A cosa servono le politiche dei dati aperti

letto 1027 voltepubblicato il 07/07/2014 - 15:30, in Comunicazione Pubblica, Open Government, Qualità Web PA

L'innovazione necessita di una mission sociale di tipo antropologico-strutturale e di una mission tecnologica di tipo tecnico-semplificativo. L'obiettivo è la trasparenza, l'accessibilità, l'accountability.

Una nazione può dirsi realmente moderna e civile, solo quando dispone di amministrazioni pubbliche, trasparenti ed efficienti, nonchè efficaci, si diceva.

Dunque, a 14 anni dall‘applicazione della Legge 150/99 abbiamo visto come in realtà la comprensione della comunicazione pubblica e dell'innovazione di cui è portatrice attraverso la digitalizzazione e sua concreta applicazione, proceda a rilento. Gli uffici stampa degli Enti pubblici, ad esempio, hanno difficoltà di identificazione là dove subiscono anche la determinazione concorrenziale dell'aspetto privatistico della materia che si personalizza nel portavoce politico, perdendo di vista, in tal modo, la delineazione di funzioni, professionalità e compiti propri; oppure gli Urp che si ritrovano a svolgere funzioni strette tra la morsa della comunicazione frontale, sempre più esigente ed i vuoti o manchevolezze della comunicazione interna, a volte indisponibile; oppure il Bur, il Bollettino Ufficiale Regionale che finisce per essere un mero trasmettitore di documenti ufficiali collettati. Ecco perchè iniziative di open data suscitano molte speranze anche di valore. Potrebbero essere il sistema che spinge in avanti il significato relazionale della comunicazione pubblica. Infatti essi stanno alterando radicalmente l'accesso ai dati prodotti al pubblico stimolando nuovi tipi di analisi. Stanno creando, inoltre, nuove forme di trasparenza e responsabilità , promuovendo nuove forme di partecipazione sociale e di modi di governance, tendendo come fine all'innovazione e alla generazione di ricchezza. Il tutto supportato dai social network. Allo stesso tempo, un’attenzione molto più critica deve essere rivolta ai nuovi modi di progettazione di dati aperti che si stanno sviluppando come sistemi socio- tecnici complessi con i diversi soggetti interessati ed i vari ordini del giorno. Ad oggi, gli sforzi degli analisti si sono concentrati sul lavoro politico e tecnico per l’implementazione di progetti di open data, ma non si sono rivolti abbastanza a studiare le mosse discorsive e materiali e le loro conseguenze. Come risultato, mancano all’appello dettagliati casi di studio di progetti open data in azione: sviluppo, finalità, risultati delle ricadute sociali ed economiche, gli assemblaggi circostanti e il modo disordinato, contingente e relazionale in cui si svolgono . Tale discorso vale anche il Cloud computing, le cui difficoltà difronte alla difesa del diritto alla privacy, sembrano avere incontrato un muro invalicabile. Ma è solo attraverso questo tipo di studi che si può avere un quadro più completo generale della condivisione e dei dati aperti relazionali. Uno studio che si potrebbe svolgere osservando ed analizzando dettagliatamente il lavoro della Regione Campania. Un’analisi troppo complessa e lunga da poter sviluppare in questa sede, un'analisi che si vuole solo suggerire, magari fondando, tra l’altro anche i dati sulla comunicazione politica della Regione, suoi linguaggi propri e comparazione con i dati nazionali.

