Il TAR Lazio respinge i ricorsi dei gestori della telefonia mobile per l’annullamento del Regolamento per l'installazione degli impianti sul territorio di Roma Capitale

letto 2401 voltepubblicato il 22/11/2017 - 08:09

Il Tar del Lazio con sentenze n.11473, 11342, 11345 e 11346, del 16 e del 20 novembre 2017, ha ritenuto infondati tutti i motivi con i quali le compagnie di telefonia mobile hanno impugnato gli articoli che compongono il "Regolamento per la localizzazione, l'installazione e la modifica degli impianti di telefonia mobile, ai sensi dell'art. 8, comma 6, della legge n. 36 del 22 febbraio 2001 e per la redazione del Piano, ex art. 105 , comma 4 delle NTA del PRG vigente, nonché per l'adozione di un sistema di monitoraggio delle sorgenti i campo elettrico, magnetico ed elettromagnetico", adottato dall'Assemblea Capitolina di Roma Capitale con deliberazione n. 26 /2015 del 14 maggio 2015.

 

 

Pubblicato il 20/11/2017

N. 11473/2017 REG.PROV.COLL.

N. 10994/2015 REG.RIC.

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio

(Sezione Seconda Quater)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 10994 del 2015, proposto da: 
Vodafone Omnitel B.V., in persona del suo procuratore, società Lindam s.r.1., in persona del legale rappresentante dott. Adriano De Angeli, rappresentata e difesa, anche disgiuntamente, in virtù di procura rilasciata a margine del presente atto, dagli avvocati Mario Libertini e Nicola Lais, ed elettivamente domiciliata presso lo studio del primo in Roma, via Boezio, 14;

contro

Roma Capitale, in persona del Sindaco p.t., costituitasi in giudizio, rappresentata e difesa dall'avvocato Angela Raimondo, domiciliata in Roma, via Tempio di Giove, 21; 
Regione Lazio, in persona del Presidente p.t., costituitasi in giudizio, rappresentata e difesa dall’avvocato Angela Mariani, domiciliata in Roma, via Marcantonio Colonna, 27;

e con l'intervento di

ad adiuvandum:
Telecom Italia S.p.A., in persona del legale rappresentante p.t., rappresentata e difesa dagli avvocati Jacopo D'Auria, Filippo Lattanzi, Francesco Cardarelli, con domicilio eletto presso lo Studio Legale Lca - Lattanzi Cardarelli in Roma, via G.P. Da Palestrina, 47;
Wind Telecomunicazioni S.p.A., in persona del legale rappresentante p.t., rappresentata e difesa dall'avvocato Giuseppe Sartorio, con domicilio eletto presso il suo studio in Roma, via della Consulta, 50; 
ad opponendum:
Ente Suore Francescane Missionarie del Cuore Immacolato di Maria, in persona del legale rappresentante p.t., rappresentato e difeso dagli avvocati Cecilia Martelli, Alice Baruchello, Elisabetta Pistis, con domicilio eletto presso lo studio Cecilia Martelli in Roma, piazza Borghese, 3; 
Condominio di via Michelangelo Peroglio, 2, Roma, in persona del legale rappresentante p.t., rappresentato e difeso dagli avvocati Cecilia Martelli, Elisabetta Pistis, Alice Baruchello, con domicilio eletto presso lo studio Cecilia Martelli in Roma, piazza Borghese, 3; 

per l'annullamento

- del "Regolamento per la localizzazione, l'installazione e la modifica degli impianti di telefonia mobile, ai sensi dell'art. 8, comma 6, della legge n. 36 del 22 febbraio 2001 e per la redazione del Piano, ex art. 105 , comma 4 delle NTA del PRG vigente, nonché per l'adozione di un sistema di monitoraggio delle sorgenti i campo elettrico, magnetico ed elettromagnetico", adottato dall'Assemblea Capitolina di Roma Capitale con deliberazione n. 26 /2015 del 14 maggio 2015, pubblicata sull'albo pretorio on line dal 26 maggio 2015 al 9 giugno 2015;

- di ogni altro atto connesso, presupposto o consequenziale, ancorché non conosciuto e, in particolare, ove occorrer possa:

- delle corrispondenti previsioni contenute nel PRG vigente di Roma Capitale e nelle coeve NTA e le coeve delibere di adozione ed approvazione;

- del Regolamento regionale n. 1/2001 "per la disciplina delle procedure per l'installazione, la modifica ed il risanamento di sistemi radioelettrici" (BUR 10 marzo 2001, n. 7, s.o. n. 8) e della deliberazione della Giunta Regionale n. 1138/2000, recante "Disposizioni per l'installazione, la modifica e l'esercizio di impianti di radiocomunicazioni" (ad ammettere che tali disposizioni non siano state abrogate dal d.lgs. n. 259/2003 e non siano state annullate dalla sentenza n. 7025 del 25 agosto 2001 del T.A.R. Lazio);

- del Protocollo d'Intesa siglato tra il Comune di Roma e le società concessionarie dei servizi di telefonia mobile del 5 luglio 2004, con il relativo Addendum del 22 luglio 2004, per come attuato senza contestazioni dalle parti (e ciò nell'ipotesi che tali disposizioni non siano state abrogate dall'adozione del Regolamento di Roma Capitale impugnato), o non sia da considerarsi comunque risolto per volontà delle parti, espressa con lettera dei gestori del 13 luglio 2015 (prot. 116961).

 

Visti il ricorso e i relativi allegati;

Visti gli atti di costituzione in giudizio di Roma Capitale e della Regione Lazio;

Visti gli interventi ad adiuvandum di Telecom Italia S.p.A. e di Wind Telecomunicazioni S.p.A.;

Visto l’intervento ad opponendum dell’Ente Suore Francescane Missionarie del Cuore Immacolato di Maria;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell'udienza pubblica del giorno 27 giugno 2017 il dott. Francesco Arzillo e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

 

FATTO e DIRITTO

1. La ricorrente Vodafone Omnitel B.V. agisce nella qualità di titolare di autorizzazione generale per la fornitura di reti e di servizi di comunicazione elettronica sul territorio nazionale. L’odierna impugnazione è volta a censurare il nuovo “Regolamento per la localizzazione, l'installazione e la modifica degli impianti di telefonia mobile” approvato con la Delibera dell’Assemblea Capitolina n. 26 del 14.5.2015, in quanto asseritamente contrastante con il Codice delle telecomunicazioni e con la legge quadro n. 36/01 sull'elettromagnetismo nonché praticamente preclusivo delle attività di pianificazione dello sviluppo della rete, unitamente agli altri atti indicati in epigrafe.

Il ricorso si basa su sette motivi di impugnazione, con i quali viene prospettata una pluralità di profili di violazione di legge ed eccesso di potere.

2. Si sono costituite in giudizio Roma Capitale e la Regione Lazio, le quali resistono al ricorso.

3. Hanno proposto intervento ad adiuvandum Telecom Italia S.p.A. e Wind Telecomunicazioni S.p.A..

4. Ha proposto intervento ad opponendum l’Ente Suore Francescane Missionarie del Cuore Immacolato di Maria.

5. Il ricorso è stato chiamato per la discussione all’udienza pubblica del 27 giugno 2017 e quindi trattenuto in decisione.

