ISTAT Rapporto annuale 2013 sulla situazione del Paese: 15 milioni di persone in disagio economico

letto 1434 voltepubblicato il 23/05/2013 - 12:59 nel blog di Alfredo Amodeo
L’Istat ha pubblicato il suo rapporto annuale sulla situazione del paese. Nei cinque capitoli il Rapporto sviluppa una riflessione sulle trasformazioni che interessano economia e società nell’impatto economico e sociale della crisi e nella lenta uscita dalla recessione.
Il dato più allarmante è quello che si riferisce alla "condizione di grave deprivazione", ovvero alla presenza nelle vite delle famiglie e degli individui di almeno quattro tra nove condizioni di disagio indicate dall'istituto di statistica: dal non poter sostenere spese impreviste, ad avere arretrati per il mutuo, l’affitto, le bollette a non potersi permettere un pasto adeguato ogni due giorni, fino a non poter riscaldare adeguatamente l’abitazione o avere risorse sufficienti per acquistare una tv, una lavatrice o un'automobile. Sono 8.499.025 le persone appartenenti a famiglie in condizione di grave deprivazione, un dato che mostra tutta la sua rilevanza confrontato con quello registrato soltanto due anni fa (poco più di 4 milioni). In percentuali si è passato dal 6,9% del 2010 al 14,3 del 2012. Significa, in sintesi, che in due anni il numero di cittadini in grave difficoltà è più che raddoppiato, con incrementi preoccupanti se si isolano le statistiche relative al Mezzogiorno, dove un italiano su quattro (25,1%) è messo alle strette dalla crisi. Abbassando un po’ l’asticella i dati si fanno ancora più preoccupanti. Infatti si trova in condizioni di deprivazione materiale (non potere soddisfare almeno tre condizioni) il 24,8% della popolazione. Cifre che riflettono non soltanto l’ulteriore peggioramento delle condizioni di vita dei redditi più bassi, ma un pericoloso smottamento anche dei ceti medi e persino medio alti. Nel 2012, viene messo in evidenza nel rapporto, circa il 48 per cento degli individui che cade in condizione di severa deprivazione materiale proviene dal primo quinto di reddito equivalente, ma più di un quarto di essi nell’anno precedente si collocava nei quinti di reddito più elevati (dal terzo in poi).
Il potere d'acquisto delle famiglie è diminuito del 4,8%. Si tratta di una caduta di intensità eccezionale che giunge dopo un quadriennio caratterizzato da un continuo declino. L’Istat evidenzia che al calo del reddito disponibile (-2,2%) è corrisposta una flessione del 4,3% delle quantità di beni e servizi acquistati, la caduta più forte da inizio anni '90. A questo andamento hanno contribuito soprattutto la forte riduzione del reddito da attività imprenditoriale e l’inasprimento del prelievo fiscale. Nel 2012 è aumentata al 62,3% la percentuale di famiglie che hanno adottato strategie di riduzione della quantità e della qualità dei prodotti alimentari. Quasi nove punti percentuali in più rispetto al 53,6% registrato soltanto un anno fa e nel Mezzogiorno arriva a superare il 70%. Stessa impennata registrata per abbigliamento e calzature dove il 69,1% ha dovuto - per necessità - ridurre qualità o quantità dei propri acquisti, contro il 60,7% del 2011. Per quanto riguarda la spesa corrente per consumi (-1,6%) quello del nostro paese è, rispetto ai principali paesi europei, l’unico segno negativo: Regno Unito (+3,9%), Francia (+1,5%), Spagna (+0,2%) e Germania (+2,3).
Le persone potenzialmente impiegabili nel processo produttivo sono quasi 6 milioni, se ai 2,74 milioni di disoccupati si sommano i 3,08 milioni di persone che si dichiarano disposte a lavorare anche se non cercano (tra loro gli scoraggiati), oppure sono alla ricerca di lavoro ma non immediatamente disponibili. Secondo l'Istat, tra le forze di lavoro potenziali é aumentata la quota di quanti dichiarano come motivazione della mancata ricerca lo scoraggiamento: non si cerca più un lavoro perché si ritiene di non poterlo trovare e, anche in questo caso, il fenomeno interessa soprattutto le donne, in particolare il Mezzogiorno. In generale, nel 2012 l’occupazione é diminuita dello 0,3% su anno, pari a 69mila unità in meno, e del 2,2%, pari a 506 mila unità, dal 2008, anno d'inizio della crisi. La disoccupazione é aumentata del 30,2%, pari a 636mila unità. Tra il 2008 e il 2012 i disoccupati sono aumentati di oltre un milione di unità, da 1,69 a 2,74 milioni, ma è cresciuta soprattutto la disoccupazione di lunga durata, ovvero le persone in cerca di lavoro da almeno 12 mesi (+675.000 unità) che ormai rappresentano il 53% del totale (44,4% la media Ue). Quasi la metà dei nuovi disoccupati del 2012 ha inoltre tra i 30 e i 49 anni e, inoltre, un disoccupato su due lo é da almeno un anno. Anche il gruppo dei dirigenti e degli imprenditori ha perso 449mila unità in quattro anni.
