Cinque modelli di business per l’Open data

letto 7487 voltepubblicato il 27/02/2013 - 18:13 nel blog di Gianfranco Andriola, in Open Government

 

Nonostante siano passati ormai quattro anni dalla pubblicazione del portale statunitense Data.gov, che per certi versi può essere considerata la posa della pietra angolare della pratica dell’open data nella pubblica amministrazione; e solo pochi giorni dall’Open Data Day, probabilmente la manifestazione di maggior portata che ha avuto come tema principale la diffusione e il riuso dei dati aperti; c’è ancora una questione centrale che merita di essere approfondita e dibattuta: i modelli di business che derivano dall’Open Data. Cioè quale sia il ritorno per la collettività, in termini economici (e cioè lasciando fuori il tema più “etico” della trasparenza, che comunque, parlando di informazioni pubbliche, resta enorme), dell’esposizione del patrimonio informativo della pubblica amministrazione in formato aperto. 

 

Indagine sulla Data Economy di O’Rally Radar

Da più di qualche mese Alex Howard (più noto su twitter con l’account ), giornalista/analista del sito O’Rally Radar, conduce un'indagine - tuttora in corso – sull’economia che ruota intorno ai dati aperti, condotta attraverso una serie di approfondimenti e interviste a esperti del settore. Tutti i post di questa indagine sono disponibili sul sito . Nel più recente di questa sere di articoli , il Direttore del dipartimento di analisi della Deloitte UK, che nell’ultimo anno ha contribuito alla redazione del documento , libro bianco voluto  dal Primo Ministro del Governo del Regno Unito proprio con l’obiettivo di “rendere l’Open Data motore di crescita economica, di benessere sociale, di aumento della responsabilità politica”.
 

Cinque modelli prevalenti

Proprio rispetto allle economie derivanti dall’open data, c’è un passaggio di particolare interesse dell’intervista, in cui Lewis prova a fare il punto su quelli che sono - a suo avviso - i modelli emergenti di business basati sui dati aperti, arrivando a profilare cinque differenti tipologie di approcci delle imprese al tema:
  • Fornitori: nonostante non ci sia ancora un ritorno finanziario diretto, alcune aziende private stanno iniziando a rendere disponibili i loro dati in formato aperto, in particolare dati di natura finanziaria e, più in generale, tutte le informazioni che consentano ai consumatori di valutare l’integrità del loro operato. In questo primo caso si può affermare che il ritorno economico ottenuto sia la fidelizzazione del cliente.
  • Aggregatori: cioè imprese che raccolgono ed elaborano i dati messi a disposizione dalla pubblica amministrazione e le incrociano con dati provenienti da altre fonti (ad esempio i social media) per produrre nuove informazioni. Il vero business in questo caso è la rilevanza delle nuove informazioni derivanti dalla che diventano utili (e vendibili…) ad aziende di settori specifici. A detta di Lewis al momento questa seconda topologia di business è quelle che occupa la parte più numerosa di questo segmento di mercato. Fra l’altro, questo secondo modello di creazione del valore utilizza strumenti come la e l’analisi dei , entrambi temi “caldi” e “vicini” all’open data, che in questo momento godono a loro volta di particolare attenzione da parte degli investitori.
  • Sviluppatori di App: probabilmente è l’immagine più classica che viene in mente pensando alle economie generate dai dati aperti. È il caso di sviluppatori che riusano in maniera creativa i dati della PA per offrire nuovi servizi agli utenti, al momento il settore di maggiore sviluppo in questo ambito sono le applicazioni smartphone sul trasporto pubblico. Per questa terza tipologia Lewis prevede a breve interessanti sviluppi derivanti dalla pubblicazione dati sanitari, che a loro volta andranno da alimentare il già florido mercato del così detto . Per dare modo agli sviluppatori di riutilizzare al meglio i proprio dati, generando a loro volta applicazioni realmente utili, è necessario che le pubblica amministrazione faccia una riflessione profonda sulla qualità dei dati rilasciati: non solo “aperti” ma anche (e sopratutto) grezzi, granulari, georeferenziaziati, real time, linked, ecc.
  • EnRichers, letteralmente “chi-fa-ricco-i-ricchi”: si tratta di imprese che offrono servizi di consulenza verso altre imprese attraverso l’aggregazione dei dati pubblici con le informazioni proprietarie detenute da grandi aziende private, al fine di offrire prodotti. Si pensi alla rilevanza che le analisi predittive sui sinistri hanno per le agenzie che operano nel mercato assicurativo o alla necessità sempre maggiore della grande distribuzione di profilare i propri clienti. In relazione al peso economico che questa quarta tipologia può avere è lo stesso Lewis a definirle come “materia oscura”: cioè questo tipo di aziende sono sempre esistite e quindi non è semplice misurare quanto l’open data abbia contribuito ad incrementare il loro introiti.
  • Abilitanti: sono i fornitori delle piattaforme tecnologiche per l’esposizione dei dati e insieme l’indotto generato dalla necessità organizzare e strutturare le informazioni (gestione documentale; formati linked; ecc). Il caso più immediato che  viene in mente è , piattaforma adottata ad esempio dal Governo statunitense () dalla Città di Chicago () e dalla Regione Lombardia ().
I cinque “archetipi” di business appena descritti da Harvey Lewis fanno evidentemente riferimento al mercato anglosassone, dove la pratica della diffusione dei dati della PA in formato aperto è ormai consolidata.
 

L’economia dei dati aperti in Italia

Eppure, nonostante il contesto italiano sia decisamente meno maturo di quello anglosassone, già si intravedono possibilità di fare impresa con i dati aperti della PA che non si discostano molto dai cinque modelli descritti dall’esperto della Deloitte. Al momento non ci sono ancora dati ufficiali sul peso economico, però andando per via empirica si può guardare alle molte imprese che sono intervenute nel corso dell’ della scorsa settimana nelle varie città italiane che hanno aderito all’evento, tutte estremamente attente non solo alla diponibilità dei dati, ma anche allo loro qualità e alla loro sostenibilità nel tempo. Soprattutto rispetto a questo secondo aspetto le recenti evoluzioni normative sembrano andare incontro alle esigenze del mercato, in particolare l’articolo 9 del dispone che “salvo restrizioni specifiche da motivare, le pubbliche amministrazioni sono obbligate a rendere disponibili i dati pubblici in formato aperto, non solo in relazione all’accesso, ma anche al riutilizzo dei dati stessi”.  Cosi come si stanno susseguendo in maniera assidua bandi e concorsi di idee sui dati aperti promossi sia da amministrazioni centrali () che locali (; , , ecc) tutti accomunati dall’obiettivo di mettere in modo energie ed economie intorno ai dati rilasciati dalla PA. Potrebbe avvenire presto anche qui in Italia che l’incontro tra la domanda di open data da parte delle imprese e l’offerta della pubblica amministrazione trovi il suo punto di equilibrio, generando ricadute finanziarie utili per le imprese e portando la pubblica amministrazione a trovare il proprio ecosistema economico ad ulteriore sostegno della pubblicazione dei dati governativi in formato aperto.