L'uomo e il diritto

letto 137 voltepubblicato il 31/07/2021 - 22:42

Come abbiamo cercato di dimostrare nella segnalazione "Una vittoria per l'Italia", il nostro Paese è la culla dell'umanesimo, e dello stretto legame tra uomo e natura. Possiamo andare anche oltre. Il grande giurista di fine ottocento Giuseppe Carle, affermava che in realtà il diritto è l'uomo stesso, colto nei vari momenti della sua esistenza. L'uomo che fa ? Fa la guerra, stipula la pace, istituisce trattati,  pone in essere contratti, commette reati, si sposa, intrattiene rapporti con dio, vive nella natura e via discorrendo. Non a caso a tutte queste attività corrispondono altrettante branche del diritto: così abbiamo il diritto internazionale, il diritto di guerra, il diritto penale, il diritto religioso ( oggi detto diritto canonico), il diritto naturale, il diritto dei contratti ecc. Tutti questi rami del diritto hanno per scopo il raggiungimento di una determinata utilità, a tal punto che si può parlare bene a ragione di utilitarismo del diritto. Ma posto ciò, bisogna sottolineare la grande differenza tra la concezione odierna e quella romana del giure. I moderni popoli occidentali, infatti, hanno una visione giuridica totalmente "laicizzata", volta alla ricerca del prix d'argent o del risarcimento del danno. La religione non è integrata nel corpo del diritto: i rapporti religiosi o sono "relegati" nell'ambito della Chiesa ed allora si parla di diritto canonico, o intercedono tra lo Stato e la Chiesa medesima  ed allora si tratta di diritto ecclesiastico. Per i Romani le cose stavano in modo diverso, sicuramente per le prime fasi della loro storia. La religione allora permeava tutti i settori del diritto pubblico e privato, non c'era rapporto giuridico che non avvenisse senza l'egida degli dei. Soprattutto il diritto pubblico, riguardante l'intera comunità, era inteso come diritto religioso o sacro, perché il popolo tutto, inteso come somma di individui, aveva bisogno evidentemente di una protezione divina più intensa di quella riservata al singolo individuo. Quindi siamo in presenza di un punto di vista fortemente antropocentrico, per il quale Dio e natura erano piegati in qualche modo alla volontà dell'uomo. Egli era veramente "misura di tutte le cose", per dirla col sofista greco Protagora. Il diritto quindi comprendeva sia la natura che Dio, o almeno i rapporti religiosi,  e con ciò possiamo concludere che esso, nell'esperienza romana, abbracciava la totalità del reale, era un termine sintetico designante l'intero ordine delle cose. Nonostante la decadenza delle credenze e dei costumi tradizionali avvenuta a partire dalla crisi della Repubblica, la cultura giuridica romana non perderà mai questa considerazione valoriale del diritto, che era sì strumento di ricerca di beni ed  utilità ma anche conoscenza delle cose umane e divine. Sillogisticamente, dovremmo concludere, secondo l'opinione su ricordata di G. Carle, che l'uomo è il vero perno della realtà. La qual cosa,  a mio avviso, ci porterebbe troppo in avanti. Ci basti aver dimostrato che l'Italia è il Paese a misura d'uomo, è il Paese dell'uomo, che in esso deve vivere in armonia con la natura.