Risparmiare 10 milioni di euro al giorno recuperando il gap digitale

letto 1026 voltepubblicato il 06/07/2014 - 12:22 nel blog di Rita Pastore, in Osservatorio Spending Review

Sono stati diffusi i risultati del 7° numero del "Diario della transizione" del Censis, che ha l'obiettivo di cogliere e descrivere i principali temi in agenda in un difficile anno di passaggio, attraverso una serie di note di approfondimento. Se volessimo riassumerne le conclusioni in un’unica frase, potremmo dire che il ritardo digitale costa all’Italia 10 milioni di euro al giorno in termini  di minori investimenti in reti, tecnologie e servizi innovativi.
Il Censis stima che se l'Italia azzerasse il disavanzo nella bilancia dei pagamenti per i servizi informatici, se sviluppasse il commercio online e l'uso della moneta elettronica fino a raggiungere la media europea, e se riuscisse a razionalizzare le banche dati della pubblica amministrazione centrale si renderebbero disponibili per nuovi investimenti in reti, tecnologie e servizi innovativi circa 3,6 miliardi di euro all'anno. Ben 10 milioni di euro al giorno!
Il rapporto sottolinea che è troppo basso il grado di confidenza degli italiani con le nuove tecnologie digitali. Le persone con età compresa tra 16 e 74 anni utilizzatori abituali di internet sono il 58% del totale, contro il 90% del Regno Unito, l'84% della Germania e l'82% della Francia, e contro il 75% della ma media europea.  Inoltre, di questi, solo il 34% interagisce via web con le amministrazioni pubbliche, contro il 72% della Francia, il 57% della Germania, il 45% del Regno Unito e il 54% della media europea. I dati confermano che l’Italia si pone all’ultimo posto in Europa per l’uso online dei servizi della Pubblica Amministrazione.  Degli oltre 500 milioni di e-mail ricevute dai Ministeri, solo il 27% è in uscita.
Nel primo quadrimestre del 2014 le caselle di posta elettronica certificata sono aumentate del 172% rispetto allo stesso periodo del 2011, superando i 15 milioni di caselle attive. Il numero medio di messaggi per casella è però sceso da 22 a 18 all'anno. La firma digitale ha raggiunto a maggio 2014 la quota di 5,3 milioni di certificati attivi, in crescita rispetto all'inizio del 2012 del 62%.
La pubblica amministrazione spende (dati al 2012) oltre 3,9 miliardi di euro per beni e servizi Ict, con un trend in contrazione nel tempo (-8% rispetto a 5 anni prima), nonostante la crescita costante del parco tecnologico installato. Ad esempio, le caselle di posta elettronica dei ministeri e degli enti nazionali sono circa 2 milioni, in aumento rispetto all'anno precedente del 14,3%. La quota delle spese dello Stato destinate alla gestione e manutenzione dell'esistente è pari al 57% del totale della spesa Ict, in aumento del 3% rispetto all'anno precedente. La parte assorbita dagli investimenti si riduce progressivamente e riguarda principalmente la manutenzione evolutiva di applicativi esistenti, che pesa per il 41% del totale dei nuovi investimenti. Il 50,6% del valore dei nuovi contratti Ict è affidato con trattativa privata. Nel primo semestre del 2014 l'amministrazione centrale dello Stato ha speso 24,5 milioni di euro in consulenze informatiche, con una forte riduzione (-37%) rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Nel 2013 le spese in consulenza informatica sono state pari a 93,7 milioni di euro (che corrispondono al 73,4% della spesa destinata a traslochi e facchinaggi).
Le amministrazioni pubbliche centrali hanno attive 1.520 diverse banche dati. Una riduzione a circa un centinaio potrebbe apportare un netto miglioramento della qualità dei servizi e una conseguente disponibilità per nuovi investimenti in innovazione (si stimano risparmi di circa 160 milioni di euro all'anno per minori spese di costi di gestione delle banche dati).
Il Paese è in ritardo anche rispetto agli investimenti in reti di nuova generazione: le famiglie con un componente di età compresa tra 16 e 74 anni con accesso alla banda larga sono solo il 68% del totale, contro l'87% del Regno Unito, l'85% della Germania, il 78% della Francia e la media europea è del 76%.
I nostri laureati in discipline scientifiche e tecnologiche con meno di 30 anni sono solo 13,2 ogni mille abitanti della stessa età, contro i 22,1 della Francia, i 19,8 del Regno Unito, i 16,2 della Germania; mentre la media europea è del 17,1%.
Le start-up nel settore dei servizi innovativi fanno faticano a emergere e fare davvero innovazione: si contano n. 2.254 imprese iscritte nell'elenco ufficiale, ma dai riscontri fatti il 60,9% non ha nemmeno un sito web. Anche il numero delle imprese attive nell’e-commerce è residuale: solo il 5% del totale, contro una media Ue del 14%. Il fatturato totale delle vendite online delle imprese con almeno 10 addetti e che realizzano via web almeno l’1% del fatturato, nel 2013 è stato pari a 12,2 miliardi di euro, contro i 96 miliardi del Regno Unito, i 50 miliardi della Germania e i 45 miliardi della Francia.
Appare naturale, quindi, che la bilancia dei pagamenti per servizi informatici dell'Italia sia strutturalmente in deficit, con un saldo negativo che nel 2012 ha raggiunto 1,49 miliardi di euro: le esportazioni valgono 1,88 miliardi e le importazioni ammontano a 3,37 miliardi.
Ancora, in Italia la moneta elettronica ha pochissimi utilizzatori, in quanto il denaro contante è usato nell’82,7% delle transazioni, contro una media Ue pari al 66,6%.
Le transazioni con carte di pagamento (escluse le carte di moneta elettronica) sono solo 28 per carta all'anno, contro le 167 del Regno Unito, le 129 della Francia e le 30 della Germania. In Italia il denaro contante è utilizzato nell'82,7% delle transazioni, contro una media europea del 66,6%. Il maggior costo rispetto alla media europea della gestione del contante confrontato con mezzi elettronici equivalenti è stimabile in circa 450 milioni di euro all'anno.
Tutto ciò ci penalizza fortemente nella competizione internazionale; ma senza buone regole, senza infrastrutture adeguate e senza competenze, la transizione al digitale resterà un’occasione sprecata.