L'innovazione è una disobbedienza riuscita...

letto 3018 voltepubblicato il 12/12/2008 - 17:40 nel blog di Salvatore Marras

Una delle più suggestive definizioni di innovatore, che ho trovato nei libri sul cambiamento organizzativo, è che si tratta di qualcuno al quale è riuscita una disobbedienza. Disobbedire alle regole, alle consuetudini, alle gerarchie o ai vincoli che imbalsamano la nostra PA, in fondo, non è difficile. Più difficile e raro è fare qualcosa di eccezionale (nel senso di eccezione) che funziona e viene accettata. Questa definizione mi è tornata in mente leggendo nel . Potete già trovare le prime proposte di intervento. Oreste Salvaggio propone questo titolo: Innovare attraverso percorsi di frontiera, infrangere per poi normalizzare.
 

 

2 commenti

Fabio Catalano

Fabio Catalano04/03/2009 - 23:51
L’irrequieta figura dell’Ulisse dantesco (Inferno canto XXVI) mi è particolarmente cara per motivi personali, ma ritengo che ben si addica all’affascinante definizione di innovatore proposta da Salvatore. Immagine di un uomo che disobbedendo alle consuetudini umane (e divine), supera le Colonne d’Ercole, punto oltre il quale era vietato il passaggio ad ogni mortale: “nec plus ultra”. Ulisse, spinto dall’irrefrenabile desiderio di “divenir del mondo esperto”, sprona i compagni di viaggio a seguirlo nell’ardita impresa: “Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”. Il suo ardore pervade i suoi ascoltatori (tanto che se in seguito avesse voluto non sarebbe riuscito a trattenerli): è il momento in cui l’innovazione viene accolta e condivisa, si diffonde come un fuoco ingovernabile. E questa è la condizione necessaria perché una singola disobbedienza diventi innovazione e trampolino di lancio: “e volta nostra poppa nel mattino, de' remi facemmo ali al folle volo”. Questo volo, che dischiude la conoscenza di cose meravigliose e sconosciute agli uomini, è tuttavia definito folle dallo stesso Ulisse, poiché la sfida innovativa non ha incontrato il gradimento della Volontà divina, portando al naufragio. Egli (che per seguire il suo desiderio profondo ha abbandonato anche gli affetti più cari) a posteriori riconosce la follia dell’impresa, ma quell’ardore non si è spento neanche tra le fiamme che lo avviluppano. …ed anzi pare che l’ardore stesso le alimenti! Dante, pur essendo obbligato a collocare questa figura nei gironi infernali, malcela una profonda ammirazione per questo eroe, che ricorda il mito di Prometeo. Alla fine di questa riflessione, …sperando di non apparire eccessivamente didascalico, condivido con voi alcune delle domande che mi sorgono: Che cosa consente ad una disobbedienza di essere accettata per tramutarsi in innovazione? Qual’è il desiderio profondo che spinge l’innovatore? Quali sono i rischi in cui incorre l’innovatore e l’innovazione? Fabio Catalano
Mario Fabiani

Mario Fabiani16/12/2008 - 16:45
Sottoscrivo in pieno, soprattutto l'affermazione che il difficile è far accettare il cambiamento. Spesso non basta dimostrare che funziona, anche perchè far "funzionare" un certo tipo di P.A. significa andare a sconvolgere millenari equilibri, scoperchiare comode "parrocchiette", scompaginare accordi di tacita non-interferenza... Interessante a questo proposito l'intervista a Giuseppe De Rita pubblicata su ForumPA, dove si pone l'attenzione sull'impatto dell'innovazione di processo in alcuni uffici della P.A. dove, di fatto, non si sa più cosa fare... paradossale, e anche provocatorio. Ma utile per segnalare che non basta correr dietro ai tassi di assenteismo: si deve anche cambiare modello organizzativo. E soprattutto mentalità.