6. Vanno esaminati congiuntamente il primo, il secondo, il terzo e il quinto motivo di ricorso (rubricati rispettivamente ai numeri II, III, IV, VI), nella parte che ha ad oggetto sostanzialmente le previsioni relative alle aree “preferenziali” di installazione degli impianti (art. 3 del regolamento), nonché alla distanza degli impianti dai cd. “siti sensibili” (art. 4 del regolamento):

“ART. 3 – CRITERI PER LA LOCALIZZAZIONE E PROGETTAZIONE DEGLI IMPIANTI

I gestori devono mettere in atto tutte le misure idonee al perseguimento del principio di minimizzazione dell’esposizione ai campi elettromagnetici della popolazione e alla mitigazione degli impatti visivi, ove tecnicamente possibile.

Le aree del territorio definite come preferenziali per l’istallazione degli impianti sono:

a) in maniera prioritaria aree di proprietà dell’Amministrazione Capitolina. L’assegnazione di aree, manufatti e terreni di proprietà di Roma Capitale ai gestori di Telefonia mobile avviene a titolo oneroso;

b) aree già servite da viabilità, al fine di evitare la realizzazione di nuove infrastrutture a servizio della postazione;

c) aree inserite nelle componenti di PRG vigente quali:

– Agro Romano, ad esclusione della Rete Ecologica;

– Infrastrutture per la mobilità;

– Infrastrutture tecnologiche;

– Tessuti prevalentemente per attività;

– Servizi pubblici di livello urbano quali cimiteri, attrezzature complementari alla mobilità, attrezzature per la raccolta dei rifiuti solidi urbani;

– Verde pubblico e servizi pubblici di livello locale, ad esclusione dell’istruzione di base, attrezzature sanitarie ed assistenziali, residenze sanitarie per anziani, aree per il gioco dei ragazzi e dei bambini;

d) aree, immobili o impianti di proprietà o in possesso della Pubblica Amministrazione (statale, regionale, provinciale, ecc.) o altri enti pubblici, ad esclusione delle aree e dei siti di cui all’art. 4 del presente Regolamento.

Il Dipartimento Patrimonio definirà, per ogni singola richiesta da parte dei gestori, il canone dovuto per l’utilizzo degli immobili o strutture di proprietà di Roma Capitale con un regolare contratto di locazione.

Può essere consentita la localizzazione degli impianti in altre aree solo se tutte le precedenti localizzazioni risultino impossibili, inidonee o insufficienti a garantire la copertura dei servizi, con l’obbligo del rispetto delle aree e siti di cui all’art. 4 del presente Regolamento.

Sono inoltre da privilegiare, se tecnicamente possibile, e compatibilmente con gli obiettivi di minimizzazione dell’esposizione della popolazione ai campi elettromagnetici:

a) l’accorpamento degli impianti su strutture di supporto comuni (cositing) preferibilmente in aree non densamente abitate e compatibilmente con le esigenze di copertura del servizio;

b) l’alloggiamento degli impianti di telefonia mobile su strutture già esistenti quali pali per l’illuminazione stradale, sostegni per le insegne, torri faro, serbatoi idrici, ecc.;

c) la localizzazione su immobili e/o aree di proprietà comunale;

d) la localizzazione su edifici che risultino essere i più alti tra tutti quelli contigui.

I soggetti interessati ad installare e/o mantenere impianti di cui al presente Regolamento devono utilizzare la migliore tecnologia disponibile e praticabile al momento della richiesta, per ridurre al livello più basso possibile l’esposizione della popolazione ai campi elettromagnetici e l’impatto visivo.

Si applicano i principi di armonizzazione ed integrazione paesaggistica, intesi come l’insieme di azioni che permettono di ridurre l’impatto visivo dovuto agli impianti e l’attuazione di accorgimenti architettonici ottimali. Si tiene conto di tali procedimenti anche per gli impianti esistenti sui quali è possibile formulare ipotesi di restyling. Si elencano i seguenti possibili criteri progettuali:

a) adottare tutti gli accorgimenti progettuali con l’obiettivo di rendere minime le altezze e le sezioni dei supporti;

b) limitare sbracci, ballatoi o qualunque altro elemento di sostegno degli elementi radianti;

c) ridurre al minimo scalette e supporti di servizio, nel rispetto delle relative norme di sicurezza;

d) impiegare materiali e verniciature in grado di armonizzarsi con edifici o strutture limitrofe ed integrarsi nei coni di visuale principali;

e) adottare tutti gli accorgimenti al fine di ridurre la percezione visiva di altre strutture, come basi, shelter di alloggiamento della strumentazione tecnica, recinzioni o altri elementi integranti i progetti tecnici; il vano apparati dovrà essere realizzato in maniera tale da richiamare le tipologie edilizie locali ed inserirsi correttamente nell’ambiente circostante;

f) adottare tutti gli accorgimenti ed i sistemi atti a mitigare l’impatto visivo e a preservare il paesaggio attraverso l’utilizzo di vegetazione arborea ed arbustiva;

g) adottare opportuni mascheramenti ed integrazioni architettoniche.

Gli impianti dovranno essere conservati e manutenuti con cura dai gestori sia per garantire l’efficacia delle misure di protezione adottate ai fini del contenimento delle emissioni dei campi elettromagnetici, sia per finalità di mitigazione dell’impatto visivo, estetiche e di decoro”.

“ART. 4 – DIVIETO DI INSTALLAZIONE DEGLI IMPIANTI

Fermo restando il rispetto dei limiti di esposizione, dei valori di attenzione e degli obiettivi di qualità stabiliti per legge, nel rispetto del principio di precauzione, qualsiasi localizzazione deve tendere alla minimizzazione dell’esposizione umana alle onde elettromagnetiche nei siti sensibili; in particolare è fatto divieto di installare impianti su siti sensibili quali ospedali, case di cura e di riposo, scuole ed asili nido, oratori, orfanotrofi, parchi gioco, ivi comprese le relative pertinenze, ad una distanza non inferiore a 100 m., calcolati dal bordo del sistema radiante al perimetro esterno.

Gli impianti di telefonia mobile esistenti, installati sugli immobili di cui al comma precedente, sono oggetto di delocalizzazione in conformità con le finalità stabilite nel presente Regolamento, previa individuazione, autorizzazione e attivazione contestuale di altro sito compatibile ai fini di una efficiente erogazione del servizio.

Il divieto di installazione di cui sopra può essere derogato sui singoli beni classificati come siti sensibili che, per attività in essi svolta, richiedano una puntuale copertura radioelettrica.

Non è consentita l’installazione degli impianti su edifici costruiti abusivamente, che non abbiano ottenuto il titolo abilitativo edilizio in sanatoria”.

