Spending Review, Innovazione ed Automazione

letto 1761 voltepubblicato il 05/05/2012 - 18:09 nel blog di Luigi Sculco

Da qualche giorno sui mezzi di comunicazione si fa un gran parlare di “Spending Review” o “Revisione della spesa” all’interno della macchina statale. Tra polemiche e punti di vista differenti, sostanzialmente, non c’è nulla di nuovo: tagliare le spese inutili affinché non pesino sulla collettività più del necessario.

E’ un concetto abbastanza noto, peraltro sostenuto dall’, che non va fatto “quando le condizioni lo impongono”, ma a cadenza costante, come ogni famiglia, nel suo piccolo, fa.

Inutile sottolineare o evidenziare che la società cambia, e con essa il meccanismo delle entrate e delle uscite. Ogni buon padre di famiglia fa “Spending Review” in casa propria e, a cadenze regolari, esplora e ridetermina quanto entra e, soprattutto, quanto esce. L’obiettivo saggio non è “aumentare le entrate” (seppur perseguibile), ma “tagliare le uscite”, specialmente quando sono inutili o, comunque, il loro costo non è commensurato ai benefici derivanti.

Non si vuole qui entrare in temi attualmente in voga sui mass-media: siamo innovatori non membri di un “talk-show”, non si vuole, pertanto, disquisire sul fatto se sia giusto aver nominato una “task force” per attuare la “Spending Review” o altro, ma una cosa salta comunque all’occhio: il Governo è la sede del “Potere Esecutivo”, cioè dove le leggi emanate dal Parlamento (il “Potere Legislativo”) si istanziano sulla società civile (in altri termini, si applicano). La cosa nasce da un principio cristallino che affonda le radici nell’essenza stessa della democrazia: i suddetti poteri sono indipendenti e se il secondo sancisce ciò che è giusto, il primo trova la via per arrivarci, più o meno per gradi, a partire dal contesto in cui opera (la collettività).

Al disotto dei singoli Ministeri c’è la Pubblica Amministrazione nel suo complesso (Stato, Parastato ed Enti Locali) coi loro manager pubblici che, in quanto tali, dovrebbero perseguire le fatidiche “tre e” (efficienza, efficacia ed economicità) in piena indipendenza, anzi, il loro compito dovrebbe essere quello di far “fruttare” nel modo migliore gli investimenti che nascono dalla distribuzione delle risorse messe a loro disposizione (e, parallelamente, saper “tirare la cinghia” in momenti di ristrettezze quali quello attuale).

Ebbene, il gioco è tutto qui. Sembrano verità lapalissiane, ma la “Spending Review” altro non è se non il processo iterativo e costruttivo nascosto nel concetto di cui sopra. Quello che soprattutto è mancato è che la Pubblica Amministrazione italiana non s’è mai sentita un corpo unico e collaborante, ma una collezione di enti indipendenti che, bene che andasse, perseguivano per conto proprio le politiche di ottimizzazione. C’è anche una aggravante: le suddette politiche di ottimizzazione sono spesso state perseguite non in maniera sistematica (per principio), ma quando la situazione lo imponeva (tagli orizzontali ai finanziamenti).

Per motivi che non si sta qui a dettagliare (ci vorrebbe molto più di un post) il concetto di “investimento pubblico” è, a tutt’oggi, poco sviluppato nella Pubblica Amministrazione italiana e ben poche volte, a fronte di risorse messe in campo, ci si è seriamente chiesto quanto queste potessero “fruttare”. Non si tratta di un discorso squisitamente “monetario”, ma “economico/gestionale” (che è cosa ben diversa): a fronte di 100 unità di moneta impegnate per implementare una “public policy”, quanto è ritornato in termini di competititività, ricchezza, servizi e sviluppo? Sinora non c’è mai stata una chiara rappresentazione di ciò, anzi, chi ha provato a tirare in ballo il suddetto concetto è stato spesso marginalizzato o, perlomeno, non ha avuto la considerazione dovuta: “troppo difficile”, “troppo complicato”, “è da anni che funziona così”, “siamo enti diversi”, “ma questo che vuole?” etc.. Eppure, le ragioni fondanti della “Spending Review” erano proprio nel suddetto meccanismo, a patto che fosse stato adeguatamente valorizzato ed incentivato (in un certo senso, elevato a principio).

