Collegato lavoro e Decreto milleproroghe: quanti dubbi

letto 10029 voltepubblicato il 13/10/2011 - 17:23 nel blog di pierpaolo bagnasco, in Servizi per l'Impiego

Nel previgente sistema normativo previsto dall’art.6 comma 1 della il lavoratore licenziato nel corso di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato aveva sessanta giorni di tempo per impugnare anche stragiudizialmente il licenziamento di cui ravvedeva l’illegittimità; adempiuto tale incombente poteva poi procedere giudizialmente nei cinque anni successivi, applicandosi alla fattispecie il termine prescrizionale previsto in materia di lavoro.

Nell’ottica di eliminare le situazioni di incertezza che spesso conseguono alla risoluzione dei rapporti di lavoro, il collegato lavoro () pur conservando il termine di sessanta giorni per contestare il licenziamento ha previsto un ulteriore termine decadenziale di duecentosettanta giorni per promuovere l’azione giudiziale, condizione che si realizza attraverso il deposito del ricorso presso la cancelleria del competente tribunale del lavoro; la normativa non si applica però solo ai rapporti di lavoro a tempo indeterminato ma si estende anche alle altre figure di lavoro “flessibile”, quale quelle a tempo determinato, a progetto e al lavoro somministrato, raccogliendo così le istanze che provengono dal proliferare delle nuove figure contrattuali ovviamente sconosciute al momento dell’emanazione della legge del 1966.
La novità è stata però oggetto del successivo intervento in sede di emanazione del c.d. decreto milleproroghe (art.2, co 54 ); il legislatore, evidentemente preoccupato della prevedibile “valanga” di azioni giudiziarie  conseguenti alla previsioni di termini così stringenti, ha stabilito che “ in sede di prima applicazione le disposizioni di cui all’art.6, primo comma, della L.15 luglio 1966 n.604, come modificato dal comma 1 del presente articolo (collegato lavoro n.d.r.), relative al termine di sessanta giorni per l’impugnazione del licenziamento, acquistano efficacia a decorrere dal 31 dicembre 2011”; la mancata chiarezza dell’ultimo intervento normativo ha comportato fondati dubbi interpretativi e conseguenti problematiche applicative.
Ci si è chiesti infatti se la proroga si applichi, stante il tenore letterale dell’art. 2 co.54 del decreto milleproroghe, unicamente ai licenziamenti intimati nei confronti dei lavoratori a tempo indeterminato, escludendosi pertanto le altre fattispecie contrattuali pur previste nel collegato lavoro e se, inoltre, il rinvio dell’entrata in vigore rimetta in termini anche coloro che alla data del 23 gennaio 2011, data ultima per l’impugnativa dei rapporti di lavoro cessati anteriormente all’entrata in vigore del collegato lavoro, non si fossero attivati per impugnare l’illegittima risoluzione del contratto di lavoro.
La risposta a tali interrogativi, come prevedibile, non è stata univoca.
Nell’ordine del giorno n.9/4086/12 promosso dall’On.le Cazzola nella seduta dell’Assemblea del Senato del 25 febbraio 2011 si è data un’ interpretazione della proroga chiaramente orientata a negare che essa possa estendersi anche alle fattispecie diverse dal licenziamento intimato nel corso di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato; e si evidenzia come sull’abbrivio di tale lettura anche il governo si sia impegnato ad emanare disposizioni finalizzate ad evitare ogni possibile incertezza interpretativa, attraverso l’esplicazione formale della permanenza dell’obbligo di impugnare entro i termini di decadenza previsti dal collegato lavoro le fattispecie lavorative diverse da quella a tempo indeterminato (impegno allo stato non assolto).
Questa interpretazione che, ribadiamo, si fonda prevalentemente sul dato strettamente letterale della norma contenuta nel decreto milleproroghe, sembra però non avere trovato unanime consenso tanto che la recente sentenza del Tribunale di Milano, sezione lavoro, la numero 3914 del 4 agosto scorso, è giunta a conclusioni del tutto diverse e, in definitiva, fondamentalmente condivisibili.
Malgrado infatti la lettera della norma possa apparire stringente nel delimitare le ipotesi di proroga dell’entrata in vigore del nuovo regime, circoscrivendole ad una sola fattispecie, in realtà l’intenzione del legislatore era quella di evitare la corsa all’incardinamento dei giudizi, intento che verrebbe fortemente frustrato qualora ci si limiti alle sole posizione dei lavoratori a tempo indeterminato e a quei soggetti i cui rapporti sono terminati successivamente al 24 gennaio 2011 e che si troverebbero “congelati” fino al 31 dicembre 2011.
Sulla scorta di queste ultime considerazioni il giudice ambrosiano ha dunque dato una lettura della normativa di segno completamente opposto; in particolare il dato letterale da cui è partito è stato l’inciso “in sede di prima applicazione” contenuto nel decreto 225/010.
Se, dunque” afferma nella sentenza il giudice del lavoro “la norma dispone dell’efficacia della disciplina in sede di prima applicazione, la sua portata non può che essere retroattiva, ossia destinata a regolamentare i primi effetti della nuova disciplina, con la conseguenza di una sostanziale rimessione in termini di quanti fossero medio tempore decaduti per lo spirare della data del 24 gennaio 2011
Aggiunge ancora “la previsione in parola, d’altronde, ove si interpreta in senso contrario non avrebbe senso alcuno: posto che la stessa si riferisce espressamente al termine di sessanta giorni per l’impugnazione del licenziamenti e che detto termine per il licenziamento era già previsto dalla L.604/66 pare ovvio che il Legislatore abbia voluto posticipare gli effetti della novella legislativa per ritardare gli effetti preclusivi delle nuove decadenze introdotte dall’art.32 legge 183/010 complessivamente considerato. Nessun dubbio, poi, che il decreto milleproroghe debba trovare attuazione anche in materia di impugnazione dei contratti a termine: l’art.32 co 4 legge 183/010 infatti espressamente richiama le disposizioni di cui all’art.6 della L.15 luglio 1966 n.604, come modificato dal comma 1 del presente articolo”.
Pertanto per il Tribunale di Milano la proroga al 31 dicembre non solo si applicherebbe a tutti i rapporti di lavoro elencati nel collegato lavoro ma avrebbe l’ulteriore effetto di rimettere i termini coloro che al 23 gennaio 2011 non si erano attivati.

 In questo contesto dunque si può solo osservare come l’infelice formulazione della novella normativa contenuta nel decreto milleproroghe non solo non ha evidentemente centrato l’obiettivo che si era proposto, quello cioè di evitare il proliferare del contenzioso lavoristico, ma tradisce anche l’intento del collegato lavoro che è quello di limitare l’incertezza che le controversie generano, introducendo paradossalmente un ulteriore fattore di dubbio del quale non si avvertiva certamente il bisogno: e inevitabilmente la data del 31 dicembre 2011 si avvicina mentre l’inerzia del legislatore permane.