6.1 La ricorrente sostiene al riguardo quanto segue:

a) che le menzionate norme precludono agli operatori la possibilità di procedere a una razionale ed efficiente progettazione della localizzazione dei nuovi impianti e dell’adeguamento di quelli esistenti, conferendo all'Amministrazione comunale un potere generalizzato che incide, in maniera discrezionale ed immotivata, sulla scelta dei siti destinati ad ospitare le infrastrutture per la ripetizione del segnale radio;

b) che l'individuazione, per l'installazione degli impianti, di aree "preferenziali" - che escludono le componenti maggiormente antropizzate del territorio cittadino - si traduce in una esclusione, di fatto, di tutte le altre aree non espressamente previste come preferenziali, in quanto la dimostrazione dell’idoneità di localizzazioni alternative è subordinata ad una dimostrazione che non è ancorata a parametri certi nei tempi e nei presupposti, con introduzione, a carico dei gestori, una sorta di "principio di giustificazione", già ritenuto illegittimo dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 307 del 2003;

c) che tale scelta è illogica e viziata da sviamento di potere in quanto denota poi la reale volontà dell'Amministrazione, che è quella di dotarsi di una norma radioprotezionistica volta ad allontanare gli impianti dalle abitazioni;

d) che il divieto di installazione esteso fino a una distanza non inferiore a 100 metri dai cd. “siti sensibili” di cui all’art. 4 (letto secondo la sua intenzione obiettiva e a prescindere da possibili imperfezioni testuali) è illegittimo in quanto generalizzato e generico: tale divieto non è infatti limitato a specifici edifici qualificabili come sensibili, bensì si estende fino ad una distanza non inferiore a 100 m. non solo dagli edifici sensibili ma anche dalle loro non meglio qualificate "pertinenze";

e) che gli impianti e le reti di comunicazioni elettroniche costituiscono opere di urbanizzazione primaria;

f) che ai fini della copertura integrale del territorio mediante un segnale radio tecnicamente valido, è necessario che la rete di stazioni radio mobili sia, per quanto possibile, capillare;

g) che nell’esercizio del potere regolamentare loro conferito dalla legge n. 36/2001 sia le Regioni sia i Comuni devono astenersi dall'introdurre misure che, in concreto, siano tali da impedire od ostacolare ingiustificatamente l'insediamento delle infrastrutture di comunicazione elettronica e la copertura integrale del territorio comunale mediante reti mobili di comunicazioni elettroniche, dovendo sempre essere possibili le localizzazioni alternative;

h) che nella specie non solo manca la previa fissazione degli obiettivi di qualità di tipo localizzativo da parte della Regione, ma comunque sono stati introdotti limiti e divieti generalizzati riferiti a zone territoriali omogenee, e distanze fisse, che comportano la sostanziale impossibilità, per gli operatori di rete, di assicurare l'integrale copertura di una determinata area, con conseguente pregiudizio dell'esigenza di garantire il servizio di pubblica utilità da essi svolto;

i) che gli artt. 103 e 105 delle NTA del PRG vigente sono illegittimi se interpretabili nel senso di legittimare l’adozione del regolamento impugnato;

l) che il regolamento è stato comunque adottato per finalità di tutela della salute umana e quindi per finalità diverse da quelle enunciate dal legislatore con la norma attributiva dl potere di cui all’art. 8, comma 6, della L. n. 36/2001;

m) che esso non è stato preceduto da un’adeguata istruttoria in ordine alle esigenze di sviluppo della rete, né è stato fornito di adeguata motivazione, avuto riguardo da un lato anche ai principi della concorrenza, dall’altro, al fatto che il grande numero dei siti sensibili con relative pertinenze rende praticamente impossibile un adeguamento agli standard richiesti dall’evoluzione in materia, finendo con ledere anche la concorrenza con la preclusione di un adeguamento che superi le posizioni cristallizzate dei singoli operatori;

n) che nessuna evidenza vi è stata in venticinque anni e diverse centinaia di migliaia di impianti nel mondo, nelle statistiche sanitarie epidemiologiche, di aumenti di patologie per esposizione alle onde elettromagnetiche provenienti dalle stazioni radio base, che coprono quasi per intero il territorio (ormai, si può ben dire, il territorio mondiale), per consentire l'uso dei terminali mobili;

o) che il principio di precauzione, che consente di imporre limiti cautelativi ad alcune attività anche in mancanza di effetti pregiudizievoli certi, ma solo sulla base di ipotesi scientifiche opinabili, benché meritevoli di verifiche e sperimentazioni, va applicato secondo criteri di proporzionalità e ragionevolezza, che non siano quindi arbitrari o meramente possibilistici;

p) che nella specie non appare ragionevole la sostituzione delle valutazioni in sede locale rispetto a quelle fatte dal legislatore su base nazionale.

6.2 Le censure sono infondate.

6.2.1 Quanto alle previsioni di cui all’art. 3 del regolamento si rileva quanto segue.

L’articolo 3 del regolamento, per quanto riguarda la localizzazione degli impianti, prevede quattro tipologie di aree del territorio comunale (aree di proprietà comunale, aree già servite da viabilità, aree inserite nelle componenti di PRG come Agro Romano ecc., aree in possesso di pubbliche amministrazioni o di altri enti pubblici) definite come preferenziali ai fini dell’installazione degli impianti medesimi. La localizzazione degli impianti in altre aree è consentita <<solo se tutte le precedenti localizzazioni risultino impossibili, inidonee o insufficienti a garantire la copertura dei servizi, con l’obbligo del rispetto delle aree e siti di cui all’articolo 4 del presente Regolamento>>.

Per quanto riguarda la progettazione degli impianti, la norma prevede dei criteri preferenziali (accorpamento degli impianti su strutture di supporto comuni, ecc.).

La disposizione in esame sostanzialmente riproduce, integrandola, la previsione già contenuta nel protocollo d’intesa del 2004 (in cui era previsto l’impegno delle società concessionarie <<a richiedere all’amministrazione comunale la disponibilità di aree e immobili di proprietà comunale>>, nonché l’impegno di installare impianti in zone ad uso agricolo laddove contigue ad aree edificate o edificabili e tecnicamente compatibili con la precisazione che <<solo in assenza di indicazioni di disponibilità di aree e immobili di proprietà comunale, tecnicamente idonei, gli impianti potranno essere installati in altre posizioni, …>>).

Il punto centrale della questione consiste nello stabilire se tale previsione regolamentare ponga (legittimamente) dei semplici criteri per la localizzazione degli impianti o si traduca (illegittimamente) in una previsione di limiti generalizzati e tendenzialmente assoluti.

Ad avviso del Collegio, nella specie si tratta di semplici criteri di localizzazione, come appare evidente dalla scelta operata dall’amministrazione capitolina, volta a privilegiare alcune aree del proprio territorio (le aree preferenziali), senza per questo tralasciare le altre aree residue.

In astratto, la previsione regolamentare non esclude alcuna area del territorio comunale.

Nel contemperamento degli opposti interessi e delle contrastanti esigenze, l’amministrazione individua un criterio di localizzazione non esclusivo, che pone semplicemente un ordine preferenziale tra tutte le aree del territorio comunale, subordinando la localizzazione dell’impianto in una delle aree residue alla verifica - da condurre evidentemente nel contraddittorio tra le parti interessate - della inidoneità tecnica della localizzazione nell’area preferenziale.

Sotto tale profilo, la norma in esame non soltanto appare sostanzialmente identica a quella contenuta nel protocollo d’intesa del 2004 (approvato con la piena condivisione delle società concessionarie del servizio di telefonia mobile, tra cui l’odierna ricorrente), ma soprattutto rappresenta il frutto dell’elaborazione giurisprudenziale (costituzionale ed amministrativa) formatasi in ordine alla definizione ed all’ampiezza del potere regolamentare riconosciuto ai comuni dall’articolo 8, comma 6, della legge n. 36/2001.

A tal fine, sarà sufficiente fare riferimento alla recente sentenza del Consiglio di Stato, Sezione Terza, del 5 maggio 2017, n. 2073, che, nel ripercorrere la giurisprudenza formatasi sul punto (dalle note sentenze della Corte Costituzionale n. 307/2003 e n. 331/2003 sino alle pronunce dello stesso supremo consesso della giustizia amministrativa, n. 723/2014, n. 1955/2014 e n. 306/2015), ha ribadito il principio secondo cui le disposizioni regolamentari sono illegittime se pongono limiti generali che potrebbero rendere impossibile la realizzazione di una rete completa di infrastrutture per le telecomunicazioni, mentre sono legittime se consentono una possibile localizzazione alternativa (affermando, in sintesi, che <<la pianificazione comunale di settore può interdire agli impianti anche ampie aree, purché ciò sia riconducibile ad uno degli interessi previsti dalla norma e purché ciò, consentendo la localizzazione in aree alternative, non determini difficoltà di funzionamento al servizio - circostanze che devono essere verificate in concreto attraverso il confronto con gli operatori>>).

