto a costi di produzione che sono comunque cresciuti negli anni.”

“Vi è la necessità di una effettiva azione comune tra Stato, Regioni, Pubbliche Amministrazioni locali, Autorità indipendenti, e gli altri soggetti coinvolti, per la messa a gara dei servizi di Trasporto Pubblico Locale, proprio in funzione dei due obiettivi principali che le gare consentono di raggiungere e che sono la concreta possibilità di determinare le condizioni qualitative del servizio che si intende offrire unitamente al governo delle condizioni contrattuali e il positivo effetto sulla spesa, con ciò avviando, concretamente, il processo di trasformazione e ammodernamento del Settore molte volte annunciato. Per la messa a gara del Trasporto Pubblico Locale secondo criteri di economie di scala sono necessarie le seguenti condizioni: regole certe, senza le quali prevale un contesto di potenziale, costante contenzioso; la certezza delle risorse e la loro adeguatezza, il che include: la qualità e l’universalità del servizio, rinnovi dei materiali rotabili e delle infrastrutture, innovazione tecnologica, anche ai fini della riduzione dell’evasione tariffaria e della misura efficace del trasporto; la garanzia e la protezione del lavoro nel Comparto, non solo rispetto ai servizi ma anche all’indotto.

Come è emerso nell’ambito del Convegno, le Regioni sono pronte a fare la loro parte nell’ottica della liberalizzazione, come testimoniano le varie esperienze di gare su gomma, ferro, acqua recentemente bandite in Campania, Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia, Toscana nonché altre in fase di definizione. Questa determinazione delle Regioni si scontra, però, con l’assenza di alcune scelte del governo che sintetizzate in premessa ora saranno più puntualmente evidenziate.”

Per quanto concerne i costi standard e loro determinazione nel documento si sottolinea che tale concetto è in via di definizione “a seguito del lavoro che sta realizzando il Tavolo Tecnico in Conferenza Unificata. Esiste però una mancanza di chiarezza su due aspetti che questa determinazione comporta: l’ambiguità tra il concetto di costo standard introdotto dal D.Lgs. 422/97 e quello di costo standard introdotto con i Commi 84 e 85 della Legge di Stabilità 2014. Il primo è finalizzato alla determinazione dei costi da mettere a base d’asta nelle procedure a evidenza pubblica per l’acquisto dei servizi di TPL; il secondo concetto è introdotto dai citati Commi 84 e 85, il primo dei quali obbliga alla determinazione di costi standard sulla base di una serie di indicatori e di alcune prescrizioni, mentre il secondo al fine di garantire una più equa ed efficiente distribuzione delle risorse, impone l’uso degli stessi per ripartire una quota gradualmente crescente delle risorse statali per il trasporto pubblico locale. Quindi, nel secondo caso, siamo in presenza di un costo standard finalizzato al riparto del FNT.

In relazione alla seconda interpretazione del concetto di costo standard si evidenza non solo la necessità che esso sia utilizzato ai fini del riparto solo dopo una attenta verifica degli effetti sul Sistema, ma anche un ulteriore motivo di revisione dell’Art. 16-bis in quanto appare evidentemente insostenibile la coesistenza di uno strumento “standard” per il riparto delle risorse statali tra le Regioni e regole di penalità per il mancato efficientamento del Sistema.”

Si segnala, infine, il tenutosi a Napoli il 30 e 31 marzo u.s. organizzato della Regione Campania quale “momento di confronto teso a far conoscere come le Regioni e le Province autonome stiano attuando il processo di rinnovamento del trasporto pubblico locale in Italia, affrontando le criticità dovute ai significativi tagli apportati, nel corso degli ultimi anni, alle risorse finanziarie destinate alla mobilità”. Tra le presentazioni, si segnala quella relativa alla Regione Veneto sull'applicazione dei costi standard riportata in allegato.

