Open data: opportunità e rischi

letto 2617 voltepubblicato il 27/11/2011 - 13:29 nel blog di pierpaolo bagnasco, in Servizi per l'Impiego
Lo scorso 18 ottobre l'ormai ex Ministro per la Pubblica Amministrazione e Innovazione Renato Brunetta ha annunciato la nascita del portale che rappresenta il portale del Governo sull’Open Data.

 

 

La presentazione recita: ”il Portale dei dati aperti della PA nato per consentire a cittadini, sviluppatori, imprese, associazioni di categoria e alle stesse Pubbliche Amministrazioni di fruire nel modo più semplice e intuitivo del patrimonio informativo della Pubblica Amministrazione”.
 
Dunque possiamo dire che anche il nostro sistema amministrativo centrale ha recepito e attuato praticamente la “filosofia” open data, che sostiene, si perdoni la ricostruzione sintetica, il diritto di una pluralità di soggetti e in particolare dei cittadini, ad accedere alle informazioni comunque detenute dalle Amministrazioni Pubbliche e di conseguenza il dovere di quest’ultime di procedere alla divulgazione e condivisione delle informazioni in formati aperti al fine di valorizzarle e renderle fruibili.
 
Tutto bene dunque? Forse no in quanto la recente produzione normativa che ha sancito l’accesso alle informazioni quale diritto dei cittadini e come dovere delle amministrazioni non si è coordinata con il precedente impianto normativo sia in tema di accesso agli atti (la famosa ) sia in tema di protezione del diritto d’autore la cui legge regolatrice risale addirittura al 1941 ().
 
E questo come minimo accenno critico, salvo poi volere ulteriormente riflettere sulle problematiche che le amministrazioni saranno chiamate ad affrontare nel momento di pubblicare i dati scremandoli di quelle notizie che potrebbero configurare una violazione della privacy.
Torniamo però alle prime evidenze critiche di cui ho fatto menzione sopra.
 
Esaminiamo innanzitutto il rapporto della filosofia open data (e dunque del che ha introdotto il Codice dell’Amministrazione Digitale) con la Legge 241/90 che segnò l’ingresso nel nostro ordinamento del diritto del cittadino a partecipare all’azione amministrativa ed ad accedere agli atti che lo interessano proprio come necessità prodromica per l’espletamento della partecipazione. Perché dunque si possa accedere agli atti dell’amministrazione è necessario che sussista un concreto interesse, o come diretto destinatario dell’azione pubblica o come comunque coinvolto (per esempio vicino di casa di colui che aveva iniziato una pratica edilizia); dal Codice dell’Amministrazione Digitale in poi (ma già la aveva affermato il diritto di ogni persona ad accedere a tutte le fonti d’informazioni) l’interesse si generalizza coinvolgendo il diritto del cittadino a controllare l’azione amministrativa in genere come esplicazione del concetto di democrazia diffusa.
 
E’ del tutto evidente il salto tra le due posizioni che però, paradossalmente, convivono nel nostro ordinamento. L’ulteriore problematica è rappresentata dal mancato coordinamento tra la più recente normativa e le ragioni che la sottendono e la Legge sul Diritto d’Autore risalente ala prima metà del secolo scorso (il ribadire l’epoca della normativa non è casuale). La disponibilità dei dati è teleologicamente connessa al loro successivo riutilizzo; la conoscenza è una risorsa fondamentale per creare posti di lavoro e più in generale ricchezza.
 
Proprio la Direttiva comunitaria del 17 novembre 2003 (la ) ha valorizzato il concetto di riutilizzo dei dati, concetto poi ripreso nell’ordinamento nazionale dal , e su tale abbrivio, per esempio, è stato elaborato lo (Italian Open Data License), un contratto di licenza che consente agli utenti, anche qualora essi perseguano delle finalità di tipo commerciale, di utilizzare liberamente le banche dati, i dati e le informazioni in esse contenute.
 
Questo indirizzo, assolutamente condivisibile, però sembra non tenere conto di una norma che ancora vige nel nostro ordinamento e che è esplicitata nell’art.11 della menzionata .
“Alle amministrazioni dello Stato, alle Province ed ai Comuni (le Regioni all’epoca non esistevano quali entità politiche amministrative ma debbono comunque ritenersi incluse) spetta il diritto d’autore sulle opere create e pubblicate sotto il loro nome ed a loro conto e spese” ; il dettato positivo, dunque, lascia intendere chiaramente l’esistenza di un diritto anche patrimoniale e non solo morale a favore delle Amministrazioni in caso di utilizzo delle opere da esse pubblicate e stante l’ampia portata del significato di opera non vi è dubbio che un gran numero di informazioni pubblicate possano ricondursi nella proprietà protetta dalla normativa.
La conclusione anche in questo caso, forse anche più urgente sul piano pratico rispetto alla problematica di cui sopra, è la necessità di effettivo adeguamento dell’intera normativa allo spirito dell’open data.
 
L’ultima riflessione è legata al rispetto nella pubblicazione dei dati delle regole sulla privacy. E’ ovvio che le amministrazioni debbono compiere un’attenta scrematura delle informazioni prima della loro divulgazione al fine di evitare la diffusione di dati personali sensibili; ma forse le implicazioni sono ulteriori. La rete ha una memoria lunghissima; banalizzo con questa frase una preoccupazione che lo stesso Garante per la protezione dei dati personali ha espresso nella proprio in tema di trattamento dei dati personali contenuti anche in atti e documenti; in buona sostanza, afferma il Garante, nel diffondere sul web dei dati personali bisogna tenere conto anche della necessità di determinare un congruo periodo di tempo entro il quale questi devono rimanere disponibili, che non può superare il periodo ritenuto sufficiente per il raggiungimento degli scopi che giustificano la pubblicazione; ancora sottolinea il rischio della decontestualizzazione dei dati

Il concetto, che poi sottende il riconoscimento dell’esistenza di un diritto all’oblio, si pone evidentemente in aperto contrasto sia con le modalità di funzionamento della rete (che appunto diffonde le informazioni in modo incontrollabile e li conserva sine die) sia con quella che è la filosofia che ispira il movimento open data, che è stata recepita anche nel sito del Governo e che trova indicazione ulteriore nella licenza di utilizzo IODL; appunto la possibilità di estrarre e reimpiegare le informazioni, facendole circolare senza vincoli temporali.
Allora una prima conclusione può declinarsi attraverso la necessità di fare una scelta netta e precisa nel senso di valutare se la pienezza dell’esercizio di diritti quali l’informazione, la partecipazione, il controllo diffuso dei cittadini passino attraverso la compromissione di altri diritti, in particolare legati alla riservatezza individuale.
 
Scelta ovviamente difficile ma non procrastinabile.

 

4 commenti

pierpaolo bagnasco

pierpaolo bagnasco12/12/2011 - 17:22
Ringrazio Andrea Crevola per il giudizio
profilo vuoto

profilo vuoto04/12/2011 - 18:01
Ottimo articolo, l'ho segnalato sul mio blog http://opendataitalia.wordpress.com
pierpaolo bagnasco

pierpaolo bagnasco12/12/2011 - 17:23
Ringrazio per il positivo commento; un buon giudizio è sempre un grande stimolo
Salvatore Marras

Salvatore Marras29/11/2011 - 11:32
ricordatevi che su questo tema c'è un gruppo dedicato, sicuramente è utile pubblicare questo post anche in quel gruppo!