Di particolare interesse è il richiamo al precedente della Sezione Terza, n. 306/2015 (che si riferisce proprio al protocollo d’intesa del 2004, riconosciuto immune dalle censure prospettate sul punto dai gestori del servizio di telefonia mobile).

Per quanto riguarda in particolare il profilo relativo alla genericità della previsione, che renderebbe difficoltosa per i gestori la pianificazione del programma di sviluppo delle reti sul territorio, il Collegio osserva che la norma va coordinata con la disposizione di cui all’articolo 6, che disciplina gli aspetti procedurali e sostanziali del Piano territoriale della telefonia mobile, prevedendo la partecipazione dei gestori alla formazione di tale atto, il cui contenuto dovrà contenere l’indicazione di tali aree e dei programmi annuali di sviluppo delle reti per ognuno dei gestori.

Tali meccanismi di cooperazione, basati sul contraddittorio con gli interessati, impediscono di configurare una pura e semplice inversione dell’onere della prova/giustificazione a svantaggio dei gestori.

6.2.2 Con riferimento all’art. 4 del regolamento, va anzitutto rilevato che l’imposizione di un limite cd. “distanziale” ragionevole rientra nel potere regolamentare previsto dall’articolo 8, comma 6, della legge n. 36/2001 “per assicurare il corretto insediamento urbanistico e territoriale degli impianti e minimizzare l'esposizione della popolazione ai campi elettromagnetici”. Le finalità previste dalla norma comportano che il potere regolamentare del Comune vada considerato espressione dell'autonoma e fondamentale competenza che detto ente ha nella disciplina dell'uso del territorio; e come tale esso opera anche a prescindere dalla fissazione dei criteri a livello regionale. Esso può tradursi nell'introduzione sia di regole poste a tutela di zone e beni di particolare pregio paesaggistico, o ambientale, o storico artistico, sia nell'individuazione di siti che, per destinazione d'uso e qualità degli utenti, possano essere considerati "sensibili" alle immissioni radioelettriche, e quindi inidonei alle installazioni degli impianti per la minimizzazione dell'esposizione della popolazione ai campi elettromagnetici (Consiglio di Stato, Sez. III, 19 marzo 2014, n. 1361; 14 febbraio 2014 n. 723). In base all’orientamento giurisprudenziale più recente del Consiglio di Stato, il regolamento comunale previsto dall'art. 8, comma 6, della L. n. 36 del 2001, nel disciplinare il corretto insediamento nel territorio degli impianti, può contenere regole per la protezione dall'esposizione ai campi elettromagnetici di zone sensibili ponendo anche divieti generalizzati alla localizzazione degli impianti nelle adiacenze di siti sensibili come scuole ed ospedali o parchi e aree per il gioco e per lo sport, purché non impediscano la copertura di rete del territorio nazionale (Consiglio di Stato, n. 3085 del 18 giugno 2015; n. 4188 dell’8 settembre 2015, n. 2073 del 5 maggio 2017).

Il limite “distanziale” (nella specie fissato a cento metri) non è manifestamente irragionevole o illogico in relazione alle modalità di funzionamento tecnico di impianti di questo tipo. Il parametro della distanza, ancorché non sia l’unico rilevante sotto il profilo tecnico ai fini della valutazione dell’esposizione ai campi elettromagnetici nei singoli casi, riveste un rilievo fondamentale e comunque significativo alla stregua delle leggi fisiche. Esso si rivela quindi maggiormente idoneo a essere assunto nel contesto di una disciplina la quale, per sua stessa natura, costituisce espressione di una valutazione generalizzata ex ante delle situazioni di fatto: ciò avendo riguardo alle finalità di prevenzione/protezione rilevanti sul piano statistico, le quali si aggiungono - non illegittimamente - a quelle che sono considerate dai limiti fissati su base nazionale; mentre ogni altra considerazione di misura e di opportunità dei relativi valori, anche in relazione alla rilevanza del cd. “principio di precauzione” - che può operare anche oltre le soglie minime fissate sulla base della normativa nazionale - rimane estranea al sindacato di questo giudice, coinvolgendo profili misti di discrezionalità tecnica e amministrativa.

Inoltre va ribadito:

a) che il limite “distanziale” in questione era stato già accettato e condiviso dalle società concessionarie in sede di stipula del protocollo d’intesa del 2004;

b) che tale questione aveva formato oggetto anche della vicenda giurisdizionale conclusasi (in senso negativo per le medesime società) con la citata pronuncia del Consiglio di Stato n. 306/2015 (che aveva affermato la piena legittimità dell’imposto limite “distanziale” per la tutela di particolari aree e di siti sensibili);

c) che l’esigenza di copertura della rete rimane comunque garantita (in ossequio all’insegnamento giurisprudenziale) con la previsione delle localizzazioni alternative nelle altre aree del territorio comunale (come stabilito dall’articolo 3, comma quarto, del regolamento, che richiama espressamente, tal fine, i siti sensibili di cui all’articolo 4);

d) che le previsioni dell’art. 103 e dell’art. 105 delle NTA del PRG vanno interpretate conformemente ai suddetti criteri e principi.

7. La ricorrente censura, nella residua parte dei motivi sopra esaminati, il divieto di installazione di nuovi impianti in aree dell’Agro Romano ricadenti nella rete Ecologica secondo le NTA del PRG vigente, nonché l’obbligo di delocalizzazione degli impianti esistenti nelle aree della Città Storica e in particolare del Centro Storico Patrimonio UNESCO, ricavabili dagli articoli 5 e 7 del regolamento.

Nel quinto motivo di ricorso vengono sviluppati ulteriormente i profili di censura riferiti ai medesimi articoli:

“ART. 5 – MISURE DI TUTELA DELL’AMBIENTE E DEL PAESAGGIO

Nei siti indicati dalla direttiva Habitat – Rete Natura 2000 (Direttiva 92/43/CEE) e nelle Aree Naturali Protette (L. n. 394/1991 e LR Lazio n. 29/1997) l’installazione e la modifica degli impianti è subordinata all’acquisizione del parere favorevole degli organi competenti.

In aree soggette a vincolo paesaggistico ai sensi dell’art. 136 e art. 142 del D.Lgs. n. 42/2004 Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, l’installazione e la modifica degli impianti è subordinata all’acquisizione del parere favorevole degli organi competenti.

Su immobili costituenti Beni Culturali ai sensi dell’art. 10 del D.Lgs. n. 42/2004 Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, l’installazione e la modifica degli impianti è subordinata all’acquisizione del parere favorevole degli organi competenti.

L’installazione degli impianti dovrà essere conforme alla normativa dettata dalla pianificazione sovraordinata (Piano Territoriale Paesistico, Piano Territoriale Paesaggistico Regionale, Piano di Bacino, etc.).

Non è consentita l’installazione di nuovi impianti in aree dell’Agro Romano ricadenti in Rete Ecologica, secondo le NTA del PRG vigente, a meno che il Gestore non dichiari espressamente e/o dimostri che da tale divieto discende l’impossibilità di realizzare una completa rete di comunicazione.