 

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Claudia Leone

Claudia Leone17/05/2015 - 18:32

Sulla tematica vorrei segnalare un del 12 maggio scorso su telemedicina e social health che, partendo da eventi catastrofici quali uragani e tornado, a seguito dei quali negli Stati Uniti si è iniziato a puntare sulla telemedicina e sula digitalizzazione della sanità, arriva a parlare anche della situazione del sistema sanitario italiano, caratterizzato, tra le altre cose, da problemi permanenti di sostenibilità economica e qualità delle cure, da una popolazione sempre più anziana, da spending review periodiche e da una grandissima disomogeneità territoriale nell’accesso ai servizi. Nel nostro caso, come prosegue l’articolo, non si tratta certo di un uragano, bensì di una lenta erosione quotidiana. E proprio questi problemi, queste carenze, queste difficoltà, potrebbero essere uno stimolo per l’innovazione. Sebbene manchi un polo d’attrazione che in tal senso spinga verso la social health come nuovo paradigma, ci sono comunque diverse esperienze locali innovative. A questo punto troviamo un link che rimanda ad un altro del 5 maggio scorso, intitolato “Sanità 2.0, Italia divisa in due: Nord promosso in telemedicina, Sud bocciato”, nel quale si fa riferimento ad un convegno tenutosi a Roma nella medesima giornata, che ha visto anche l’illustrazione della Mappa dei servizi di telemedicina realizzata dal Movimento Difesa del Cittadino (MDC) in collaborazione con le Asl territoriali. La Mappa rivelerebbe che il nord Italia è tendenzialmente più all’avanguardia nell’adozione di nuovi strumenti e servizi online e che rispetto al sud vanta maggiori esperienze e progetti validi di telemedicina:

“Strutture altamente specializzate sono state individuate soprattutto in regioni del nord come l’Emilia Romagna il Veneto e il Trentino Alto Adige, mentre una situazione mediocre si registra al centro, con siti web poco aggiornati e pochi servizi online. Insufficiente invece l’adozione di strumenti di telemedicina al sud, che vede ultime Molise e Basilicata, dove la maggior parte delle Asl non ha neanche un sito web di riferimento e dove l’unica eccezione è rappresentata dalla Puglia che, attraverso siti e piattaforme web, offre servizi altamente informatizzati…

…Secondo gli esperti intervenuti al convegno, le nuove tecnologie al servizio della salute potrebbero non solo ottimizzare e semplificare il lavoro di medici e operatori sanitari, ma offrire maggiori garanzie sulla qualità del servizio ai pazienti, un migliore monitoraggio delle patologie e un notevole risparmio in termini di mobilità e prestazioni…

…  E’ ancora molta la strada che l’Italia deve fare per offrire adeguati servizi di telemedicina ai cittadini, non mancano tuttavia iniziative, progetti e sperimentazioni che costituiscono delle vere e proprie best practices nel nostro Paese e che andrebbero sostenute ed estese a livello nazionale. Proprio l’innovazione e l’impatto sociale sono stati oggetto del Premio “E-Health – Salute&Innovazione 2015” che, a fine convegno, ha valorizzato le eccellenze italiane nell’adozione di strumenti di salute online. La Giuria ha infatti selezionato, tra i candidati al premio, le tre strutture del Centro Cardiologico Monzino, della Sis Consulting eTelecardiologia Alto Friuli, che si annoverano così tra le best practices di questa prima edizione.”

Guardando al Mezzogiorno, però, volevo ricordare una da Rita Pastore diversi mesi fa, quella dell’Asl di Caserta proprio in tema di telemedicina. La rete dei servizi nei nove presidi casertani dell’Asl è riuscita a creare un vero e proprio “laboratorio unico logico” il cui obiettivo è razionalizzare l’esecuzione degli esami permettendo ai medici di recuperare quelli sostenuti in precedenza da ogni paziente ovunque siano stati rilevati nei laboratori dell’Asl di Caserta. L’Azienda ha inoltre attivato un collegamento con l’Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico “Neuromed” di Pozzilli, in provincia di Isernia, per i consulti neurochirurgici, attraverso la trasmissione di immagini diagnostiche, con conseguente riduzione dei trasferimenti dei pazienti.

