Approvato il decreto legislativo sull'armonizzazione dei sistemi contabili e degli schemi di bilancio di Regioni e enti locali

letto 10069 voltepubblicato il 09/08/2014 - 22:18 nel blog di Rita Pastore, in Osservatorio Spending Review

Il Consiglio dei Ministri ha approvato l’8 agosto u.s., su proposta  dei Ministri dell'Economia e delle finanze, per la Semplificazione e la pubblica amministrazione  e per gli Affari regionali e le autonomie un decreto legislativo che integra e  modifica il decreto legislativo 23 giugno 2011, n. 118, con disposizioni per l'armonizzazione dei sistemi contabili e degli schemi di bilancio delle Regioni, degli enti locali e dei loro organismi, a norma degli articoli 1 e 2 della legge 5 maggio 2009, n. 42. L’obiettivo è evitare situazioni di spese che si formano senza che vi sia un controllo efficace e che si accumulino miliardi di arretrati sui pagamenti delle PP.AA. Predisposto per dare attuazione all’articolo  119 della Costituzione, di recente  modificato, che prevede tra l’altro omogeneità territoriale in materia di bilanci pubblici,  il provvedimento costituisce la più ampia e organica riforma di contabilità degli enti territoriali  realizzata in Italia. Tecnicamente si tratta di un’operazione di armonizzazione contabile, diretta  a garantire la qualità e l’efficacia del monitoraggio e del consolidamento dei conti pubblici e a superare l’incapacità del sistema contabile di rappresentare reali fatti economici.

Dal 2015 si parte con l’individuazione di regole contabili uniformi e con la riclassificazione dei dati contabili e di bilancio degli enti, che dovranno adottare schemi di bilancio comuni, articolati in missioni e programmi secondo le regole della contabilità nazionale  e le norme europee. E’ stato anche introdotto un sistema di indicatori di risultato semplici, misurabili e riferiti ai programmi del bilancio, costruiti secondo metodologie comuni. Comunque, per il primo anno, i vecchi schemi contabili saranno mantenuti con funzione conoscitiva, affiancandosi ai nuovi, per non perdere il controllo dei conti. Anche il Def delle Regioni partirà nel 2016.

Dal 2016, poi, si prevede l’introduzione di un bilancio consolidato che comprenderà anche i conti di società, aziende, enti e organismi controllati. Questa riforma rappresenta un traguardo importante nel percorso di risanamento della finanza pubblica e favorirà il coordinamento della spesa e il consolidamento dei conti degli enti locali e territoriali, anche ai fini del rispetto delle regole UE, della spending review e delle determinazione di fabbisogni e costi standard.
Innanzitutto la riforma impone agli amministratori di valutare i residui attivi (le entrate non riscosse) per stralciare dai conti quelle che oggettivamente non sarà più possibile incassare. Questa azione di “riaccertamento straordinario” potrebbe creare dei buchi nei bilanci di vari Comuni, dal momento che la Corte dei Conti ha stimato in 35 miliardi complessivi i residui attivi negli enti locali.
Ad ogni modo, i disavanzi che si genereranno da questa azione di riaccertamento dei conti potranno essere recuperati in 10 anni, a un tasso del 10% all’anno.
Per evitare che nel futuro, però, si crei una nuova massa di residui, la riforma introduce un nuovo meccanismo della “competenza rafforzata”, secondo cui le entrate e le uscite vanno imputate nell’esercizio in cui arrivano a scadenza. I nuovi bilanci dovranno essere blindati dal rischio dei mancati incassi, mediante l’istituzione di un “Fondo crediti di dubbia esigibilità” che sarà parametrato all’andamento dell’accertamento e incasso dell’ultimo quinquennio. Più è basso il tasso di riscossione dell’ente, più saranno grosse le somme da congelare nel Fondo; perciò più e grande il Fondo più forte sarà l’esigenza di reperire entrate aggiuntive per la gestione ordinaria.
La riforma, infine, concerne anche il bilancio consolidato, la cui data di approvazione è stata spostata dal 30 giugno al 30 luglio, per calcolare le performance del Comune (gli enti con più di 5mila abitanti) insieme alle partecipate (fino al 20%). Però, le società quotate entreranno nel bilancio consolidato dell’ente solo a partire dal 2018.

 

5 commenti

M C

M C01/09/2014 - 18:00

Salve,
in merito all'articolo, molto utile ed interessante, vorrei sottoporvi questo quesito.
Dall'estratto del decreto 126 del 10 Agosto (http://www.rgs.mef.gov.it/_Documenti/VERSIONE-I/Utilit/Selezione_normati...) che recepisce quanto espresso l'8 Agosto, si evice che solo gli Enti che hanno partecipato alla sperimentazione adotteranno i nuovi schemi da gennaio 2015, mentre nell'articolo si parla di "tutti" gli enti.
Forse sto interpretando male?

