FOCUS BNL - Mercato del lavoro ancora poco “rosa” e non solo in Italia

letto 3134 voltepubblicato il 14/03/2013 - 13:21

Nonostante rappresentino la metà della popolazione mondiale, le donne sono ancora oggi sotto-rappresentate nel mercato del lavoro: nel 2011 erano solo il 39,9% della forza lavoro. Nei paesi sviluppati la partecipazione femminile al mercato del lavoro ha fatto notevoli progressi passando dal 57,7% di inizio anni Novanta al 65,2% del 2011. Il gap con l’analogo indicatore maschile nello spesso periodo è passato da 23 a 13,7 p.p.

Durante la fase di crisi economica iniziata nel 2007 l’andamento dell’occupazione femminile tra i paesi Ocse ha vissuto due fasi di segno opposto. Nel primo biennio (2007-2009) il gap tra l’occupazione maschile e quella femminile si è ridotto in quasi tutti i paesi grazie a una minore presenza delle donne nei settori più colpiti (commercio, manifatturiero e costruzioni). A partire dal 2009, tuttavia, il taglio alla spesa pubblica in molti paesi ha colpito più duramente i settori di maggiore impiego femminile e ha dato il via a un ridimensionamento dell’occupazione delle donne destinato a protrarsi per i prossimi anni.

In Italia la riduzione del divario di genere tra uomini e donne in campo economico, sociale e politico negli ultimi anni ha attraversato un percorso tortuoso. Gli indicatori internazionali vedono il nostro paese in notevole ritardo. Secondo il World Economic Forum nel 2012 l’Italia era 80esima nella graduatoria basata sul progresso nel miglioramento di alcuni indicatori relativi alle differenze di genere in termini di partecipazione al mercato del lavoro, livello di istruzione, salute e presenza nelle istituzioni di governo. La posizione migliora (32esima) se si considera lo Women’s Economic Opportunity Index che valuta la condizione delle donne in qualità di imprenditrici e di lavoratrici.

In Italia il tasso di occupazione femminile è tra i più bassi tra i paesi Ocse: nel III trimestre del 2012 risultava di 11 punti inferiore a quello medio dell’area euro, di 13,4 punti a quello francese e di ben 21,2 a quello tedesco.

Il ritardo del mercato del lavoro femminile nel nostro paese si riduce in parte se si guarda alla fascia più istruita della popolazione. Tra le donne laureate, nel III trimestre del 2012 il tasso di occupazione era pari al 70,7%, circa 24 p.p. in più del dato complessivo. In Italia negli ultimi anni il numero delle laureate è andato progressivamente aumentando, e nelle fasce di età più giovani è aumentato più di quello dei pari età maschi. Nel nostro paese risulta inoltre superiore alla media della Ue 27 la percentuale di donne laureate in discipline matematiche, scientifiche e tecniche.

Secondo gli ultimi dati pubblicati dalla Banca mondiale, la componente femminile rappresenta oggi circa la metà (49,9%) della popolazione mondiale, un valore che si è mantenuto pressoché costante nel corso degli ultimi 50 anni. Il rapporto tra componente maschile e femminile è paritario anche se si guarda alla fascia di età “produttiva” (15-64 anni). Al peso demografico ancora non corrisponde però un analogo peso economico. Nel 2011 (ultimo dato disponibile) la forza lavoro femminile a livello mondiale era pari al 39,9% del totale, un valore stabile dall’inizio degli anni Novanta, con un lieve accenno di crescita solo nel corso degli anni Duemila. La percentuale di donne che partecipa all’economia “formale” rappresenta inoltre solo il 56% della popolazione femminile nella fascia di età 15-64 anni, contro l’82% degli uomini.