Gli investimenti nell’innovazione e nelle nuove tecnologie vanno di pari passo con la spending review, intesa quale revisione della spesa e non “sinonimo di tagli”, infatti, come ricordava anche Rita, attraverso la digitalizzazione della sanità si potrebbero risparmiare a livello centrale fino a 14 miliardi di euro, senza costi aggiuntivi a carico della finanza pubblica. 

Claudia Leone

Claudia Leone22/05/2015 - 13:13

Il 21 maggio scorso si è tenuto presso il centro di ricerca creato da Microsoft in collaborazione con l’Istituto Superiore Mario Boella di Torino l’evento intitolato “Cloud in Sanità: da strumento per aumentare l’efficienza ad abilitatore di nuovi modelli operativi” con l’obiettivo di promuovere l’innovazione tecnologica sul territorio piemontese e di sostenere la ricerca applicata per dar vita a progetti IT replicabili in tutto il Paese. Si è trattato di un importante momento di formazione sul binomio strategico innovazione e sanità realizzato dal Microsoft Innovation Center (MIC) insieme al Partner SoftJamper le realtà sanitarie del Piemonte.

L’innovazione tecnologica rappresenta infatti una risorsa per affrontare le sfide della Sanità italiana in uno scenario in cui la crescente necessità di servizi si scontra con la mancanza di risorse e i tagli della Spending Review. Così, è stato dato spazio alla condivisione di esperienze attraverso una roundtable di aziende ospedaliere e strutture sanitarie (tra cui l’Azienda Ospedaliera Mellino Mellini di Chiari (BS)), che puntando su progetti IT sono riuscite a recuperare efficienza e a migliorare i servizi resi al cittadino. Il Cloud Computing rappresenta in particolare uno strumento strategico per dotarsi di tecnologia avanzata in modo semplice e con tempi e costi accessibili, potendo così abilitare nuovi modelli operativi e ottimizzare i processi aziendali.

“Siamo entusiasti di ospitare questo appuntamento presso il Microsoft Innovation Center di Torino perché crediamo sia importante offrire formazione e condividere best practice per aiutare le realtà del territorio a cogliere le opportunità offerte dai nuovi trend tecnologici. Fondamentale l’innovazione in Sanità per affrontare la sfida dell’efficienza e offrire un servizio in grado di migliorare realmente la qualità della vita dei cittadini nel rispetto della sicurezza e della privacy. In uno scenario in cui il progressivo invecchiamento della popolazione e le malattie croniche impatteranno sulla spesa sanitaria, che si stima raggiungerà nel 2050 oltre l’11% del PIL, puntare sull’eHealth è strategico per controllare i costi e ottimizzare le cure e il Cloud Computing rappresenta uno strumento democratico d’innovazione in questa logica” – ha dichiarato Carlo Mauceli, National Digital Officer di Microsoft Italia.

“Il Cloud sta svolgendo un ruolo fondamentale per il mondo della Sanità in Italia, risponde alle esigenze di contenimento dei costi e porta le organizzazioni a beneficiare di tecnologie eccellenti con efficacia e sicurezza.  L’IT non è più un reparto rigido e scollegato dai processi aziendali. Grazie alle soluzioni Cloud di Microsoft, l’IT diventa concretamente abilitatore e facilitatore per il raggiungimento di obiettivi aziendali, in questo caso il benessere dei pazienti” – afferma Andrea Pescino, Amministratore Delegato di Softjam spa. “In un periodo di forti contingentamenti finanziari specie in sanità, il ricorso al cloud consente di affrancarsi da una serie di problematiche che vanno dalla gestione delle risorse strumentali a quella del mantenimento di personale tecnico opportunamente qualificato, dedicandosi con maggior efficacia alle implementazioni di nuove soluzioni orientate a un maggior efficientamento dei processi sanitari supportati da un sistema informatico sempre adeguato ai bisogni degli utenti sanitari”.