La crisi ha profondamente cambiato il mondo del lavoro, raddoppiando il part-time involontario e abbattendo il lavoro standard. Nel 2012 a crescere sono stati solo gli occupati a termine (+3,1%) e i lavoratori a tempo parziale (+4,1%), è stata colpita soprattutto l’occupazione maschile, specie degli immigrati (marocchini e albanesi). La durata media della ricerca di un nuovo lavoro é pari a 21 mesi (15 mesi nel Nord e 27 mesi nel Mezzogiorno) e arriva a 30 mesi per chi é in cerca di una prima occupazione. Lo scorso anno é aumentato sia il ricorso alla cassa integrazione sia la probabilità di transitare verso la disoccupazione.
E’ invece cresciuta l’occupazione femminile di 110 mila unità rispetto al 2011 (+117 mila rispetto al 2008). L’aumento nel 2012 è ascrivibile in parte alla crescita delle occupate straniere (+76 mila, pari a +7,9%) e, in parte, all’incremento delle occupate italiane ultra 49enni (+148 mila, +6,8%) che ha più che compensato il calo delle più giovani. I dati longitudinali evidenziano che nel corso di 12 mesi il tasso di permanenza nell’occupazione delle ultra 49enni è in progressivo aumento: dall’86,2% del 2004-2005, all’89,8% del 2008-2009, fino a giungere al 92,1% nel 2011-2012. La quota di donne occupate in Italia rimane, comunque, di gran lunga inferiore a quella dell’Ue (47,1% contro il 58,6%) e la riduzione dei differenziali di genere nel nostro Paese è da ricondursi soprattutto al peggioramento della situazione occupazionale maschile il cui tasso di occupazione diminuisce di 3,8 punti dal 2008 e di 0,9 punti dal 2011 (-0,1 punti +0,6 punti per le donne). La crescita dell’occupazione femminile nelle professioni non qualificate è avvenuta dal 2008 a ritmi più che doppi rispetto a quanto registrato per gli uomini (nel periodo 2008-2012 +24,9% contro il +10,4% degli uomini) e più che triplo nelle professioni esecutive delle attività commerciali e dei servizi (rispettivamente +14,1 e +4,6%). Nel 2012 l’incidenza delle donne occupate sovraistruite è al 23,3%, contro il 20,6% degli uomini nella stessa condizione. La differenza è più accentuata e in crescita per coloro che possiedono un titolo universitario: si passa da 5,1 punti del 2011 a 6,1 punti del 2012 (36,2% contro il 30,1% degli uomini). L’aumento dell’offerta di lavoro femminile, in atto nel periodo più recente, è il risultato, oltre che di fenomeni di segregazione professionale e di una ricomposizione a favore delle fasce di età più avanzate, anche di nuove e diffuse strategie seguite dalle famiglie per affrontare le difficoltà economiche indotte dalla crisi. Rispetto al 2011 sono aumentate di quasi il 35% le donne in cerca di occupazione che vivono in coppia con figli (+115 mila in confronto al 2011; +127 mila, +39,4% rispetto al 2008). Inoltre, sono anche aumentate le coppie con figli in cui solo la donna lavora, passate da 224 mila del 2008 (5,0% del totale delle coppie con figli), a 314 mila nel 2011 (7,0%) fino ad arrivare a 381 mila nel 2012 (8,4%). 