Nei paesi sviluppati il tasso di partecipazione delle donne al mercato del lavoro ha fatto notevoli progressi negli ultimi venti anni: all’inizio degli anni Novanta esso era in media pari al 57,7% con alcuni tra i principali paesi europei (tra cui Italia, Spagna e Belgio) ampiamente sotto la media. Il valore tedesco alla stessa data risultava pari al 55,5%, mentre la Francia si posizionava al 58,5%. In media il gap rispetto alla componente maschile era quasi di 23 punti percentuali. A fine 2011 (ultimo anno per cui è possibile fare un confronto utilizzando i dati Ocse) il tasso di partecipazione femminile è arrivato per l’insieme dei paesi Ocse al 65,2%, mentre il divario con gli uomini si è ristretto a 13,7 punti. Notevoli progressi si registrano in Germania, dove le donne in età 15-64 anni che partecipano al mondo del lavoro sono arrivate a rappresentare il 71,8% del totale della classe di età, in Francia (66,1%) e in Spagna (67,9%). I valori più alti si osservano nei paesi del Nord Europa, con il record dell’Islanda (82,4%) dove il gap con la componente maschile risulta inferiore ai sei punti percentuali. L’Italia si colloca nella parte bassa della classifica, con un tasso di partecipazione femminile del 51,5%, sebbene in crescita. Nel 2011, tra i paesi Ocse risultavano più bassi solo il dato del Messico (45,9%) e quello della Turchia (30,2%).

La crisi e il lavoro

La grande recessione che dal 2007 caratterizza l’economia dei paesi sviluppati a fasi alterne e con diverse intensità ha reso ancora più complicata la lettura del mondo del lavoro al femminile. L’evoluzione del tasso di occupazione ha seguito in realtà due fasi opposte. Secondo i dati Ocse1 nel primo biennio (2007-2009) il gap tra i due generi si è ridotto in tutti i paesi, ad eccezione di Israele, Corea, Polonia e Svezia. Le riduzioni maggiori si sono registrate in Turchia (6 punti percentuali), Irlanda (8 punti percentuali) e Spagna (10 punti percentuali), in questi ultimi due paesi, però, soprattutto a causa del massiccio calo dell’occupazione maschile, mentre nel caso della Turchia la diminuzione del gap è dovuta a un aumento dell’occupazione tra le donne maggiore che tra gli uomini. Nella prima parte della crisi la componente femminile ha sofferto meno di quella maschile, poiché le donne risultano poco presenti nei settori più colpiti (commercio, manifatturiero e costruzioni). In effetti, i dati mostrano come ancora oggi l’occupazione femminile sia prevalente nei servizi: in questo comparto in media nei paesi Ocse risultano impiegate 83 donne su 100 e 60 uomini su 100. I valori più elevati si osservano proprio nei paesi nordici (Islanda, Norvegia, Svezia e Danimarca) dove la partecipazione delle donne al mercato del lavoro è maggiore. Superiore al dato medio risultano anche i valori tedesco, francese e statunitense (tra i più alti al mondo: 92% circa), mentre l’Italia è in media. Tra i servizi, particolarmente elevata risulta la presenza femminile nella sanità (dove su 100 occupati 78 sono donne), nell’istruzione (circa 70 donne ogni 100 occupati), nei servizi alla persona (58 su 100) e nella ristorazione (50 su 100); per contro, minore risulta la presenza nella finanza e nell’immobiliare (45%) e nei trasporti (24,5%).

Nell’industria la componente femminile è ancora esigua: in media nei paesi sviluppati vi risultano occupate solo 12 donne ogni 100 contro 34 uomini ogni 100. I valori in questo caso sono meno omogenei tra i diversi paesi: si passa infatti da un minimo di Stati Uniti, Regno Unito e Paesi Bassi (tra il 7 e l’8%) a un massimo del 23% nel caso della Repubblica ceca.

Nel corso del primo biennio della crisi, a una lieve riduzione del gap occupazionale nei paesi europei ha corrisposto anche un’altrettanto lieve chiusura di quello relativo ai salari. Secondo la Commissione europea nel 2008 il Gender pay gap2 per i paesi della Ue-27 si è ridotto dal 17,3% al 16,2% rispetto al 2007; anche in questo caso la chiusura appare dovuta principalmente a un peggioramento della condizione degli occupati maschi. Vi è tuttavia da considerare anche un secondo fattore: nel biennio in esame l’occupazione femminile molto qualificata nella Ue 27 è cresciuta del 7%, contro il +4% registrato dall’occupazione qualificata maschile, in tal modo la quota di donne con un’elevata istruzione3 tra le occupate è salita del 2,41% contro il +1,92% della corrispondente componente maschile. Poiché i salari più elevati sono attribuibili ai livelli di istruzione più elevati, la Commissione ritiene che una parte (sia pure minima) della riduzione del gap possa essere attribuita a questo fenomeno. I dati della Commissione pubblicati lo scorso dicembre, però, non si spingono oltre il 2010, pertanto non è possibile ancora verificare se i fenomeni descritti si siano in parte riproposti.

