La natura del diritto

letto 183 voltepubblicato il 09/08/2021 - 19:54

Nell'esperienza romana il diritto nasce come qualcosa di rispondente alla realtà delle cose, indipendentemente da ogni intervento umano. E' il rapporto instaurato tra l'uomo e la Divinità per l'ottenimento di un bene non necessariamente materiale, ma riguardante anche altri ambiti, come la purezza rituale ecc. Al diritto bisogna aggiungere il costume degli antenati, costituito da riti e cerimonie sacre. Il diritto delle origini è rigorosamente orale, racchiuso in poche formule verbali che riflettono la logica delle cose. Diversa dal diritto è la legge, anche se poi i due termini finiranno per essere usati come sinonimi.In pieno I sec. D.C., il retore Quintiliano dice che il diritto è composto da due elementi: per la maggior parte dal costume e poi dalla legge. La legge scritta è una creazione umana, anche se per lungo periodo di tempo essa conserva la caratteristica di "atto rituale", per il quale è sempre necessaria la manifestazione della volontà divina. E questo la avvicina in verità al diritto. La vera differenza tra legge e diritto sta nella provenienza sociale e politica: il diritto è di parte ottimate, cioè è proprio delle classi sociali dominanti aventi una mentalità conservatrice e poi apertamente reazionaria, che alla fine si rivelerà ottusa e perdente. La legge è espressione della volontà popolare e veicola i bisogni e le aspettative di quel ceto di uomini che col passar del tempo si ingrossa sempre più, passando dallo stato di popolo delle origini a quello di massa alla fine della Repubblica. Il diritto è per sua natura privato ed i suoi utenti sono i grandi commercianti e proprietari terrieri; la legge è invece pubblica ed i suoi utenti sono i ceti popolari.Questa "ripartizione di competenze" serve a garantire per alcuni secoli un buon equilibrio tra le opposte esigenze, finché l'accumularsi di eccessive ricchezze in capo a pochi manda in malora l'edificio repubblicano tanto ammirato da Polibio. Da allora in poi il diritto finisce col diventare il braccio operativo del potere, che, in situazioni libertarie o meno, produce diseguaglianze e squilibri sociali. Già Cicerone discettava sul perché il "mio" deve diventare "tuo", a proposito della riforma agraria promossa dai Gracchi. Il diritto diventa quindi lo strumento di cui si avvale la classe dominante per controllare e "sottomettere" la restante parte della popolazione. E ciò tanto in regime di libertà quanto in regimi autoritari o dittatoriali. La differenza tra le due situazioni è però evidente: mentre nel primo vengono riconosciuti all'individuo i fondamentali  diritti di libertà, questo non avviene nel secondo caso, in cui il potere avoca a sé tutte le facoltà di azione, lasciando il singolo sguarnito dei basilari presidi giuridici.Ai primordi della sua storia il diritto serviva quindi a garantire il soddisfacimento delle più importanti necessità di sopravvivenza, in un clima permeato dal divino.Con la nascita dello "Stato" ed il processo di civilizzazione, la sua natura cambia in senso fortemente egoistico, privilegiando gli interessi delle classi alte.