Economia libera ed economia assistita

letto 266 voltepubblicato il 11/08/2021 - 19:39

Ben sappiamo che i padri fondatori del liberalismo, come A. Smith, J.S.Mill e Bentham in Inghilterra e, poniamo un Bettino Ricasoli o un Cavour in Italia, erano portatori non solo di istanze economiche ma anche morali. In altre parole, essi intendevano la libertà economica come un principio da considerare all'interno della più ampia gamma dei diritti umani. Posizione ribadita in età moderna da Einaudi e da von Hayek, con il suo concetto di "ordine spontaneo" della società. A me pare che questo modo di intendere il liberalismo abbia subito nel tempo una "volgarizzazione", che si siano cioè lasciate da parte le istanze morali per giungere ad un trionfo del "gusto", del "piacere" e di ciò è prova lampante la pubblicità che imperversa in televisione e ancor più su Internet. Questo decadimento dell'idea originaria (Smith diceva che "il mio utile è anche il tuo utile"), può essere il portato di un processo di massificazione, ma secondo me deriva dai fondamenti impliciti in quell'idea. La libertà infatti non è un principio assoluto, ma è limitato da numerosi fattori di ordine sociale.Una società libera crea tante cose positive, ma ne crea altre che positive non sono, come lo sfruttamento sistematico della prostituzione, vera forma di schiavizzazione delle donne, od altri tipi di sfruttamento, alienazione, emarginazione ed infine vere e proprie malattie sociali come la droga, il tabagismo e l'alcolismo, intorno a cui ruotano interessi miliardari. D'altra parte, la strada del dirigismo di Stato rischia seriamente di imbalsamare le energie di tanti "soggetti" che hanno la vocazione per la libera impresa o per la libera professione, realizzando in queste la propria esistenza ed apportando con il loro impegno grandi benefici alla società. Anche i Romani a modo loro conoscevano la contrapposizione tra economia "libera" ed economia "assistita", pur senza giungere a teorizzarla, vivendo in una società pre-capitalistica, o meglio, in una società che conosceva solo il capitale terriero e commerciale. Come i Greci, essi rivolgevano la loro attenzione all'economia domestica; l'economia politica è tutta creazione dei moderni. Bisogna comunque dar loro atto di aver preconizzato un modello di welfare state , sia pure con le non grandi risorse di cui disponevano. Infatti, tra Repubblica ed Impero, ma più sotto l'Impero, la plebe, o forse sarebbe meglio dire il popolino, godeva di distribuzioni alimentarie gratuite, sotto forma di carne, pane olio od anche danaro, che tendevano però a  svenare le casse dello Stato. Ma, oltre ai giochi gladiatori, divertimento per più versi discutibile, le persone di umile condizione avevano accesso anche, per pochi spiccioli, ai grandi complessi termali, dove potevano rilassarsi e curare il proprio fisico vuoi dal punto di vista dell'igiene, vuoi da quello delle attività motorie. Anche i militari ben presto giunsero ad esigere donativi sempre più alti in cambio della fedeltà a questo o a quell' Imperatore, facendo precipitare l'Impero nel caos. Ieri come oggi, comunque, l'alternativa è fra l'economia politica, nelle sue grandi branche della micro e macro-economia, di ispirazione privatistica, e la politica economica, che studia gli effetti dell'intervento dei pubblici poteri nella vita economica. A mio avviso non è necessario prendere partito per l'una o l'altra disciplina. Se è giusto lasciare operare la libera concorrenza, è altrettanto giusto accettare l'intervento della mano pubblica, che all'occorrenza, se usata razionalmente ed imparzialmente, può ridimensionare le distorsioni prodotte dal mercato. Non tutti possono essere "uomini in carriera": vi è una gran parte della popolazione che, per motivi familiari, sanitari ecc., rimane emarginata. Questo fenomeno non può combatterlo il mercato, tutto rivolto al profitto e cieco di fronte ai problemi umani: ci vuole una robusta cura di Previdenza sociale.