I beni e le aree inserite in “Carta per la Qualità” sono soggette alle limitazioni dell’art. 16 delle NTA del PRG vigente. Se gli elementi inseriti in Carta per la Qualità non sono tutelati per legge, le nuove installazioni o modifiche sono soggette all’acquisizione del parere favorevole della Sovrintendenza Capitolina.

Nelle aree di interesse storico, monumentale, architettonico, paesaggistico e ambientale, l’installazione degli impianti, ove consentita e previo N.O. da parte degli organi competenti, deve adottare soluzioni tecnologiche e progettuali tali da mitigare l’impatto visivo.

Ai sensi dell’art. 10, comma 10, delle NTA del PRG vigente i progetti di SRB di telefonia mobile che ricadono nel Sistema dei Servizi, delle Infrastrutture e degli Impianti, di cui al Titolo IV, dovranno essere corredati da una “Valutazione Ambientale Preliminare” (V.A.P.).

Nell’ambito della Valutazione Ambientale Preliminare i progetti devono prevedere interventi di Mitigazione di Impatto Ambientale (M.I.A.); in subordine i gestori devono proporre adeguati interventi ambientali da attuarsi nell’immediato contesto o nell’area di pertinenza. In caso di impossibilità a realizzare gli stessi, i gestori possono richiedere di corrispondere importi sostitutivi, commisurati all’entità dell’intervento e alla valenza ambientale del sito, che consentirà all’Amministrazione Capitolina, sentito il Municipio competente, di realizzare gli interventi ambientali nel contesto urbano di appartenenza.

Agli Uffici del Dipartimento Tutela Ambientale – Protezione Civile e del Dipartimento Programmazione e Attuazione Urbanistica, è attribuito l’incarico di predisporre, con il supporto del Segretariato Generale, una proposta di deliberazione di Giunta Capitolina per la definizione dei criteri applicativi individuati all’art. 5 del Regolamento, parte integrante della presente deliberazione.

Ai sensi dell’art. 10 comma 13 delle NTA del PRG vigente, in caso di interferenza o sovrapposizione con norme sovraordinate si applicano esclusivamente tali norme sovraordinate, per cui la V.A.P. non è dovuta”.

“ART. 7 – AZIONI DI RISANAMENTO E TUTELA AMBIENTALE

Roma Capitale promuove azioni di risanamento degli impianti ai sensi della legge n. 36/2001 e del D.Lgs. n. 259/2003, e loro successive modifiche ed integrazioni in conformità del D.M. n. 381/1998.

La riduzione a conformità è un processo che deve essere attuato ogni volta che venga riscontrato il superamento, con il contributo di una o più sorgenti, dei limiti di esposizione, dei valori di attenzione o degli obiettivi di qualità previsti dagli artt. 3 e 4 del DPCM 8 luglio 2003, dal disposto di cui alla legge n. 221/2012. Tenuto conto del particolare contesto monumentale, archeologico, architettonico, paesaggistico ed ambientale in cui risiedono le aree della Città Storica e in particolare del Centro Storico Patrimonio UNESCO, nelle azioni di risanamento e riqualificazione di cui all’art. 2, punto d) del presente Regolamento, si dovrà tenere conto, nelle forme e nei modi concordati anche con gli operatori, la rimozione e rilocalizzazione entro e non oltre due anni presso aree e/o siti ritenuti conformi al Piano, degli impianti attualmente collocati in siti incompatibili con i vincoli preesistenti.

Tale processo consiste nel riportare il valore del campo elettromagnetico globale al di sotto della soglia superata, e quindi, rispettivamente, al di sotto dei limiti di esposizione, dei valori di attenzione o degli obiettivi di qualità previsti dagli artt. 3 e 4 del DPCM 8 luglio 2003 e dal disposto di cui alla legge n. 221/2012.

Ogni azione volta al risanamento degli impianti viene attuata a cura e spese dei titolari degli stessi”.

7.1 La ricorrente sostiene:

a) che i menzionati divieti di installazione e obbligo di delocalizzazione sono sanciti in modo del tutto generico, generalizzato e immotivato;

b) che la delocalizzazione degli impianti presenti nelle "aree della Città Storica e in particolare del Centro Storico Patrimonio UNESCO" è incompatibile con le esigenze di fornitura di un adeguato servizio di comunicazioni mobili in zone densamente popolate (nella prima, nella seconda e nell’ottava circoscrizione), soprattutto in considerazione del fatto che la giurisprudenza ritiene che in linea di principio questo tipo di infrastrutture sia compatibile con tutto il territorio comunale;

c) che dette disposizioni sono poi illegittime anche per violazione dell'art. 6, comma 4, d.l. 12 settembre 2014, n. 133, c.d. "Sblocca Italia", ai sensi del quale «In deroga all'articolo 146 del codice dei beni culturali e del paesaggio, di cui al decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, e successive modificazioni, non sono soggette ad autorizzazione paesaggistica l'installazione o la modifica di impianti delle reti di comunicazione elettronica o di impianti radioelettrici, da eseguire su edifici e tralicci preesistenti, che comportino la realizzazione di pali di supporto per antenne di altezza non superiore a 1,5 metri e superficie delle medesime antenne non superiore a 0,5 metri quadrati» , nonché con la ratio delle previsioni del medesimo decreto-legge rivolte ad agevolare la realizzazione di reti di comunicazione elettronica a banda ultralarga e la realizzazione delle reti di comunicazioni elettroniche;

d) che è illegittima, per violazione dell'art. 10 delle vigenti NTA del PRG e dell'art. 93 del Codice delle Comunicazioni Elettroniche, la previsione dell'art. 5 del regolamento secondo la quale in sede di Valutazione Ambientale Preliminare (VAP) i progetti devono prevedere interventi di Mitigazione di Impatto Ambientale (MIA), la qual è prevista dal richiamato art. 10 delle NTA del PRG solamente «per tutte le opere e gli interventi soggetti a procedura di VIA, per tutti gli interventi urbanistici-edilizi di Nuova costruzione, di cui all'art. 9, e gli interventi di impianti e infrastrutture, di cui al Titolo IV, che ricadano nelle aree della Rete ecologica, nonché in tutti i casi in cui sia previsto dalle norme dei Piani paesaggistici regionali»: ciò comporta un ingiustificato aggravio del procedimento, oltre che un onere imposto al gestore senza un presupposto normativo di livello nazionale o comunitario che lo giustifichi, e come tale, quindi, vietato in forza di quanto disposto dall'art. 93 del Codice delle Comunicazioni Elettroniche;

e) che l'art. 7 del regolamento è illegittimo anche con riferimento alla previsione relativa ai piani di risanamento con conseguente delocalizzazione, in quanto:

- l'art. 9 della L. n. 36/2001 riserva alle Regioni, su proposta dei soggetti gestori e sentiti i comuni interessati, la competenza ad adottare i piani di risanamento ambientale al fine di adeguare, in modo graduale, gli impianti radioelettrici già esistenti ai limiti di esposizione, ai valori di attenzione ed agli obiettivi di qualità stabiliti dalla 1. n. 36/2011, potendo prevedere anche la delocalizzazione degli impianti;

- l'art. 4, comma 4, della L. n. 36/2011 riserva allo Stato la determinazione dei criteri di elaborazione dei piani di risanamento, cui si provvede con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dell'ambiente, sentiti il Comitato interministeriale per la prevenzione e la riduzione dell'inquinamento elettromagnetico e la Conferenza unificata.