Francesco Cerase sostiene che l’agire amministrativo di tipo weberiano attua una certa resistenza nel tempo consentendo un ancoraggio in termini di riferimento alle ritualità che generano significazione sia per gli attori sociali che per gli analisti e/o utenza. Il punto focale però della sua analisi nel testo “Pubblica Amministrazione” è quanto siffatta modalità possa essere funzionale allo sviluppo sociale e quanto, piuttosto, non lo sia. La non conoscenza o addirittura l’incapacità di cogliere l’impatto che l’agire amministrativo ha sul sociale, da parte degli attori amministrativi, non fa altro che rinfocolare ulteriormente in ogni settore la poca capacità di adattarsi al cambiamento che in ogni buon conto la storia stessa genera di per sé. La pubblica amministrazione, così, appare un’Ente che agisce in forza di una “razionalità limitata” per bypassare il punto di frizione tra cambiamento e resistenze a quel cambiamento, proprio per poter guidare meglio i processi di riproduzione sociale. E’ questa via che impedisce alla pubblica amministrazione la funzione di produttore di qualcosa per qualcuno, sfuggendo nel contempo, al controllo intorno alla produttività di qualcosa per qualcuno in particolare. In poche parole sembra mancare la filosofia di fondo. Cerase individua in ciò il principale fattore bloccante il pieno sviluppo armonico dell’organizzazione pubblica amministrtiva. Gli altri fattori sono la poca efficienza nell’utilizzo delle risorse pubbliche e le mancate riforme che hanno finito per radicare anora di più gli ostacoli al buon funzionamento. Ancora molto attuale, il testo fa un’analisi piena e compiuta della non adesione d’intenti tra l’azione publica e la domanda sociale e configura ogni modifica adottata come un operazione di facciata che non ha potuto, e non ha ancora, consentito quell’innovazione organizzativa necessaria. Se confrontiamo queste lucide tesi con le statistiche sui flop della digitalizzazione della pubblica amministrazione e relativi ritardi d’efficienza possiamo renderci conto che il coro è unanime. E che la capacità di proiezione al futuro della pubblica amministrazione è rimasta pressochè immutata nel tempo dagli inizi degli anni ’90. Di modo chè la struttura organizzativa pubblica continua a contraddistinguersi per :

- una moltiplicazione senza limite apparente di organi, uffici, ruoli:

- una crescente frantumazione della strutura organizzativa complessiva;

- una esasperata frammentazione delle funzioni1

Le soluzioni proposte da Cerase, tuttavia, non soddisfano in pieno l’attuale impostazione innovativa-tecnologica della Agenda Digitale. Egli profila un’Amministrazione di tipo imporenditriale-privatistica, interessata al funzionamento della dipendenza e delle strutture collegate, poco orientata alla costruzione sociale, molto strutturata all’efficienza formale. L’orientamento al miglioramento sul campo non configura la necessità della funzione duttile ed elastica della domanda dell’utenza che di volta in volta informa e forma la pubblica amministrazione. Plasmate, nel miglior modo certo, dall’alto, ancora una volta le funzioni pubbliche cadono a pioggia sul cittadino che gioirà dei numerosi ed esaustivi moduli che troverà sui vari banconi dell’Urp, o della cortesia delle risposte che riceverà al telefono, ma che non potrà far altro, ancora una volta, che conformarsi al modello direzionale. Diversa la soluzione proposta da Mancini in Manuale di Comunicazione pubblica e che in questa sede si tende a valorizzare, come giusta consenguenza di tutto il lavoro fin qui svolto. La comunicazione si è detto è il fattore perno, oggi, attorno a cui si sviluppano tutti i discorsi sociali, globali o geolocali o ancora geoglobali e futuribili. Di modo che l’allontanamento dalla posizione weberiana è fin troppo evidente. Le ultime leggi in materia di sviluppo tecnologico della pubblica amministrazione mettono in evidenza il cambio d’orizzonte e di analisi. Ciò nonostante, come sostiene lo stesso Cerase guardando alle leggi precedenti ma con un discorso estensivo all’orizzonte più vasto del futuro, queste nuove impostazioni risentono ancora molto di passato, ma è un passato che si allontana semre più e tende a trasformarsi da prossimo in remoto. Il modello dialogico della Pubblica Amministrazione riesce ormai, a ben guardare, ad imporre l’inversione di rotta in quest’ultimo trentennio.

Ed infatti, il campo della comunicazione pubblica non è ormai più quel fronte nuovo di progettazione sociale attraverso il quale si sviluppa l’eterno dibattito intorno alla democrazia. Essa è ormai divenuta il perno centrale e radicato della querelle sulle forme democratiche della partecipazione sociale, entrato a pieno diritto nell’agone della narrazione quotidiana che si conforma con mille altri filoni nuovi, nuovissimi o vecchi e paradigmatici. L’insufficienza dei risultati che ancora oggi si registrano sono dovuti, si diceva, ad una apatia, indolenza, lentezza dell’agire politico risultante dalle continue crisi economiche che stanno attraversando la nostra epoca post-industriale. Ma ciò non può e non deve essere una valida giustifica. Gli studi del settore ormai hanno sviluppato innumerevoli correnti e specializzazioni da poter convincere anche il più ritroso, dubbioso o incerto dei governi. Continuare a sostenere che la Comunicazione pubblica sia un fatto di pura e semplice pubblicità istituzionale vuol dire riportare il tema indietro di 70 anni.