Le opportunità di ottenere o conservare un impiego per i giovani si sono significativamente ridotte: tra il 2008 e il 2012 gli occupati 15-29enni sono diminuiti di 727 mila unità (di cui 132 mila unità in meno nell’ultimo anno) e il tasso di occupazione dei 15-29enni è sceso di circa 7 punti percentuali (-1,2 punti nell’ultimo anno) raggiungendo il 32,5%. Nello stesso periodo, il tasso di occupazione dei 30-49enni si è ridotto di 3,1 punti percentuali (-0,8 punti percentuali nel 2012) mentre è aumentato tra i 50-64enni, soprattutto per le donne (+4,0 punti percentuali in media, +5,6 se donne; nel 2012 rispettivamente +1,7 e +2,4 punti percentuali). Nel 2012 il tasso di occupazione è così pari al 72,7% per i 30-49enni, e al 51,3% per i 50-64enni. Il tasso di disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 29 anni tra il 2011 e il 2012 è aumentato di quasi 5 punti percentuali, dal 20,5 al 25,2% (dal 31,4 al 37,3% nel Mezzogiorno); dal 2008 l’incremento è di dieci punti. Sono stati relativamente più colpiti i giovani con titolo di studio più basso, in modo particolare quanti hanno al massimo la licenza media (+5,2 punti). Il numero di studenti è rimasto sostanzialmente stabile attorno ai 4 milioni (il 41,5% dei 15-29enni; 3 milioni 849 mila nel 2008). L’Italia ha la quota più alta d’Europa (23,9%) di giovani 15-29enni che non lavorano né frequentano corsi di istruzione o formazione (i cosiddetti Neet, Not in Education, Employment or Training). Si tratta di due milioni 250 mila giovani: il 40% è alla ricerca attiva di lavoro (49% tra gli uomini, 33,1% tra le donne), circa un terzo appartiene alle forze di lavoro potenziali, nel restante 29,4% sono inattivi che non cercano lavoro e non sono disponibili a lavorare. Nonostante la crescita dei Neet sia stata più marcata negli ultimi anni al Centro-Nord, la situazione nel Mezzogiorno rimane quella più critica: in questa area è Neet un giovane su tre (contro uno su sei nel Nord e uno su cinque nel Centro) e sono anche meno numerosi i Neet alla ricerca attiva di lavoro (36% contro il 46% circa del Centro-Nord). Tuttavia, sommando i disoccupati e le forze di lavoro potenziali, nel Mezzogiorno è comunque più elevata la quota di quanti si dichiarano interessati a entrare o rientrare nel mercato del lavoro (il 73,3% contro il 67,1% nel Centro-Nord). Fra coloro che hanno concluso il percorso di istruzione e formazione da non più di tre anni, nel 2011 il tasso di occupazione dei 20-34enni diplomati e laureati (indicatore recentemente incluso tra quelli del Consiglio europeo) è pari al 57,6% (77,2% nella media Ue27). La differenza con il tasso medio europeo è elevato soprattutto per i diplomati (50,6% contro il 71,4% medio europeo), ma rimane ampia anche per i laureati (66,1% e 82,6%, rispettivamente). Tra il 2006 e il 2011 la differenza tra il tasso di occupazione medio europeo e quello italiano per i giovani diplomati da non più di tre anni è raddoppiato (da 10,2 a 20,8 punti di differenza), mentre quello dei laureati da non più di tre anni è cresciuto di meno (da 15,2 a 16,5 punti di differenza). Rispetto ai più grandi paesi europei il divario per i diplomati si accentua nel confronto con la Germania, dove sono occupati otto neo diplomati ogni dieci, e con la Francia, dove lo sono poco meno di sette su dieci. La laurea protegge di più dagli eventi negativi del mercato del lavoro. Il divario tra tassi di occupazione dei 20-34enni laureati e diplomati da non più di tre anni in Italia è in forte e continua crescita (da 5,4 punti percentuali del 2006 a 15 punti del 2011), sia per le donne che, in misura più accentuata, per gli uomini. Lo svantaggio in termini occupazionali dei diplomati è confermato anche dalla dinamica dei tassi di disoccupazione: il divario tra i laureati e i diplomati, entrambi entro tre anni dal conseguimento del titolo, si è allargato nel corso dei cinque anni passando da 4 punti del 2006 a oltre 12 punti del 2011. I tassi sono passati dal 20,9% al 30,5% per i diplomati e dal 17,1% al 17,7% per i laureati. Tra i diplomati 20-34enni da non più di tre anni sta crescendo anche la percentuale di giovani occupati sovraistruiti (con un livello di istruzione più elevato rispetto a quello mediamente richiesto nel lavoro) più di quanto avvenga per i laureati: nel 2012 ha raggiunto il 58,4%, 8 punti in più rispetto al 2008. Alcuni effetti della crisi sulle opportunità di sbocco dei laureati sembra che abbiano enfatizzato il ruolo dell’estrazione sociale, che incrementa, a favore delle classi più alte, la probabilità di trovare lavoro o di ottenere una retribuzione più elevata. Ciò influisce negativamente sulla mobilità sociale aggiungendosi al fenomeno già rilevante che vede svantaggiate al momento dell’iscrizione all’Università le classi sociali meno abbienti e di cui si è data ampia documentazione nel Rapporto dello scorso anno. 
Quanto al bilancio dello Stato, l‘Istituto sottolinea che i debiti commerciali delle pubbliche amministrazioni ammontavano a fine 2012 a 63,1 miliardi, in calo rispetto ai 65,7 miliardi dell’anno precedente. L’inversione di trend crescente, che si è visto tra il 2009 e il 2011, è attribuito alla spending review. Oltre la metà dei debiti (57%) è accumulato dal comparto della sanità. L’Istat riconosce gli sforzi fatti per proseguire il percorso di risanamento dei conti pubblici; l’indebitamento netto in rapporto al Pil è tornato entro la soglia del 3%, dal 3,8 del 2011. Ma anche che non sono stati sufficienti ad arrestare la crescita del rapporto tra debito pubblico e Pil.