Ecco un estratto del decreto:

- (pag.10 punto 12) Nel 2015 gli enti di cui al comma 1 adottano gli schemi di bilancio e di rendiconto vigenti nel 2014, che conservano valore a tutti gli effetti giuridici, anche con riguardo alla funzione autorizzatoria, ai quali affiancano quelli previsti dal comma 1, cui è attribuita funzione conoscitiva. Il bilancio pluriennale 2015 - 2017 adottato secondo lo schema vigente nel 2014 svolge funzione autorizzatoria. Nel 2015, come prima voce dell'entrata degli schemi di bilancio autorizzatori annuali e pluriennali è inserito il fondo pluriennale vincolato come definito dall'art. 3, comma 4, mentre in spesa il fondo pluriennale è incluso nei singoli stanziamenti del bilancio annuale e pluriennale.
- (pag. 11 punto 15) A decorrere dal 2015 gli enti che nel 2014 hanno partecipato alla sperimentazione di cui all'art. 78 adottano gli schemi di bilancio di cui al comma 1 che assumono valore a tutti gli effetti giuridici, anche con riguardo alla funzione autorizzatoria cui affiancano nel 2015, con funzione conoscitiva, gli schemi di bilancio e di rendiconto vigenti nel 2014, salvo gli allegati n.17, 18 e 20 del decreto del Presidente della Repubblica n. 194 del 1996 che possono non essere compilati.

Grazie mille.
Saluti.

Rita Pastore

Rita Pastore05/09/2014 - 14:30

Salve, è chiaro che il testo della riforma è complesso e l'articolo del blog non può riportare tutti i dettagli. Come tutte le riforme, anche in questo caso è stato disegnato un percorso "a tappe" per l'attuazione della riforma della contabilità degli enti locali.

Si comincia con una operazione di "pulizia dei bilanci", con l'approvazione dei rendiconti 2014. Quindi entro aprile 2015 gli enti locali dovranno procedere al riaccertamento straordinario dei residui. Chi non lo farà andrà incontro allo scioglimento del Consiglio.

L'eventuale maggiore disavanzo di amministrazione al 1 gennaio 2015, determinato dal riaccertamento straordinario dei residui e dal primo accantonamento al fondo crediti di dubbia esigibilità, potrà essere ripianato in 10 anni a un rateo del 10% all'anno.

A partire dal 1 gennaio 2015 si parte con l'adozione a soli fini conoscitivi dei nuovi schemi di bilancio per missioni e programmi, mentre a fini autorizzatori si continuerà in parallelo con gli schemi di bilancio e rendiconto attualmente in uso.

Sempre nel 2015 si darà seguito all'applicazione del principio della competenza finanziaria potenziata, con il riaccertamento straordinario dei residui.

Nel 2016 saranno adottati ai fini autorizzatori i nuovi schemi di bilancio e rendiconto, e scomparirà il doppio binario. Saranno adottati il piano dei conti integrato e la codifica della transazione elementare e la contabilità economico patrimoniale integrata si affiancherà alla contabilità finanziaria. Per gli enti che nel 2014 hanno partecipato alla sperimentazione, la contabilità armonizzata partirà complessivamente dal 1 gennaio 2015.

 

Alberto Monda

Alberto Monda02/09/2014 - 15:49 (aggiornato 02/09/2014 - 15:49)

Salve, con l'approvazione del decreto n. 126 del 10 agosto u.s. termina con il 2014 il periodo di sperimentazione che ha visto adottare la nuova contabilità, per un triennio, da 400 comuni capofila. L’entrata in vigore della riforma contabile dal 2015 è per tutti gli enti locali. Naturalmente, perchè ciò sia le amministrazioni dovranno comunque attenersi ad una serie di condizioni. In primis bisognerà valutare se gli enti hanno risorse umane e organizzative tali da consentire l’adozione del nuovo sistema garantendo la formazione per il personale comunale. Sul punto, segnalo questo seminario di formazione gratuito, organizzato da ANUTEL e dal Comune di  Santa Maria Capua Vetere, che si terrà il 15 settembre p.v. a Santa Maria Capua Vetere presso il Teatro Garibaldi. Per informazioni, è possibile consultare il link:

 

Roberto Formato

Roberto Formato13/08/2014 - 16:21

Il ricorso alla pratica dei residui attivi costituisce una debolezza strutturale delle amministrazioni comunali italiane e testimonia la diffusa difficoltà a gestire in modo efficace le entrate, cui concorrono due debolezze, ovvero la resistenza della politica locale a fare scelte impopolari e l’incapacità ad attuare un efficace sistema di riscossione.