In verità, però, i “segni premonitori” non sono mancati e già il D.Lgs. 82/2005 (Codice dell’amministrazione digitale) apriva per la PA un vero e proprio paradiso: ogni amministrazione le cui informazioni erano funzionali ai compiti di un’altra avrebbe dovuto fornirle senza costi aggiuntivi, pur nel rispetto dei dati personali e del principio di non eccedenza. Sospinte poi dal dilagare del fenomeno Internet (anche nelle sue declinazioni Intranet ed Extranet) nascevano, inoltre, la Posta Elettronica Certificata, la cooperazione applicativa e tutta una serie di potenziali iniziative che, se ben sfruttate, avrebbero costituito un volano non indifferente per attuare forti razionalizzazioni scaturenti dalla collaborazione telematica infra- ed intra-organizzativa.

Ma, anche stavolta, l’applicazione della legge è stata sottovalutata e per far decollare i predetti concetti si è dovuta aspettare la profonda crisi del 2008: una crisi squisitamente “energetica” prima d’essere economico-finanziaria.

Molti studiosi hanno a suo tempo messo in forte evidenza che la domanda di energia a basso costo (a tal punto da considerarlo trascurabile) è di gran lunga superiore all’attuale offerta. Senza voler analizzare gli scenari internazionali, è da parecchio tempo che il petrolio non scende sotto i 100$ al barile e da molte parti vengono, più o meno velatamente, evidenziate le difficoltà di approvvigionamento, giacché i costi di estrazione cominciano ad essere alti, troppo alti per reggere l’attuale modello di sviluppo. Sarà forse necessario cambiare fonte energetica al più presto, ma ancora (per svariati motivi) non c’è un’altra fonte che può competere e sembra si stiano spremendo le penultime (o ultime) gocce prima d’un periodo di crisi che si preannuncia ancor peggiore dell’attuale.

Non c’è bisogno di andare molto lontano: se una fonte d’energia comincia a scarseggiare, in prima battuta occorre prenderne coscienza ed utilizzarla al meglio possibile: è qui che si fonda il concetto di “Razionalizzazione” che poi, in fondo in fondo, sostanzia la “Spending Review” e, conseguentemente, avvalora il fatto che non si può razionalizzare alla bisogna quando le condizioni lo impongono, ma occorre farlo costantemente, prendendo coscienza che le risorse energetiche convenzionali (petrolio, gas naturale, carbone, nucleare), ora più che mai, non sono infinite né tantomeno innocue (il Giappone sta chiudendo tutte le sue centrali nucleari dopo i tristi eventi di Fukushima).

Come detto da più parti (anche dall’attuale Ministro per lo Sviluppo Economico, sottolineando che i tempi per uscire dal tunnel non saranno brevi) non c’è una “ideona”, ma un vecchissimo rapporto chiamato “efficienza d’un sistema economico” che ha due chiavi di lettura diametralmente opposte. Esso è costituito dal rapporto P/C, dove P è la quantità (opportunamente omogeneizzata) di beni e servizi prodotti da una collettività (nazionale o transnazionale) e C rappresenta il costo (espressi in una unità di moneta, anch’essa opportunamente unificata) necessario a produrli. L’obiettivo è massimizzare P/C e questo lo si può fare perseguendo due approcci matematicamente (ed economicamente) assai diversi: aumentare il numeratore o diminuire il denominatore.