7.2 Le censure sono infondate.

7.2.1 Quanto all’art. 5 va anzitutto osservato che esso (come del resto l’articolo 7) non è affatto generico nell’oggetto e nelle finalità, anche se opera un rinvio “mobile” alle disposizioni di tutela del codice dei beni culturali, a quelle del PRG vigente nonché a quelle specifiche, in materia, del codice delle comunicazioni elettroniche, le quali vanno applicate integralmente, anche con le relative eccezioni, secondo la logica e i criteri propri di tali sottosistemi normativi: e ciò naturalmente pure con riferimento ai casi di esonero dalla richiesta di autorizzazione paesaggistica.

Inoltre va rilevato:

a) che la normativa censurata non pone un divieto di carattere assoluto ma prevede sempre la deroga, costituita dalla dichiarazione espressa (o dalla dimostrazione) da parte del gestore <<che da tale divieto discende l’impossibilità di realizzare una completa rete di comunicazione>>;

b) che la previsione delle misure di mitigazione non contrasta con il disposto dell’invocato art. 93 e con la connessa giurisprudenza basata sul principio di legalità: detta previsione si riferisce infatti nella casistica giurisprudenziale a extra-oneri generali di vario tipo (spese per attività istruttoria; oneri di "collaudo" e "sorveglianza" di scavi; spese per il controllo e la verifica dei valori emessi e per altri eventuali costi connessi con l'impianto, nonché per la promozione di campagne di prevenzione e sensibilizzazione); mentre le misure di mitigazione e compensazione in questione trovano invece il loro titolo direttamente nella disciplina ambientale, di cui costituiscono una componente fondamentale;

c) che in linea generale le misure di compensazione ambientale, previste da varie leggi di settore, costituiscono un momento del complessivo bilanciamento di interessi in materia: particolarmente significative per il loro impatto ampio sono le previsioni della disciplina della valutazione d’impatto ambientale e della valutazione ambientale strategica (Direttiva 85/337/CEE, art. 5 e relativo allegato III; Direttiva 2001/42/CE, art. 5 e relativo all.1), nonché della valutazione di incidenza ai sensi della cd. direttiva Habitat (art. 6, par. 4 della Dir. 92/43 CEE);

d) che non vi è quindi alcuna violazione del principio di legalità, bensì puntuale recepimento - in questo ambito - dell’impostazione ordinamentale generale in materia ambientale: recepimento che, con specifico riferimento alla materia in questione, è connesso alla vigente disciplina del PRG, la quale è pienamente in vigore: essa prevede all’art. 10 la Mitigazione di Impatto Ambientale in una serie di casi ai quali occorre fare esclusivamente riferimento alla stregua di un’interpretazione che coordini ragionevolmente la previsione di cui all’art. 5 del regolamento qui impugnato con la menzionata previsione del PRG;

e) che i connessi oneri procedimentali non appaiono irragionevoli in considerazione della natura e della tipologia degli interventi di mitigazione, non predeterminabili a priori, ferme restando le indicazioni ricavabili dalla normativa del PRG.

7.2.2 Quanto al profilo di censura rivolto avverso l’art. 7, il Collegio osserva che la norma regolamentare non ha attribuito a Roma capitale il potere di adottare i piani di risanamento: essa si limita piuttosto ad affermare che Roma capitale promuove azioni di risanamento, nei limiti delle attribuzioni stabilite dalle leggi statali e regionali in materia (che pacificamente attribuiscono ai comuni una funzione sussidiaria di vigilanza e di controllo sull’osservanza dei limiti e dei parametri previsti dalla normativa vigente in materia di tutela dall’inquinamento elettromagnetico, nonché di esecuzione delle azioni di risanamento in relazione agli impianti di telefonia mobile: cfr. art. 115 L.R. Lazio n. 14/1999).

8. Va esaminato a questo punto il settimo motivo di ricorso (rubricato al numero VIII), col quale la ricorrente lamenta:

a) che il combinato disposto degli artt. 10, 4 e 7 del regolamento prevede l'applicazione e l'efficacia retroattiva della nuova disciplina, in quanto:

- l'art. 4 dispone la delocalizzazione degli impianti esistenti installati su siti sensibili;

- l’art. 7 prevede forme di risanamento (delocalizzazione) degli impianti esistenti nel Centro Storico;

- l'art. 10 stabilisce che l'entrata in vigore del regolamento comporta la decadenza di qualsivoglia atto, regolamento o parte di esso in contrasto con il regolamento e, quindi, può comportare, la decadenza anche dei titoli abilitativi già rilasciati che siano in contrasto con la normativa sopravvenuta;

b) che detta impostazione contrasta con la regola della irretroattività dell'azione amministrativa, anche in relazione all’art. 11 delle “preleggi” e all’art. 21-bis della L. n 241/1990.

8.1 Il motivo è infondato.

L’obbligo di delocalizzazione di cui all’art. 4 del regolamento non configura l’imposizione di un vincolo di carattere retroattivo, dal momento che è accompagnato, nella censurata previsione normativa, dall’onere della <<previa individuazione, autorizzazione e attivazione contestuale di altro sito compatibile ai fini di una efficiente erogazione del servizio>>, in tal modo integrando quel necessario punto di equilibrio richiesto dalla giurisprudenza (cfr. C.d.S., Sez. III, n. 2073/2017 cit.), ai fini dell’applicazione della nuova disciplina conformativa regolamentare, tra le contrastanti esigenze di tutela degli interessi dei comuni e dei gestori, entrambe costituzionalmente rilevanti.

Inoltre, nell’art. 7 non c’è alcuna imposizione direttamente retroattiva, priva di attuazione transitoria. La norma, infatti, prevede che in caso di superamento dei limiti di esposizione, sia avviato un processo di riduzione a conformità, di rimozione e rilocalizzazione, da concordare nelle forme e nei modi anche con gli operatori, e da avviare entro e non oltre due anni presso aree e/o siti ritenuti conformi al piano.

E comunque la giurisprudenza recente del Consiglio di Stato (Sez. III, n. 2073/2017) tende a discostarsi da un’applicazione rigida del principio della irretroattività, in considerazione della particolare natura degli interessi di cui è portatore il comune nell’esercizio del potere regolamentare in questione, affermando che, in ragione di tali interessi, gli impianti esistenti non possono ritenersi esenti da qualunque intervento conformativo e che sia necessario un serrato confronto dialettico “in ordine alla possibilità di reperire siti di installazione alternativi dove rilocalizzare gli impianti a condizioni tecnicamente ed economicamente sostenibili”, che deve “prendere avvio dall’iniziativa dei gestori, i quali, nel confronto procedimentale con i comuni, sono gli unici soggetti in possesso di adeguate conoscenze sulle esigenze del servizio e sui margini di “elasticità” di organizzazione delle proprie reti, e quindi in grado di proporre delle soluzioni alternative adeguate (ovvero di far constatare la mancanza di esse e la conseguente necessità di mantenere le installazioni esistenti)”. Ne consegue che l’articolo 10 del regolamento deve essere interpretato, per quanto attiene al profilo qui in esame, in relazione alle menzionate previsioni contenute negli articoli 4 e 7, nonché del menzionato criterio giurisprudenziale, che configurano un sistema che supera il vaglio giurisdizionale sotto il profilo del ragionevole contemperamento degli interessi in gioco alla luce dell’affidamento dei gestori.