Poiché sono gli stessi Comuni a decidere se un credito è esigibile o meno, questa discrezionalità ha determinato, nel tempo, una situazione di grave rischio: molti enti locali riportano difatti nei bilanci crediti apparentemente esigibili, anche se consapevoli che difficilmente verranno riscossi. Ci si comporta insomma come se i soldi in cassa ci sono, pur sapendo che difficilmente potranno essere incassati. In questo maniera è possibile fare “quadrare” per anni bilanci improbabili consentendo di sostenere spese che in realtà non sarebbero sostenibili. Queste entrate, pur fittizie, finanziano tuttavia spese reali, creando deficit occulti: a debiti veri corrispondono in bilancio crediti “posticci”. Il risultato è quello di operare al di sopra dei propri mezzi, con “buchi” in contabilità che si cumulano, di anno in anno, emergendo spesso solo quando ormai è troppo tardi per rimediare attraverso la gestione ordinaria.

Con riferimento alle stime effettuate dalla Corte dei Conti in occasione dell’audizione presso la Commissione Parlamentare per l’attuazione del Federalismo Fiscale (), è stata confermata la rilevanza dei residui attivi accumulati dai Comuni tra il 2009 e il 2012. La capacità di riscossione si assesta difatti appena intorno al 40%, con una massa complessiva di residui trascinati dagli esercizi precedenti quantificata esattamente in 33 mld di euro, di cui 17,6 ancora da incassare.

Nel sud sarebbero ben 1.467 i Comuni “a rischio”, per oltre 9,1 mld, dei quali appena il 27,5% riscossi. La classifica è guidata però dai Comuni del Lazio (6,2 mld), seguiti da Campania (4,9) e la Sicilia (3,9). Una quota che può nascondere veri e propri deficit strutturali, insidiando l’affidabilità dei bilanci locali e di conseguenza la tenuta prospettiva dei conti pubblici. Le situazioni critiche si estendono però a tutta l’Italia: emblematica la situazione recentemente sperimentata dall’amministrazione comunale di Alessandria, oggi ufficialmente in default, che al 2011 aveva residui attivi pari “solo” al 54,6% del totale delle entrate.

Come in molti degli interventi richiesti dall’attuazione delle misure connesse alla “spending review” la questione non è solo meramente tecnico-contabile, ma richiede un profondo cambiamento nella cultura amministrativa locale. Lo scenario descritto rivela difatti importanti limiti gestionali e non inferiori “ipocrisie” politiche che confliggono fortemente con il processo di decentramento fiscale. Questo presuppone difatti una forte assunzione di responsabilità da parte degli amministratori comunali, cui è richiesto di dotarsi di una organizzazione adeguata per la riscossione dei crediti e la lotta all'evasione, sovvertendo abitudini consolidate da decenni, nel corso dei quali il tema della riscossione non è stato prioritario dato che gran parte delle proprie risorse finanziarie venivano trasferite dallo Stato.

Lucia Ciambrino

Lucia Ciambrino12/08/2014 - 10:21 (aggiornato 12/08/2014 - 10:21)

Finalmente i bilanci di regioni ed enti locali dal 2015 parleranno una sola lingua! La sperimentazione che ha interessato finora  400 comuni, sarà estesa dall'anno prossimo a tutti i comuni, che saranno obbligati a garantire una serie di condizioni.
Innanzitutto, per gli enti che adotteranno le nuove regole non vi saranno più deroghe al patto di stabilità. Sarà anche necessario formare il personale per consentire la corretta implementazione del nuovo sistema. Su questo punto, ritengo che sarebbe utile valutare la possibilità da parte degli enti/scuole di formazione pubblici, di realizzare percorsi di formazione e accompagnamento a vantaggio delle amministrazioni che non hanno partecipato alla sperimentazione.

Infatti, è bene ricordare che  l’azione di “armonizzazione contabile” interesserà tutti i responsabili di servizi degli enti territoriali, e non solo quelli che lavorano negli uffici di contabilità, ma anche i revisori dei conti, gli amministratori, i tesorieri, i controller, gli istituti di credito e tutte le figure professionali che contribuiscono alla redazione del bilancio e del rendiconto degli enti medesimi. Il passaggio dal vecchio al nuovo sistema non è né semplice né immediato.