Alla prima fase di crisi economica relativamente favorevole per le donne è subentrata nel 2009 una seconda più penalizzante. In corrispondenza del picco della recessione, infatti, il taglio alla spesa pubblica operato nella maggior parte dei paesi ha colpito più duramente i settori di maggiore impiego femminile e ha dato il via a un processo di ridimensionamento dell’occupazione femminile destinato a protrarsi per i prossimi anni. In molti paesi a essere più colpita è stata la componente femminile più istruita, mentre il fenomeno dello scoraggiamento, che nella prima parte della crisi aveva colpito in maggiore misura gli uomini, ha ripreso vigore anche presso le donne, e un numero crescente di queste rimane fuori dalle forze di lavoro nella convinzione che non vi sia possibilità di impiego. D’altro canto la crisi corrente sembra replicare le passate recessioni almeno in una caratteristica: in una prima fase sono gli uomini a essere soggetti a una maggiore probabilità di perdere il lavoro, ma allo stesso tempo è per loro più elevata la possibilità di trovarne uno nella fase di ripresa.

In Italia una lettura difficile del divario di genere In Italia la riduzione del divario di genere tra uomini e donne in campo economico, sociale e politico negli ultimi anni ha attraversato un percorso tortuoso. Secondo il World Economic Forum nel 2012 il nostro paese è scivolato all’80esima posizione (era 74esimo nel 2011) su 132 nella graduatoria basata su una serie di indicatori relativi alla partecipazione al mercato del lavoro, al livello di istruzione, alla salute e alla presenza nelle istituzioni di governo. In particolare, l’Italia risulta indietro (101esima posizione) nella graduatoria relativa alla partecipazione e alle opportunità offerte dal mercato del lavoro, mentre la posizione migliora (65esima) per quanto riguarda il mondo dell’istruzione.

La posizione del nostro paese è migliore se si considera lo Women’s Economic Opportunity Index, elaborato dall’Economist Intelligence Unit per valutare la condizione femminile nell’economia privata, sia in qualità di imprenditrici sia di lavoratrici. In questo caso l’Italia occupa la 32esima posizione in una graduatoria nella quale Svezia, Norvegia e Finlandia compaiono ai primi tre posti, la Germania al 6° e la Francia al 12°. La lettura del mondo femminile in Italia è complessa soprattutto se si guarda al
mercato del lavoro. Secondo i primi dati del censimento generale sulla popolazione del 2011 le donne nel nostro paese rappresentavano il 51,6% della popolazione residente, ma a fine 2012 arrivavano a coprire solo il 41,5% degli occupati e il 45,1% dei disoccupati, mentre la loro presenza continuava a essere massiccia tra gli inattivi (64,4%).

Nel IV trimestre dello scorso anno in Italia risultavano occupate circa 9,5 milioni di donne, di cui 7,8 milioni con forme contrattuali da “dipendente” e 1,7 milioni “indipendenti”. I dati disponibili per posizione professionale non sono destagionalizzati, e sono disponibili solo fino al IV trimestre 2012, pertanto un confronto con i valori passati è realistico solo se riferito allo stesso trimestre di ogni anno. Rispetto al IV trimestre del 2008 la componente femminile risulta in condizioni migliori di quella maschile: a fronte di un calo complessivo dell’occupazione di 544mila unità le donne registrano un incremento di 98mila unità (osservato interamente tra le lavoratrici dipendenti, che guadagnano 202mila unità contro una flessione di 104mila tra le indipendenti). Il guadagno è però maturato solo nella prima parte della crisi; nell’ultimo anno infatti il numero delle occupate è cresciuto solo di 48mila unità (ancora una volta in gran parte tra le dipendenti). L’idea è che, con un lieve ritardo rispetto al resto dei paesi sviluppati, il mercato del lavoro femminile italiano stia ripercorrendo gli stessi passi, ossia abbia “tenuto” nei primi anni della crisi grazie alla maggiore protezione offerta dai settori di impiego (soprattutto servizi) e ora stia cominciando a flettere.