Se la visione imprenditorial-pubblicistica e pubblicitaria della comunicazione pubblica e della pubblica amministrazione è valida sotto numerosi punti di vista, è innegabile, d’altro canto, il suo limite orientato alla non discorsività, continuando ad impostare la relazione cittadino/Stato ad un rinnovato rapporto unidirezionale, chiuso sostanzialmente sulla domanda dell’utenza, sordo a qualunque sollecitazione innovativa e ancorando, in tal modo, la costruzione sociale alla continua destrutturazione dell’esistente. Un lavoro immane, inutile e dannoso.

Una bellissima disamina Paolo Mnacini la fa riguardo al termine pubblicità. Rapprotandosi ad Habermas egli distingue il “fare pubblicità” dal comunicazione pubblica che in inglese dovrebbe essere correttamente individuata nel termine pubbliciness piuttosto che pubblicity, ossia la comunicazione di tutto ciò che ha interesse generale. La differenza semantica potrebbe apparire sottile, in realtà lo iato è più evidente di quanto appaia ad un primo sguardo sommario. Il corrispettivo tedesco di Offentlichkeit di Habermas: la sfera dell’opinione pubblica borghese che costruisce il reale nel momento stesso in cui lo narra. La costruzione sociale di Searle. Come detto in precedenza, il mezzo è la società.

Sostanzialmente comunicazione pubblica sociale e comunicazione pubblica si distinguono da comunicazione politica e comunicazione delle istituzione per il carattere fondamentalmente pubblico delle prime due e dal carattere fondamentalmente di tipo privatistico delle seconde due. L’utilizzo, di volta in volta, delle une o delle altre ne stabilisce la funzione, le finalità, le modalità e di conseguenza l’identificazione.

Scrive Mancini nelle sue conclusioni al Manuale di Comunicazione pubblica: “L’accessibilità sposta verso l’utente le possibilità e l’onere dell’informazione”(pag.220). Mai frase fu più significativa ed esemplificativa. Non voglio fare l'apologia dei Manuali di comunicazione, ma allo stato sembra validissimi strumenti di orientamento. Potrei citare Morcellini, Rodotà, Stanca, Rolando, rovinetti e tantissimi altri. L'importante mi sembra assumere la forma mentale adeguata alla materia. "Oggi l’adattabilità non è più, non deve essere più, in capo al cittadino/utente con il relativo solo compito di conformarsi a istituzioni preesistenti e precostituite. Oggi l’adattabilità è delle istituzioni verso i destinatari che di volta in volta ne dettano le esigenze. “l’accessibilità costituisce il primo gradino della partecipazione” (pag. 221) reale e fattiva.

Ovviamente – scrive ancora Mancini – ci sono dei limiti riconoscibili nei diversi caratteri dell’accessibilità: c’è un’accessibilità “concessa” ed un’accessibilità “indotta”.

Nel primo caso l’amministrazione-istituzione mette a disposizione le proprie informazioni ed Internet è “esattamente questo”. Su questo punto non mi ritrovo molto, secondo una mia idea Internet è principalmente uno strumento di dialogo con i cittadini, sia nella sua modalità di format per l’accesso, sia in quella di piazza telematica, dove l’istituzione, attraverso i vari social network o piattaforme telematiche, deve tendere alla sostenibilità delle domande e delle risposte, puntando sempre e comunque al dalogo costruttivo. Nel secondo caso di accessibilità “indotta” - scrive sempre Mancini – non è più l’istituzione-amministrazione a rendere pubbliche le proprie informazioni ma è il cittadino-utente che mette on line le informazioni che reperisce di volta in volta, contribuendo a quell’operazione di “svelamento” che consente il controllo immediato. In tal modo il cittadino-utente diventa co-attore della gestione dei public affairs e della partecipazione.

In conclusione si può affermare che nonostante i numerosi passi in avanti compiuti, i notevoli progresi raggiunti nel campo, rispetto al passato, nonostante la buona volontà degli operatori, tecnici, specialisti, nonché teorici del settore, nonostante i prolifici studi e la pubblicistica a riguardo, la comunicazione della pubblica amministrazione è ancora in ritardo. Anzi possiamo affermare ancora una volta che la comunicazione pubblica non è molto nelle corde della pubblica amministrazione, se ancora non riesce ad individuare bene le professionalità ed il lavoro di riferimento. La carta a favore è siamo ancora nella fase neonatale della digitalizzazione, e allora è un tutto "a divenire".

1 Cerase – Pubblica Amministrazione – Carocci editore (1998).