Fonte: 

Roberto Formato

Roberto Formato17/05/2015 - 21:09

Cara Claudia,

con riferimento alla tua interessante disamina, volevo qui rilanciare i risultati del Rapporto pubblicato nel 2014 dalla Commissione Europea su medici di medicina generale e sanità elettronica, svolto in 31 Paesi (Eu-27 più Croazia, Islanda, Norvegia e Turchia). Si trattava di un sondaggio svolto su un campione di 9.116 medici di base, tra cui 416 italiani, che rivelala, come spiegato anche da quotidianosanità.it () che i medici di famiglia più informatizzati si troverebbero in Danimarca, Spagna e Norvegia, mentre l’Italia si piazza al 9° posto.

Il Rapporto faceva riferimento a quattro indicatori per comprendere lo stato di avanzamento dei medici di famiglia nell’uso della medicina elettronica: uso della cartella clinica elettronica, condivisione delle informazioni di salute dei pazienti, telemedicina e fascicolo personale del paziente.

Cartella clinica elettronica. A livello europeo, solo il 30% degli intervistati affermava che le informazioni contenute nella cartella clinica erano registrate totalmente in forma elettronica. Paesi Bassi, Danimarca e Regno Unito erano i Paesi dove si registrava il maggiore utilizzo delle funzionalità della cartella elettronica, con l’Italia al quinto posto.

Condivisione di dati e informazioni. La ricezione dei risultati dei test di laboratorio e la certificazione di assenza per malattia erano le due funzionalità più comunemente utilizzate per quanto riguarda lo scambio di informazioni in modalità elettronica da parte dei medici di famiglia (rispettivamente 64% e 47%). Le altre possibilità, tuttavia, risultavano ancora poco utilizzate. Solo l’8% degli intervistati scambiava normalmente informazioni e dati sui pazienti con gli specialisti e le strutture di altri Paesi e solo il 14% interagiva con i pazienti tramite mail per questioni riguardanti la salute. I più avanzati erano i danesi e gli estoni. Gli italiani si piazzavano al 9° posto.

Telemedicina. Meno del 10% dei medici intervistati monitorava la salute dei loro pazienti in remoto. Questo anche a causa della bassa disponibilità delle tecnologie (solo il 3% del campione aveva la possibilità tecnica di accedere alla telemedicina). Leader erano gli ungheresi e i finlandesi, con l’Italia in nona posizione.

Fascicolo personale del paziente. Risultava poco utilizzato dai pazienti che, solo nel 25% dei casi richiederebbe prescrizioni o appuntamenti online. Ai primi posti i pazienti danesi e norvegesi. Italiani nelle posizioni basse della classifica (17° posto).

Vista la posizione di leadership può essere assai interessante dare uno sguardo alla strategia messa in campo dalla Danimarca. Quello che emerge, già dalle prime pagine del documento strategico, non è per nulla la volontà di ridurre i costi della sanità, che rappresenta – se vogliamo – una ricaduta positiva e benvenuta, quanto la consapevolezza che la sanità elettronica determina una forte valorizzazione del ruolo proattivo del paziente (“empowerment”) ed una maggiore personalizzazione delle cure con risultati benefici sulla salute. Un risultato non scontato tuttavia, che – a nostro parere – richiede non solo il ricorso all’innovazione tecnologica, ma anche una profonda modifica dell’approccio “culturale” tra medico e paziente, che nel nostro paese parrebbe tuttora caratterizzato da una forte subalternità, piuttosto che dal rapporto collaborativo che l’approccio danese presuppone.

Maria Fiore

Maria Fiore13/05/2015 - 13:06 (aggiornato 13/05/2015 - 13:06)

Caro Roberto,

credo che inizino ad apparire sempre più evidenti l’importanza e le difficoltà connesse alla razionalizzazione/revisione della spesa pubblica non solo attraverso tagli ma anche e soprattutto mediante la ricerca di una maggiore efficienza e la riduzione degli sprechi.