Aumentare il numeratore tenendo fisso il denominatore significa incidere sulle singole organizzazioni per produrre più beni e servizi a parità di costo. In un clima di risorse spendibili potenzialmente infinite il ragionamento non farebbe una grinza: C rimarrebbe pressoché costante nel tempo e potrebbe essere tranquillamente associato all’unità. Purtroppo, molti segnali dicono che non è così: C non è costante, ma tende ad aumentare col tempo, conseguentemente costerà sempre più la produzione di beni e servizi e, altrettanto logicamente, aumenterà il costo dei medesimi, con ovvia contrazione dei consumi (costando di più un prodotto sarà minore la platea di potenziali consumatori). Questo approccio, in buona sostanza, si configura come “l’approccio consumistico”, insostenibile nel lungo termine senza una fonte d’energia a costo (anche ambientale) costantemente trascurabile. A ciò va sommata un’altra constatazione: P non può crescere all’infinito, produrre significa auspicare che qualcuno consumi ma, prima o poi, si giungerà alla saturazione del mercato, a meno di non voler procedere a botte di “mode” effimere.

Si provi, a tal punto, a diminuire il denominatore C lasciando pressoché costante P. Per coloro che fondano il loro management sulla penetrazione di nuovi mercati sembrerebbe una autentica eresia o, comunque, un avvalorare la globalizzazione selvaggia per abbattere i meri costi della manodopera, senza pensare che i costi dell’energia rimarrebbero, nel panorama attuale, comunque in crescita (quest’ultimo è un problema globale, non locale) e che non si farebbe altro che trasferire profitti (appannaggio di pochi e non d’una collettività, a meno di non voler essere eticamente “aggressivi”) da zone più povere a zone più ricche del globo. Il risultato logico sarebbe, bene che vada, crescita del valore d’una moneta locale (che non è sostenibile nel lungo termine) e l’acuirsi di tensioni internazionali. Stando così le cose, non è questa la tecnica migliore, perché non farebbe altro che accantonare temporaneamente il problema, diverso è diminuire C razionalizzando i processi produttivi e facendo crescere, in modo armonico, anche altre economie puntando strategicamente non alla crescita del profitto, ma alla sostenibilità globale del sistema.

Diminuire C in maniera “etica” avrebbe il vantaggio di risparmiare risorse che possono contribuire alla crescita, mentre l’aumentare P è soggetto alla speranza che qualcuno consumi i prodotti introitando l’utile e su questo crescere come Stato tramite la tassazione. Ma a confondere il quadro, cioè se scegliere di aumentare P o diminuire C, ci ha purtroppo pensato anche l’attuale paradigma economico che ha associato un costo (quindi, un valore intrinseco) alla moneta, incentivando, nel tempo, la speculazione. Sono moltissimi anni, per non dire secoli, che si va avanti così, eppure la moneta nacque come “merce per comprare altra merce”, quindi come strumento per semplificare l’attività di scambio di beni e servizi. Il “profitto”, sostanzialmente, nacque come giusta remunerazione per coloro che, attraverso il loro operare, scambiavano beni e servizi oppure li producevano a partire da materie prime. Ma a conti fatti l’economia si regge sullo scambio e sulla produzione, non certo sull’accumulo di un valore che, di per sé, non ha alcun significato in quanto mezzo intermedio, non fine. Per comprenderlo basta una constatazione: se, allo stato attuale circa 100$ comprano un barile di petrolio, la stessa cifra non creerà un barile di petrolio quando esso è finito. Lo scenario, seguendo questo paradigma, sarebbe quello (abbastanza “apocalittico”) di un barile di petrolio che costerà sempre più di 100$ man mano che le riserve si assottigliano, con inimmaginabili e deleterie conseguenze sulla sostenibilità del sistema (e, per logica conseguenza, sul vivere civile). Le risorse disponibili “sono” e certamente non si creano attraverso un valore virtuale stabilito per convenzione. Sembra una autentica bestemmia, ma il vero nocciolo del problema sta proprio qui, in un pensiero, “eretico” per il comune senso economico, dove la moneta non ha il valore intrinseco rappresentato dal saggio di interesse promanante dalle banche centrali (il fatidico “costo del denaro”) ma è, come alle origini, “merce per comprare altra merce” in una sorta di baratto virtuale che, ovviamente, non genera inflazione.