Il tasso di disoccupazione femminile mostra in effetti una crescita ininterrotta da novembre 2011, e a gennaio di quest’anno è arrivato a 12,8%, un valore mai registrato da quando la serie Istat è disponibile, contro il 10,8% della componente maschile. Nello stesso mese il tasso di occupazione per le donne è sceso al 46,8%, contro il 65,8% degli uomini (anch’esso in discesa). Il gap tra lavoro maschile e femminile in termini di tasso di occupazione si attesta così sui 19 punti percentuali, un valore in calo dai 24,6 punti di inizio 2004, ma la riduzione sta avvenendo al ribasso, ossia per un peggioramento della condizione maschile più grave in proporzione di quella femminile. Considerazioni simili riguardano il tasso di disoccupazione.

Il ritardo dell’occupazione femminile appare più marcato se confrontato con quella dei principali partner europei; in questo caso il confronto è possibile fino al III trimestre del 2012. A quella data il tasso di occupazione delle italiane risultava di 11 punti inferiore a quello medio dell’area euro, di 13,4 punti a quello francese e di ben 21,2 a quello tedesco. Il gap con la Germania peraltro si è andato ampliando, alla fine degli anni Novanta era intorno ai 18 punti percentuali, si è poi chiuso fino a 13 nel 2004 per poi ricominciare a salire. Rispetto alla Francia il divario è rimasto invece più stabile. Dove il nostro paese rimane indietro rispetto agli altri è però soprattutto sull’inattività. Nel III trimestre del 2012 in Italia risultavano inattive circa 9,2 milioni di donne (quasi la popolazione del Portogallo). Il tasso di inattività presenta un divario notevole con i principali partner europei: 19,2 punti con la Germania, 14,3 con la Francia, 15,3 con la Spagna che negli anni è andato aumentando (rispetto al dato tedesco era pari a 18 punti a fine 1999, è arrivato a un minimo di 15 punti a inizio 2004 e poi dal 2006 ha ricominciato a crescere).

Il ritardo del mercato del lavoro femminile nel nostro paese tende in parte a colmarsi se si guarda alla fascia più istruita della popolazione. In Italia negli ultimi anni il numero delle laureate è andato progressivamente aumentando, e nelle fasce di età più giovani è aumentato più di quello dei pari età maschi. Nel 2011 la percentuale di donne laureate tra la popolazione femminile tra i 30-34 anni (fascia di età importante poiché compresa tra gli indicatori individuati dalla Commissione europea nella Strategia
Europa 2020)4 era pari al 24,7%, contro il 15,9% degli uomini. Tali valori sono ancora lontani dall’obiettivo di Lisbona, posto al 40% per donne e uomini entro il 2020, ma il trend per le donne è buono, soprattutto se si considera che dal 2004 si sono
guadagnati 6 punti percentuali. Inoltre, nel nostro paese risulta consistente, e superiore alla media della Ue 27, la percentuale di donne laureate in discipline matematiche, scientifiche e tecniche: nel 2009 (ultimo dato disponibile pubblicato a inizio 2012)
secondo i dati Eurostat era pari al 38,4% del totale dei laureati in queste discipline, contro il 31,2% della Germania e il 28,5% della Francia.

I benefici della maggiore istruzione, sebbene messi a dura prova dal periodo di crisi, risultano evidenti nel confronto internazionale. Tra le laureate, nel III trimestre del 2012 il tasso di occupazione in Italia era pari al 70,7%, circa 24 punti percentuali in più del dato complessivo nazionale. Anche il divario con i principali partner europei risulta compresso: 12,7 punti meno delle laureate tedesche e circa 7 rispetto alle francesi.