Internet e privacy: una questione aperta

letto 2272 voltepubblicato il 18/12/2011 - 11:11 nel blog di pierpaolo bagnasco

 

Nel mio pubblicato lo scorso 27 novembre, scusate la fastidiosa autocitazione ma mi sembra il modo più rapido per riprendere le fila di un ragionamento che mi piacerebbe condividere, indicavo tra le problematiche relative all’apertura alla filosofia degli open data le possibili ripercussioni sulla privacy e, in particolare, sul diritto all’oblio.

 

 

 
Torno sul tema non solo perché l’atteggiamento sul punto assunto anche in sede europea (la del Parlamento del 6 luglio 2011 ) è stato oggetto di qualche perplessità da parte di alcuni sostenitori della filosofia open data ma anche perché ritengo che sul tema dei contenuti del diritto alla privacy e sulla sua difesa nell’era di internet si giochi la partita sulla costituzione di un diritto dell’informatica comunque rispettoso delle posizioni degli individui.
 
Circa un quarantennio fa dinanzi alla diffusione delle banche dati si mostrò l’urgenza di una legislazione nazionale che tutelasse comunque il diritto alla privacy degli individui; si iniziava infatti a parlare in quegli anni della sindrome del pesce rosso, cioè di quella sensazione di sentirsi osservati come pesci in un acquario e pertanto visibili senza alcuna barriera protettiva. Contemporaneamente la riservatezza aveva assunto una definizione ben diversa da quella che la aveva connotata originariamente: non era più il diritto di godere la vita, ossia il diritto di starsene soli (to be let alone), così come era stata declinata sul finire del XIX secolo dai primi studiosi nel tentativo di reagire alle intrusioni nella vita privata da parte di una società che stava rapidamente scoprendo il fenomeno della comunicazione di massa, bensì si atteggiava a libertà positiva di esercitare un diritto di controllo sui dati riferiti alla propria persona, con la conseguente possibilità di conoscere, correggere, togliere o aggiungere i dati personali inseriti nei programmi elettronici.
 
Questo inquadramento permetteva così di contemperare due diverse esigenze espresse dalle società moderne: da un lato, appunto, il diritto alla riservatezza, dall’altro il diritto d’informazione, quest’ultimo inteso sia nel senso del diritto ad essere informati che ad informare.
In un tale assetto ideologico maturano dunque le scelte normative che, seppure con diversi ambiti applicativi (si va dagli Stati Uniti che optano per il principio per il quale tutto è concesso salvo ciò che è espressamente vietato all’allora Repubblica Federale Tedesca in cui invece tutto è vietato salvo ciò che è espressamente concesso) hanno in comune il riconoscimento in capo all’individuo della possibilità di intervenire sui dati che lo riguardano sia nella fase dell’acquisizione che in quella successiva dell’utilizzazione; scelte che nell’ambito europeo hanno trovato un’ulteriore consacrazione nella Convenzione Europea del 28 gennaio 1983.
 
Ora non vi è dubbio che un sistema così configurato e in cui vige il principio per il quale l’identificazione delle persone interessate non può avere una durata maggiore di quella necessaria per il raggiungimento dei fini per i quali i dati sono stati raccolti e che ha, dunque, come naturale conseguenza la rimozione del dato, funziona laddove ci si trovi in presenza di banche dati censite e pertanto controllabili o in cui anche i soggetti che conservano le informazioni, quali la stampa o la televisione, hanno sistemi di archiviazione e consultazione delle stesse di difficile accesso (si pensi agli archivi di un giornale o delle emittenti televisive); e vi è da aggiungere che gli effetti di una tale rimozione sono decisamente positivi perché permettono al soggetto coinvolto, specie quando si tratti di una notizia che lo pregiudica, di potersi ricostruire una sua credibilità agli occhi della società.
Ma questo mondo non esiste più: la rete ha decisamente cambiato il modo di informare e di essere informati.

Questo è sicuramente un vantaggio, ma ha un prezzo, cioè la rivisitazione del concetto della privacy, con compromissione di alcuni dei suoi aspetti che ne costituiscono la struttura portante.
 
D’altra parte il diritto si evolve anche adattandosi a quelle che sono le nuove esigenze sociali e il comune sentire e forse in una società dove sempre di più tendiamo ad esporre in rete molti aspetti della nostra vita questa compromissione può essere accettata (purché si realizzi sempre di più il diritto all’informazione e non si traduca invece in una forma di “guardonismo”).
 

Si può provare ad ipotizzare una privacy concentrata intorno ad un nucleo non scalfibile e rappresentato dalla tutela assoluta di quelli che definiamo dati sensibili e con la previsione di strumenti che permettano agli individui almeno un diritto di replica e di correzione; per il resto ulteriori restringimenti mi appaiono come misure antistoriche e difficilmente attuabili.

 

1 commento

Aldo Lupi

Aldo Lupi04/01/2012 - 11:29
La decontestualizzazione dei motori di ricerca è un problema serio, francamente rischiare di macchiare indelebilmente e indiscriminatamente il profilo on line di un individuo è un prezzo che non possiamo permetterci di pagare. Questo non vuol dire che non ci siano soluzioni adeguate a questa problematica. Anche il Garante della Privacy si è espresso in questo senso nelle linee guida per i siti internet delle PA del marzo 2011: http://www.garanteprivacy.it/garante/doc.jsp?ID=1793203 I dati personali devono essere resi disponibili per la diffusione e la fruizione delle informazioni, basta "proteggerli" da Google & Co. Per parlare di questo argomento occorre entrare nel merito del tipo di dati che si diffondono, della modalità di diffusione e della sua finalità. Per gli open data, ad esempio, questi elementi sono chiari e leciti, non ci sono problemi di sorta. Ma non tutti i dati su internet sono così, per questo occorre mettere dei paletti per capire in che contesto ci si sta muovendo. Il fatto che la tecnologia ci consenta (quasi) tutto non vuol dire siamo autorizzati a farlo.