Il bello è che in Europa c’è chi è passato dalla teoria alla pratica: basandosi sulle idee “eretiche” di e , due professori della Bocconi di Milano, il Comune di Nantes ha fondato, con l’avallo della Banca di Francia, , una banca-modello che fa solo servizio pubblico (senza interessi privati) e dove non si gestisce denaro, ma una unità virtuale, detta “bonùs”, attraverso la quale imprese e privati si scambiano beni e servizi compensando debiti e crediti secondo il paradigma della “stanza di compensazione”. Non essendoci saggio d’interesse, non ci sono costi, quindi, una quota parte del denominatore C viene abbattuta in maniera “etica”, senza dover ricorrere a delocalizzazioni selvagge per abbassare il costo della manodopera.

E’ chiaro quanto l’automazione possa giocare il suo immenso ruolo: non c’è moneta coniata, ma conti correnti elettronici denominati in “bonùs”. Non sarà forse la “chiave di volta” né una “scorciatoia”, ma è già un buon inizio che si sposa perfettamente con la “green economy”, la sostenibilità e l’uso delle fonti rinnovabili d’energia (anche tutto questo abbatte in modo “etico” il denominatore C e gli ).

Che dire, infine, dell’agricoltura, la perennemente assistita “sorella povera dell’economia italiana”: una sana iniezione di imprenditorialità, innovazione e rischio imprenditoriale (adeguatamente coperto dalle banche), oltre ad una sua vera internazionalizzazione alla stessa stregua di quanto accaduto nell’industria, contribuisce comunque alla decrescita “etica” di C. Il settore agricolo trasforma, per sua natura, risorse rinnovabili in prodotti, quindi, una quota parte della ricchezza che genera non crea inflazione.

Vale la pena, soprattutto per sensibilizzare le intelligenze sulla questione, fare, in questo frangente, una piccola digressione sull’agricoltura per sottolineare che la sua condizione di “perenne assistita” ha portato a distorsioni socio-economiche non indifferenti. Di recente è stato proposto l’utilizzo dei “buoni lavoro” (o “voucher” che dir si voglia) sino a 110 giornate di lavoro agricolo e ciò ha provocato, specialmente nel meridione, una notevole “levata di scudi” da parte del sindacato. Il “buono lavoro”, è vero, non dà adito ad alcune prestazioni previdenziali quali malattia e disoccupazione, ma è anche vero che in quei posti dette prestazioni legate al lavoro agricolo sono state usate non tanto per quel che erano, ma come una sorta di distorsiva forma di assistenza, spesse volte collegata a sospetti di voto di scambio (tralasciando ipotesi peggiori collegate alla criminalità organizzata). Il vero problema, qui, è collegato ad un fatto economicamente rilevante (che, a rigor di logica, rientrerebbe nella “Spending Review”): la contribuzione per malattia o disoccupazione è come si suol dire in gergo tecnico “a ripartizione”, nel senso che, presumendo che non tutti i lavoratori agricoli siano malati o disoccupati nello stesso momento, i contributi versati da tutti coprono le prestazioni di coloro che si trovano in situazioni di disagio. Da ciò consegue che l’unità di contributo giornaliera è di gran lunga inferiore all’unità di prestazione giornaliera percepita. Inutile dire che su questo differenziale positivo possono fiondarsi vari “appetiti” (com’è successo e le pagine di cronaca lo hanno ben riportato). Giustissimo, da parte del sindacato sottolineare la potenziale perdita del diritto, ma come arginare il fenomeno distorsivo? Qual è stata, sinora, la proposta dei manager pubblici (e sindacali) preposti? Tocca solo all’ente previdenziale erogante armarsi e fronteggiare il problema o sarebbe stato meglio affrontarlo a tutto tondo e in tempo utile anche con le funzioni governative competenti? Ma c’è di peggio: non sempre il lavoratore agricolo dichiarato coincide con chi effettivamente presta l’opera, quest’ultimo in molte realtà è un lavoratore in nero extracomunitario, accontentato con pochi euro che quasi sicuramente invierà in buona parte alla propria, povera, famiglia nel paese d’origine. Le prestazioni previdenziali di malattia e disoccupazione danno adito a contribuzione “figurativa”, sono quindi conteggiate per il diritto alla pensione, una volta compiuta l’età. Risultato finale: parte della ricchezza prodotta s’è spostata in un altro paese e nel portafoglio di pochi, mentre si è costituita una posizione previdenziale che non è controbilanciata da ricchezza prodotta e veicolata nel paese. Ci si meraviglia o ci si indigna, poi, se il sistema previdenziale si depaupera e l’età pensionabile diventa sempre più alta. Anche questa è “Spending Review”. Va sottolineato che le suddette distorsioni non sono provocate dalla negligenza del sistema previdenziale, peraltro costantemente impegnato nel combattere il fenomeno, ma in una legislazione eccessivamente permissiva, “assistenziale” e superata nel settore agricolo, il quale a rigor di logica non avrebbe nulla da invidiare, nel bene e nel male, a quello industriale.