In un contesto, come quello italiano, reso più difficile dal fatto che la nostra spending review è partita da poco, per rispondere ad esigenze che spesso richiedono risposte più o meno immediate. Ma non ha ancora un suo ruolo stabile e non avviene ancora attraverso la ricerca del consenso. Come avviene invece in altri Paesi come la Gran Bretagna, dove la spending review è ormai istituzionalizzata seguendo un percorso che parte dagli anni ’90.

Segnalo, anche se non proprio recente, lo studio del Servizio Bilancio del Senato del febbraio 2012 in cui, tra l’altro, si suddividono i modelli di spending review in base alle loro caratteristiche funzionali (ovvero basate sul concetto di efficienza) o strategiche (in grado cioè di identificare anche le aree di intervento prioritarie per l'esecutivo, portando ad una riallocazione di risorse tra programmi e/o ad un ridimensionamento della spesa pubblica aggregata).

In tal senso, interessanti spunti di discussione sulla spending review (e non solo) si rinvengono nella puntata di ieri di e nelle discussioni con l’economista Veronica de Romanis e con glia altri ospiti:

"Quando si fa la spending review si cerca il consenso. Invece dobbiamo fare come in Inghilterra: Cameron ha avuto il coraggio di dire ci aspettano anni di sacrifici, ha ridotto l'occupazione nel settore pubblico - - 450.000 - e l'ha creata nel settore privato - + 1.800.000 -. Ora continua a ridurre gli sprechi ma una volta che il disavanzo torna in equilibrio può pensare di ridare dove serve, ad esempio, di aumentare la no tax area”.

Ancora: “La disoccupazione giovanile a marzo cresce – 43,1% -. Il governo su formazione a scuola investe 100 milioni di euro, mentre la Germania 2 miliardi. Una risposta al problema potrebbe venire dal sistema duale che funziona molto bene nel Nord Europa, in Germania ed in Austria, e che prevede l’alternanza della formazione in aula ai giorni di lavoro in azienda e che produce spesso occupazione giovanile perché normalmente le imprese che investono in formazione poi assumono. In Germania la disoccupazione giovanile è al 7%".

Altro noto punto debole emerso è il tema della bassa spesa pubblica nazionale e la difficoltà del credito per l’innovazione (la prima si ferma in media al 3% contro il 6% della media comunitaria). E, come tutti sostengono, l’innovazione e la ricerca sono un volano dello sviluppo e dell’efficienza.

Vedi in proposito anche gli spunti emersi nell’intervista a Stefano Rodotà nella contemporanea puntata , nella parte conclusiva della trasmissione, nell’ambito di un discorso più ampio,  sui ricercatori italiani attivi in Francia aumentando la produttività degli istituti in cui operano dopo essersi formati in Italia con denaro pubblico. “La ricchezza si crea in tanti modi” conclude Rodotà “con il lavoro, ridistribuendo bene le risorse disponibili”.

Roberto Formato

Roberto Formato13/05/2015 - 20:11

Cara Maria,

ti ringrazio anzitutto per l’interessante ed esauriente commento, nel quale emergono parecchi spunti di interesse.

L’evidenza dimostra che la spending review in Italia, al contrario di altri paesi che anche tu citi, è di fatto essenzialmente improntata al taglio spesso indiscriminato della spesa. Peraltro richiami un dato assolutamente fondamentale per inquadrare il fenomeno, ovvero la “bassa spesa pubblica nazionale”. Questo fatto, che può suonare sorprendente rispetto alla vulgata corrente, si spiega con il fatto che la nostra spesa si concentra soprattutto sulle pensioni, lasciando scoperte molti servizi ed investimenti “sociali” (tu citi l’innovazione, ma si potrebbe parlare della protezione per i giovani, le famiglie, etc.).