Nonostante tutto, però, alla domanda su come viene valutata la propria qualità della vita, gli italiani rispondono con la sufficienza piena: 6,8 il voto attribuito. Pur sotto stress finanziario, la maggioranza dei cittadini si dimostra tollerante nel rapporto con gli stranieri. Il 61,4% dei cittadini è infatti d'accordo con l’affermazione che gli immigrati sono necessari per fare il lavoro che gli italiani non vogliono fare e il 62,9% è poco o per niente d'accordo con l’idea che gli immigrati tolgono lavoro agli italiani. Solamente il 24,6% per cento degli italiani, però, è complessivamente ottimista sul proprio futuro nei prossimi cinque anni. Diverso è l’andamento delle altre componenti del benessere individuale dei cittadini. Rispetto al 2011, nel 2012 aumenta la soddisfazione per le relazioni familiari ed amicali: le persone di 14 anni e più che nel 2012 si dichiarano molto soddisfatte per le relazioni familiari sono il 36,8% (nel 2011 erano il 34,7%), per le relazioni amicali tale quota è pari al 26,6% (24,4% nel 2011). La soddisfazione per la salute è molto diffusa nonostante l’elevata età media della popolazione: l’80,8% degli individui di 14 anni e più esprime un giudizio positivo, percentuale sostanzialmente stabile nel tempo nonostante l’invecchiamento della popolazione. Anche la soddisfazione per il tempo libero, che nell’ultimo decennio si è costantemente assestata su quote rilevanti (intorno al 63%) è aumentata: i molto soddisfatti passano dal 13,4% del 2011 al 15,6%.
L’insoddisfazione per la situazione economica non sempre pregiudica un giudizio positivo sulla propria vita. Il 21,6% di coloro che dichiarano elevati livelli di soddisfazione per la propria vita nel complesso è insoddisfatto della propria situazione economica, ma è soddisfatto per gli aspetti relazionali, la salute e il tempo libero. Guardando al futuro, il 24,6% degli italiani pensa che la propria situazione personale migliorerà nei prossimi cinque anni. Il 23,5% ipotizza un peggioramento, il 23,3% dichiara uno stato di dubbio e incertezza, mentre il 28,5% ritiene che la situazione resterà uguale. Nonostante siano particolarmente colpiti dalla crisi, i giovani fino a 34 anni si mostrano più ottimisti degli altri: il 45% ritiene che la propria situazione migliorerà. Se si risiede in aree più ricche e più dinamiche o si è più istruiti, l’atteggiamento verso il futuro è più positivo: chi vede una prospettiva di miglioramento nei prossimi cinque anni è il 27,1% tra i residenti al Nord, scende al 24,1% al Centro e diventa il 21,6% nel Mezzogiorno. Chi possiede un titolo di studio elevato confida in una prospettiva favorevole in misura quasi doppia rispetto a chi ha al massimo l’obbligo scolastico (il 35% rispetto al 13,9%). Avere un lavoro è importante per una visione positiva del proprio futuro. Il 29,6% degli occupati è ottimista al riguardo, soprattutto tra chi riveste un ruolo dirigenziale o imprenditoriale (32,5%) e tra le donne (30,8% delle occupate). 
Il Paese è attraversato non soltanto da una profonda crisi economica, ma anche da una diffusa insoddisfazione dei cittadini verso la politica e le istituzioni pubbliche. La fiducia dei cittadini nelle istituzioni è su livelli bassi. In particolare, un voto da otto a dieci viene attribuito dal 66,2% della popolazione di 14 anni e più ai vigili del fuoco (punteggio medio 8,1), dal 34% alle forze dell’ordine (6,5), dal 4,8% al Parlamento italiano (punteggio medio 3,6) e solo dall’1,5% ai partiti politici, che ricevono come punteggio medio 2,3. La fiducia nelle istituzioni locali si colloca ad un livello intermedio: al governo regionale e provinciale viene assegnato dai cittadini un punteggio medio pari a 3,7, a quello comunale 4,5. Vivibilità del territorio e fiducia nelle istituzioni locali sono strettamente legate. La possibilità di poter accedere a servizi pubblici di qualità e di godere di favorevoli condizioni socio-ambientali dell’area in cui si risiede hanno un impatto sul benessere e sulla soddisfazione dei cittadini e sulla fiducia che essi ripongono nelle istituzioni, in particolare quelle locali.