Per contro, un esempio diametralmente opposto: la Germania ha molto puntato sulle energie rinnovabili, anche da biomasse, e sulla raccolta differenziata dei rifiuti, al punto di accettare lunghi “treni d’immondizia” provenienti dall’Italia. Ho personalmente constatato, alcuni anni fa, che a Monaco di Baviera venivano dati 25 Eurocent a fronte della restituzione d’una bottiglietta di plastica da mezzo litro. Presumo che il sistema pubblico, attraverso i suoi “manager” abbiano determinato che il costo di produzione del predetto contenitore fosse superiore, come filiera complessiva, a 25 Eurocent e su questo differenziale positivo avessero incentivato la politica di riciclo del rifiuto, cosa che in molte città italiane è ancora una chimera, pur essendo foriera di risparmi strutturali (contrazione “etica” del denominatore C) e di posti di lavoro. Anche questa è “Spending Review”, ma muove da principi diametralmente opposti da quella precedentemente descritta. Non ci si indigni, a tal punto, per il fare rigorista della Germania: tra i suoi alti e bassi ha saputo creare quel senso di rispetto verso lo Stato che in Italia stenta ancora a decollare.

Lo so, abbiamo divagato, spostandoci (apparentemente) dal “focus” primario: l’innovazione nella Pubblica Amministrazione sospinta dal fenomeno “automazione”. Inutile andare oltre, giacché si perderebbe l’esempio che il sistema pubblico, in questo particolare contesto, può dare a tutta la collettività.

Anche la Pubblica Amministrazione ha un suo rapporto P/C, dove P è per sua natura praticamente costante (o, comunque, poco variabile), per giunta, il costo C è abbattibile in vari modi creando, attraverso la Rete, sinergie “vere”, non soltanto sulla carta delle tante “Convenzioni” e dei tanti “Protocolli d’intesa”, “Accordi” etc.. Va, inoltre, detto che C è molto meglio inquadrabile e gestibile: è soprattutto fatto di logistica, macchinari, competenze, processi produttivi e materiali di consumo (carta in particolare), tutte variabili sulle quali si può agire ottimizzandole e valorizzandole grazie all’automazione, a patto che si persegua una visione unitaria del problema e si perseveri nel tempo.