In realtà, al netto della spesa per interessi, l’Italia presenta un avanzo di amministrazione che, nel 2012, era il migliore nell’area euro e di gran lunga superiore alla media dei paesi OCSE. In quegli anni, mentre gli altri paesi avviavano investimenti e politiche di protezione sociale per fronteggiare gli effetti nefasti della crisi,  l’Italia - nell’occhio del ciclone – continuava in realtà  a primeggiare con il suo 4,4% di surplus di entrate rispetto alle uscite in rapporto al PIL (al netto appunto degli interessi pagati sul debito).

(si veda, per esempio: OCSE (2013). "Government deficit / surplus as a percentage of GDP". Economics: Key Tables from OECD, N. 20)

Un ultima nota relativa alla Gran Bretagna, paese peraltro alquanto controverso negli effetti dell’applicazione della spending review. E’ vero che negli anni scorsi ha ridotto fortemente la spesa pubblica, determinando ben 450.000 fuoriuscite dal settore, ma va segnalato anche che nel contempo ha aumentato la spesa in alcuni limitati settori ritenuti strategici. Tra questi la cooperazione internazionale e il commercio con l’estero, dimostrando una lungimiranza che – a dispetto della rilevanza che le relative policy rivestono in una società ed economia sempre più globalizzata - in Italia sembra invece essersi non poco appannata...

Roberto Formato

Roberto Formato11/05/2015 - 22:37 (aggiornato 11/05/2015 - 22:37)

Senza per forza scomodare i “giochi linguistici” di Wittgenstein, peraltro ben noti e comunque praticati nell’arte della politica, volevo qui richiamare l’ennesimo articolo di Paul Krugman, da sempre fiero oppositore della retorica dell’austherity.

L’economista americano, in un articolo pubblicato sul New York Times dello scorso 23 marzo, ricorda infatti come la “dura narrazione” dei tagli alla spesa abbia soppiantato quella ben più prioritaria della creazione di posti di lavoro.

In questo senso la riqualificazione (e non i meri tagli) della spesa possono contribuire a raggiungere entrambi gli obiettivi, senza penalizzare ulteriormente l'occupazione attraverso il continuo taglio ad investimenti già ridotti all'osso...

Roberto Formato

Roberto Formato11/05/2015 - 20:38 (aggiornato 11/05/2015 - 20:38)

Grazie Maria per l'interessante contributo.

L'esempio di Roncade va proprio nella direzione che richiamavo: nel caso specifico si generano risparmi attraverso l'efficientamento di un servizio che valorizza l'innovazione tecnologica, con effetti che vanno a beneficio della collettività perche liberano risorse per altri utilizzi. Credo che la spending review debba sempre di più essere rivolta ad applicazioni come questa, anzichè a meri tagli con riduzione di servizi.

Maria Fiore

Maria Fiore11/05/2015 - 11:28 (aggiornato 11/05/2015 - 11:28)

Mi inserisco nella discussione per segnalare il progetto del Comune di Roncade (Tv) denominato "Smart Light. Riqualificazione integrata ed eco-sostenibile dell’illuminazione pubblica comunale con l’implementazione di servizi smart city e di gestione adattiva della luce" in quanto credo costituisca un esempio di revisione della spesa che, a parte le differenti valutazioni possibili sulla scelta effettuata, non comporta tagli ma un investimento con importanti ricadute in termini economici ed ambientali.

Per tale iniziativa il Comune di Roncade ha vinto lo scorso 13 aprile, nel settore della pubblica amministrazione, il concorso "Innovazione amica dell'ambiente" 2015 di Legambiente che premia le iniziative realizzate o alla soglia della commercializzazione in grado di migliorare l’ambiente e la qualità della vita dei lavoratori e delle comunità locali.

Il Comune veneto si è aggiudicato il riconoscimento grazie al progetto pilota di efficientamento dell'illuminazione pubblica realizzato in collaborazione con l'ENEA (progetto Lumière) e preceduto da censimento, piano luce e audit energetico, gara con programma di investimento con il risparmio energetico per conto terzi. Obiettivo dell'iniziativa, il dimezzamento delle emissioni di anidride carbonica e la realizzazione di sistemi di controllo in continuo, luce adattiva e servizi intelligenti.