9. Va infine esaminato il sesto motivo (rubricato al numero VII) con il quale la ricorrente censura principalmente alcuni tratti della procedura autorizzativa ricavabili dall’art. 11 del regolamento:

“ART. 11 – PROCEDURA AUTORIZZATIVA

11.1 – Impianti di telefonia – Stazioni Radio Base

L’installazione e la modifica delle caratteristiche di emissione degli impianti radioelettrici, e in particolare l’installazione di torri, di tralicci, di impianti radio-trasmittenti, di ripetitori di servizi di comunicazione elettronica, di stazioni radio base per reti di comunicazioni elettroniche mobili GSM/UMTS/LTE, o tecnologiche assimilabili successive, viene autorizzata da Roma Capitale.

L’installazione e le modifiche degli impianti di telefonia mobile sono soggette a richiesta di autorizzazione di cui agli artt. 86, 87, 87/bis e 87/ter del D.Lgs. n. 259/2003 e ss.mm.ii..

La realizzazione, la modifica tecnologica, l’implementazione ed il trasferimento degli impianti in esame presuppongono il perfezionamento del titolo di legittimazione di cui all’art. 87 e segg. del D.Lgs. n. 259/2003 e ss.mm.ii..

L’istanza, conforme al modello A dell’allegato n. 13 al D.Lgs. n. 259/2003, è presentata a Roma Capitale – Dipartimento Programmazione e Attuazione Urbanistica – U.O. Coordinamento permessi di costruire e vigilanza, e copia per conoscenza al Municipio competente, a firma del legale rappresentante, ed è corredata della documentazione, anche su supporto informatico, con possibilità di trasmissione via pec, prevista dal medesimo allegato.

L’istanza dovrà contenere idonea documentazione, anche sotto forma di dichiarazione sostitutiva ai sensi del D.P.R. n. 445/2000, comprovante la titolarità, da parte del richiedente:

1. di un titolo giuridico valido ed efficace che lo abiliti a realizzare e gestire in proprio l’impianto in esame, ovvero a realizzare e gestire l’impianto;

2. di un titolo giuridico vigente ed efficace che lo abiliti all’uso dell’area e/o dell’immobile prescelto come sito di installazione dell’impianto.

L’istanza deve essere inoltre corredata di tutta la documentazione prevista dal D.Lgs. n. 259/2003 e ss.mm.ii., tra cui:

1. autorizzazioni, pareri, nulla osta, o altro atto di assenso comunque denominato, previsto dalla normativa vigente, e copia della presentazione D.M. n. 37/2008 al Genio Civile;

2. il parere favorevole dell’ARPA sulla compatibilità del progetto alle disposizioni di cui al D.P.C.M. 8 luglio 2003 e dal disposto dalla legge n. 221 del 17 dicembre 2012, e che accerti il rispetto dei limiti di esposizione, dei valori di attenzione e degli obiettivi di qualità, relativi alle emissioni nonché sulle possibili interferenze relative agli apparati elettromedicali, tenendo anche conto dei valori di fondo elettromagnetico esistenti e dei valori stimati dell’impianto;

3. eventuali altri pareri, autorizzazioni, concessioni, nulla-osta ed altri atti di assenso comunque denominati previsti per legge in relazione agli eventuali vincoli presenti;

4. ove non sussistono norme sovraordinate occorre il parere favorevole espresso dal competente Servizio Autorizzazioni Ambientali del Dipartimento Tutela Ambientale – Protezione Civile in merito alla Valutazione Ambientale Preliminare (V.A.P.);

5. la ricevuta di pagamento di segreteria istruttoria;

6. la ricevuta di pagamento dei “Diritti di Segreteria per il rilascio VAP”.

Qualora uno o più dei pareri o provvedimenti di cui al presente paragrafo, ad esclusione del parere favorevole di ARPA, non sia allegato alla richiesta di Autorizzazione, l’Amministrazione Capitolina ne chiede la presentazione, interrompendo i termini previsti dalla vigente normativa in materia di silenzio assenso (SA), fino all’avvenuto perfezionamento della richiesta di autorizzazione.

Se gli atti mancanti non vengono prodotti nei termini indicati, Roma Capitale indice una Conferenza di Servizi per il rilascio di un’autorizzazione unica con le modalità e nei termini di cui alle vigenti norme.

Nel caso di condivisione della stessa struttura o degli stessi elementi radianti da parte di più operatori, sussiste l’obbligo di presentare un’unica richiesta di autorizzazione da parte

di tutti i singoli fruitori dell’impianto. In detta richiesta devono essere indicate le eventuali condivisioni; inoltre ciascun singolo operatore di frequenza o di banda di frequenza è tenuto, per ogni progetto, ad acquisire autonomamente, l’apposito parere tecnico preventivo da parte dell’ARPA Lazio.

Copia dell’istanza viene inoltrata dal proponente contestualmente ad ARPA Lazio, che si pronuncia entro trenta giorni dal ricevimento degli elaborati, esprimendo il prescritto parere tecnico preventivo. Alla formulazione di detto parere è subordinata l’attivazione dell’impianto e non anche il perfezionamento del titolo di legittimazione. L’operatore è obbligato ad ottemperare, prima dell’attivazione dell’impianto, alle eventuali prescrizioni dettate da ARPA Lazio.

Roma Capitale nella figura dirigenziale dell’Ufficio Coordinamento permessi di costruire e vigilanza – Dipartimento Programmazione e Attuazione Urbanistica, provvede a trasmettere copia del progetto al Municipio competente che provvede a pubblicizzare l’istanza, pur senza diffondere i dati caratteristici dell’impianto, salvo che l’operatore interessato autorizzi la divulgazione dei profili tecnici dell’impianto stesso.

11.2 – Microcelle, ponti radio, e altri impianti

La realizzazione di microcelle (potenza in singola antenna non superiore a 5 Watt) è soggetta ai sensi dell’art. 35, comma 4 e 4/bis del D.L. n. 98/2011 convertito con modifiche nella legge n. 111/2011 e ss.mm.ii., alla sola comunicazione all’ARPA Lazio, a Roma Capitale – Dipartimento Programmazione e Attuazione Urbanistica – U.O. Coordinamento permessi di costruire e vigilanza, e per conoscenza al Municipio competente, contenente un’autocertificazione corredata di una relazione tecnica con i dati radioelettrici aggiornati.

All’interno di aree di particolare pregio storico, architettonico, paesaggistico o naturalistico ed estetico, interessate da regimi vincolistici imposti a norma di legge, è data priorità alla installazione di microimpianti, salva l’esistenza di comprovate e documentate circostanze ostative di carattere tecnico alla luce delle esigenze del servizio e comunque su base non interferenziale con impianti di altri soggetti concessionari o autorizzati legittimamente operanti.

In ogni caso, gli impianti installati in dette zone non devono alterare significativamente lo stato visivo dei luoghi. A tali fini si può ricorrere ad adeguate forme di mascheramento e mimetizzazione degli impianti.

I soggetti interessati all’installazione di impianti di telecomunicazione diversi, quali ponti radio o assimilabili, devono darne comunicazione al Comune ed al Municipio competente, almeno 45 giorni prima dell’effettivo inizio dei lavori.

