No al licenziamento di chi patteggia se non si prova la perdita di fiducia.

letto 2967 voltepubblicato il 19/02/2013 - 13:08

Il lavoratore che ha patteggiato una pena non può essere licenziato se l’azienda non prova che quel comportamento ha infranto il rapporto fiduciario. Lo ha affermato la sezione lavoro della Cassazione con la sentenza 3912/2013 che ha respinto il ricorso delle Poste italiane Spa nei confronti di un proprio dipendente. L’uomo era stato accusato di aver tenuto, durante l’orario di lavoro, un comportamento considerato aggressivo nei confronti di due vigili urbani. Per questo motivo, pur non essendo chiare le circostanze dell’episodio, aveva preferito patteggiare la pena. Le Poste, però, sulla base di questa pronuncia lo avevano licenziato. Di qui il ricorso all’autorità giudiziaria.La Corte d’appello, confermando la pronuncia del tribunale, ha ritenuto illegittimo il licenziamento in quanto la sentenza di patteggiamento non poteva essere equiparata a una condanna ai fini disciplinari. Non solo. I giudici hanno anche rilevato che sulla base delle prove acquisite non era certo il comportamento aggressivo dell’accusato, il quale, anzi, si poteva considerare vittima di una provocazione da parte dei vigili urbani. Le Poste hanno presentato ricorso in Cassazione sostenendo che, in base al contratto collettivo, la condanna giustificava la sanzione espulsiva.La Cassazione, nel respingere il ricorso, ha chiarito che con il patteggiamento l’imputato non nega la propria responsabilità, ma esonera l’accusa dall’onere della relativa prova in cambio di una riduzione di pena. Ne consegue che la pena concordata può essere equiparata a una condanna anche ai fini disciplinari. Tuttavia, ha concluso la Suprema corte, questa equiparazione non esonera il datore di lavoro dall’indagine ulteriore circa l’idoneità dei fatti a ledere irrimediabilmente il vincolo fiduciario con il lavoratore, in particolare nel caso in cui il licenziamento sia stato intimato, come nel caso in esame, sulla base di una previsione del contratto collettivo. Premesso che la sentenza pronunciata ai sensi dell’articolo 444 del codice penale, che disciplina l’applicazione della pena su richiesta delle parti, non è tecnicamente configurabile come una franca sentenza di condanna è pur vero che, nell’evoluzione della interpretazione della norma, si è affermato che laddove una disposizione contrattuale faccia riferimento alla sentenza penale di condanna passata in giudicato, come fatto idoneo a consentire il licenziamento senza preavviso, il giudice di merito può, nell’interpretare la volontà delle parti collettive espresse nella disposizione contrattuale, ritenere che gli agenti contrattuali nell’usare l’espressione “sentenza di condanna” si siano ispirati al comune sentire che a questa associa la sentenza cosidetta di “patteggiamento”ex articolo 444 del codice penale, atteso che, in tale caso, l’imputato non nega la propria responsabilità ma esonera l’accusa dall’onere della relativa prova in cambio di una riduzione di pena.E’ evidente come l’intento della Corte sia quello di subordinare l’efficacia della suddetta equiparazione alla puntuale e rigida verifica della esistenza dei fatti costituenti reato e idonei alla lesione del vincolo fiduciario.