Si tratta del primo progetto pilota del , già segnalato nel nostro . Lumière è un Progetto di Ricerca e Trasferimento strutturato da ENEA con l’obiettivo di promuovere l’efficienza energetica nel settore dell’illuminazione pubblica ed in particolare favorire la riduzione dei consumi di energia elettrica degli impianti d’illuminazione dei Comuni.

Roncade si è contraddistinto per l'applicazione di tutte le metodologie promosse ed implementate da ENEA ed in particolare per avere introdotto su larga scala soluzioni tecnologiche realizzate in particolare per la fornitura di servizi smart e la realizzazione di luce adattiva permettendo quindi un nuovo approccio intelligente nella gestione dell’illuminazione.

Nell’illuminazione adattiva sono coinvolti dei sistemi che contano il traffico notturno e attraverso algoritmi di calcolo e gestione è possibile “regolare l’illuminazione” dell’intero territorio secondo le effettive esigenze con risparmi calcolabili, rispetto ad un approccio tradizionale, di un 15-20%. Un intervento di questo tipo aumenta/riduce l’illuminazione in modo effettivamente commisurato al contesto territoriale ed alle esigenze di fruizione dello stesso limitando la luce sprecata e incrementando la stessa quando le esigenze lo richiedano.

Il Progetto pilota di Roncade è finanziato dalla Ricerca di Sistema Elettrico Nazionale nell’ambito dell’Accordo di Programma tra ENEA e Ministero dello Sviluppo Economico per la realizzazione di attività di ricerca volte al miglioramento ed innovazione del sistema elettrico nazionale a diretto beneficio dei cittadini dei Comuni italiani. Viene continuamente monitorato da ENEA per il Ministero allo scopo di affinare il modello e promuoverlo con cognizione di causa nelle future evoluzioni della spending review dell’illuminazione pubblica nazionale.

Tra i benefici ambientali ed economici si segnalano quelli legati alla riduzione dei consumi energetici ed al contenimento dell’inquinamento luminoso come prescritto dalla L.r.17/09. A fronte di un investimento complessivo di 1.011.660 €, il risparmio energetico totale è di 605.154 kWh/anno, il risparmio sul costo dell’energia annuo è pari a 121.031 €/anno, il risparmio manutentivo ammonta a 940 €/anno. Si è stimata una riduzione annua delle emissioni di CO2 equivalente del 54,5%. Per quanto attiene la convenienza dell'intervento si è verificato quanto segue: i consumi sono passati dai 1.109.570 kWh pre intervento ai 504.416 kWh post intervento. I costi dell’energia risultano più che dimezzati (da 221.914 €/anno a 100.883 €/anno).

Altri benefici sono costituiti da una nuova illuminazione comunale con prodotti di nuova generazione in quanto:

  • Oltre il 35% degli impianti saranno dotati di tecnologia LED
  • Verranno valorizzati con illuminazione artistica e di accento i principali edifici storici e religiosi comunali, con la creazione di percorsi di luce che permettano di migliorare la qualità della visione dell’illuminazione sul territorio.
  • Verrà integrata nella zona del centro una rete WiFi per i cittadini • Verranno valorizzati i percorsi pedonali ed introdotte tecnologie tipo “light on-demande” o “motion light”

Tra gli altri benefici ambientali si segnalano:

  • Il minor consumo energie non rinnovabili
  • La diminuzione scarichi inquinanti
  • La riduzione rifiuti prodotti
  • Il ricorso energie rinnovabili
  • Il minor consumo materie prime
  • Il ricorso a risorse locali
  • Il miglior uso infrastrutture esistenti
  • Il minor ricorso a trasporto e logistica

 

La prima realizzazione risale a dicembre 2014; l’ultimazione dei lavori è prevista per luglio 2015.

 

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