11.3 – Impianti temporanei

E’ possibile procedere all’installazione di impianti mobili temporanei dandone comunicazione al Municipio competente, nei termini definiti dall’art. 11.1 del presente Regolamento, esclusivamente nei seguenti casi, debitamente comprovati dall’operatore:

a) eventi di carattere sociale, ricreativo, sportivo, culturale e religioso di particolare rilevanza;

b) esecuzione di prove tecniche di copertura e trasmissione radioelettrica;

c) copertura di aree non servite dall’operatore, limitatamente ai tempi tecnici ed amministrativi necessari per la conclusione delle procedure di pianificazione e relativamente ai siti programmati. Nel caso sub a) il titolo di legittimazione spiegherà efficacia, sempre nel rispetto delle soglie prescritte e previo espletamento delle procedure autorizzative ordinarie, sino al terzo giorno successivo alla data di conclusione dell’evento; nei casi sub b) e c) il titolo di legittimazione produrrà effetti per un periodo massimo di sei mesi, non rinnovabili nell’ipotesi sub b); rinnovabili per una sola volta per ulteriori sei mesi nell’ipotesi sub c). Le procedure di legittimazione degli impianti temporanei devono essere espletate nel più breve tempo possibile, avendo carattere prioritario.

Sono esonerati dall’acquisizione del titolo di legittimazione gli impianti temporanei attivati per emergenze sanitarie, per esigenze di protezione civile ed in genere per esigenze connesse alla tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica. Detti impianti possono essere attivati per il periodo di tempo stabilito dall’Autorità competente.

Tutti gli impianti temporanei dovranno rispettare in ogni caso i limiti di esposizione ai campi elettromagnetici di cui al D.P.C.M. 8 luglio 2003 e ss.mm.ii. e al presente Regolamento.

11.4 – Impianti di altri enti pubblici

Tutti gli Enti Pubblici diversi da Roma Capitale che abbiano necessità di installare impianti di cui all’articolo 1, comma 2 del presente Regolamento devono inviare al Dipartimento Programmazione e Attuazione Urbanistica – Coordinamento permessi di costruire e vigilanza, ed al Municipio competente, 45 giorni prima dell’effettivo inizio dei lavori, una comunicazione in cui si dichiara che tali impianti servono a garantire l’espletamento dei propri servizi di pubblica utilità o diretti alla difesa nazionale.

In caso contrario valgono le procedure di cui al presente Regolamento.

In ogni caso resta invariato l’obbligo di legge per il rispetto dei limiti di esposizione ai campi elettromagnetici di cui al D.P.C.M. 8 luglio 2003 e successive modifiche ed integrazioni.

11.5 – Messa in esercizio e comunicazione post attivazione

L’operatore, dopo il perfezionamento del prescritto titolo di legittimazione, ha l’obbligo di comunicare a Roma Capitale, all’ARPA Lazio ed al Municipio interessato, entro dieci giorni dalla messa in esercizio dell’impianto, la data di attivazione dello stesso in modo da consentire ad ARPA Lazio l’esecuzione di misure di post-attivazione onde verificare il rispetto dei limiti e degli obiettivi di qualità applicabili alla luce del D.P.C.M. 8 luglio 2003, dal disposto dalla legge n. 221 del 17 dicembre 2012 e del presente Regolamento.

Nella comunicazione deve essere indicato esplicitamente se l’attivazione impianto sia finalizzata all’esecuzione di prove tecniche di trasmissione, che non possono comunque protrarsi per oltre 30 giorni, fatta eccezione per gli impianti temporanei, disciplinati dall’art. 6.3. Decorso tale termine l’impianto dovrà essere condotto a regime.

In assenza dell’attestazione di conformità l’impianto non potrà essere attivato”

In secondo luogo la ricorrente censura il richiamato art. 5 del regolamento nella parte in cui prevede la Valutazione Ambientale Preliminare per gli impianti che ricadono nel Sistema dei Servizi, delle Infrastrutture e degli Impianti.

In particolare la ricorrente sostiene:

a) che l'imposizione di detti obblighi e prestazioni ulteriori contrasta pesantemente la previsione, da parte della norma statale, di procedure tempestive, non discriminatorie e trasparenti per la concessione del diritto di installazione di infrastrutture, della riduzione dei termini per la conclusione dei procedimenti amministrativi, nonché della regolazione uniforme dei medesimi procedimenti;

b) che la previsione della VAP, così come delineata nel combinato disposto degli artt. 5 e 11 del regolamento, è in contrasto sia con la normativa di settore, sia con l'art. 10 delle NTA al PRG, in quanto si configura non più come un parere endoprocedimentale, non vincolante, ma come parere vincolante anteriore alla presentazione dell’istanza, con le connesse complicazioni anche di tipo procedurale;

c) che la procedura prevista dall'art. 11 del regolamento non differenzia tra richieste autorizzatorie per nuovi impianti e richieste per modifiche degli impianti esistenti, con violazione del sistema di cui agli artt. 87 e ss. del CCE, che è basato su una pluralità di procedimenti differenziati a seconda della tipologia di intervento da realizzare;

d) che in particolare, viene meno la possibilità di avvalersi della procedura di cui all'art. 87-ter in quanto il procedimento previsto dall'art. 11 è incompatibile con l'autocertificazione prevista dalla normativa nazionale;

e) che allo stesso modo l'art. 11.2 è illegittimo lì dove limita l'applicabilità dell'art. 35 della legge n. 111/11 ai soli impianti con potenza fino a 5W e prevede l'obbligo di preventiva comunicazione al comune della volontà di installare dei ponti radio;

f) che infine è da ritenersi illegittima la previsione di cui al medesimo comma 1 dell’art. 11 del regolamento per cui «Qualora uno o più dei pareri o provvedimenti di cui al presente paragrafo, ad esclusione del parere favorevole di ARPA, non sia allegato alla richiesta di Autorizzazione, l'Amministrazione Capitolina ne chiede la presentazione, interrompendo i termini previsti dalla vigente normativa in materia di silenzio assenso (SA), fino all'avvenuto perfezionamento della richiesta di autorizzazione»: ciò in quanto il procedimento di definizione delle istanze concernenti l'installazione di stazioni radio base contempla l'esercizio del potere di sospensione solo in casi tassativamente stabiliti, quali l'integrazione documentale, ovvero la convocazione della Conferenza di Servizi nell'ipotesi di motivato dissenso di una delle Amministrazioni interessate.

9.1 Ad avviso del Collegio le censure sono allo stato inammissibili, trattandosi di previsioni meramente procedimentali prive di immediata lesività.

Infatti, mentre le censure sostanziali sopra esaminate, e disattese nel merito, sono state comunque passibili di ricorso giurisdizionale ancorché proposto avverso un atto regolamentare, venendo in rilievo l’esigenza degli operatori alla precisazione della cornice normativa necessaria per la programmazione della propria attività, lo stesso non può dirsi dei profili meramente procedimentali, la cui lesività va verificata in concreto nella fase applicativa con riferimento ai singoli procedimenti.

10. Conclusivamente il ricorso deve essere respinto con riferimento a tutti i motivi ad eccezione di quello esaminato ai punti 9 e 9.1, che va dichiarato inammissibile.

11. La complessità della controversia giustifica la compensazione delle spese di giudizio.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Seconda Quater), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, in parte lo respinge e per il resto lo dichiara inammissibile come da motivazione.

Dispone la compensazione delle spese e delle competenze di giudizio.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 27 giugno 2017 con l'intervento dei magistrati:

Leonardo Pasanisi, Presidente

Francesco Arzillo, Consigliere, Estensore

Stefano Toschei, Consigliere

 

 

L'ESTENSORE

IL PRESIDENTE

Francesco Arzillo

Leonardo Pasanisi

 

IL SEGRETARIO