La vera sfida della “Spending Review” nella Pubblica Amministrazione non è quella di essere, a seconda dei casi, scure o bisturi, ma di creare un meccanismo che rimane e si autosostiene. E’ verissimo: ci sono molte spese inutili ed incrostatesi negli anni che vanno assolutamente rimosse, ma occorre prendere finalmente coscienza che la Pubblica Amministrazione è un corpo unico, una “Organizzazione Allargata” il cui obiettivo fondamentale è creare l’ambiente all’interno del quale si concretizza il benessere duraturo della società civile. E’ questo il principio ispiratore delle sinergie rese possibili dall’automazione, ma per metterlo in pratica occorre mettere in campo idee concrete, cosa che, in buona sostanza, significa valorizzare la Risorsa Umana per l’apporto costruttivo che può dare.

A questo punto, avvicinandosi alla conclusione di questo post, si ritorna un’altra volta al D.Lgs 82/2005 ed alla sua forte carica unificante descritta nell’art. 50 e riguardante, guarda caso, la messa in comune di informazioni ed archivi tra vari comparti. E’ proprio qui possono nascere vere “ideone”, se si ha la giusta umiltà di valorizzare a tutti i livelli i contributi migliorativi che nascono dal personale, attribuendogli il giusto merito (quindi, il giusto percorso di carriera derivante). E’ proprio qui che bisogna far cadere ostracismi e ritrosie, esaltando il concetto d’esser parte di un unico sistema che, in quanto tale, persegue il meglio per la collettività amministrata senza focalizzarsi sull’interesse di pochi: l’automazione sospinta dal fenomeno Internet cabla le idee messe in campo e le modella secondo i desiderata della società civile, che si evolve parallelamente al mondo che cambia, alla ricerca del benessere per sé e le generazioni future, qui come altrove.

Non c’è nessun “mega-manager” pubblico che possa incarnare in sé il suddetto pensiero, ma solo la collaborazione, ai vari livelli, di tante intelligenze che si condividono un unico obiettivo e, proprio per questo motivo e per l’apporto che possono dare, vanno giustamente incentivate e valorizzate. Inutile dire che bisognerà spostare l’asse sulla meritocrazia, a partire dai vertici più alti (e questo non piacerà molto ad un sindacalismo “tradizionale” né ad un Sistema Politico che ha spesse volte sottovalutato l’indipendenza della Pubblica Amministrazione in quanto tecnostruttura). Oso dire che se si avesse avuto il buon senso di procedere così ora non ci sarebbe stato bisogno di “chiedere ai cittadini” dove tagliare i costi, giacché, o lo si sarebbe saputo o, meglio ancora, non ci sarebbe stato bisogno di nessun taglio, ma solo quello di amministrare una congiuntura sfavorevole.

Concludendo, due parole vanno dette sull’automazione in sé come fatto economicamente rilevante nella Pubblica Amministrazione: il blocco del turnover, che si protrae da più anni e la progressiva esigenza di reattività del sistema hanno fatto si che le componenti interne agli enti dedicate all’automazione si assottigliassero sempre di più. Purtroppo, è un fatto strutturale ed inoppugnabile: la mancanza di competenze interne rende necessario approvvigionarsi sul mercato dove, grazie anche allo sviluppo di tecnologie “Open”, si possono trovare molte soluzioni “chiavi in mano” o adattabili alle esigenze (c.d. “customizzabili”). Ciò, però, non deve far “cadere le braccia” e far si che la Pubblica Amministrazione perda le sue potenzialità gestionali su una variabile forte qual è l’automazione. Il grosso rischio che si corre è quello di dover tornare più volte per sistemare “panne” dovute a carenze d’analisi o, peggio ancora, alla perdita di leadership su archivi gestionali che sono squisitamente pubblici. In tale, deleteria, ipotesi si potrebbe anche arrivare al paradosso che l’automazione, anziché essere una leva per conseguire risparmi si trasformi in un pericoloso boomerang di lievitazione di costi, giacché s’è persa contezza dell’investimento motivante e del suo ritorno atteso.