Biblioteconomia: condivisione e reperibilità della conoscenza libraria in formato digitale

letto 2090 voltepubblicato il 11/09/2014 - 15:29 nel blog di Rosangela Muscetta

Come risponderanno le biblioteche e i bibliotecari all'attuale società della globalizzazione, delle nuove tecnologie e della crisi economica? Come riusciranno a riproporsi nella collettività per continuare ad affermare il loro ruolo e quindi la loro esistenza?  Sono i quesiti alla base di una nuova biblioteconomia che affida al bibliotecario un importante ruolo di guida nell’attuale società dell’informazione.

Per perseguire gli scopi che sono richiesti dall’adeguamento della professione all’attuale società dell’informazione, è necessario un cambiamento rispetto alle attuali pratiche, che comporti un ampliamento del campo di azione. Non possiamo portare nel futuro le tradizioni e le pratiche del passato, non possiamo continuare a focalizzarci sulla recorded knowledge. Quindi come possiamo definire in maniera nuova la nostra professione? La definizione sta non in quello che facciamo ma nel perché lo facciamo. Come costruire una nuova professione? Quale dovrà esserne il core business? Partendo dalla considerazione che l’uso di una fonte informativa è definita dal contesto e dagli utenti, o meglio dai membri di una biblioteca, si può affermare che la nozione tradizionale di missione della biblioteca come possesso, organizzazione di una collezione e facilitazione dell’accesso ad essa, è oggi in discussione.

Questo è il momento di cambiare la concezione della professione e di trovare quale sia la vera missione, ovvero migliorare la società facilitando la creazione di conoscenza all’interno della comunità. Una missione non della biblioteca, ma più propriamente dei bibliotecari, delle persone di cui essa è composta. Migliorare la società, rendere il mondo migliore, tramite la facilitazione della creazione di conoscenza, è un processo che implica una conversazione tra più parti. La conoscenza si crea tramite la conversazione. Imparare è una conversazione, un dialogo, per cui non deve essere più utilizzata la tradizionale organizzazione della conoscenza, ma è necessario basarsi su connessioni. La missione dei bibliotecari consiste nel facilitare la creazione di conoscenza tramite conversazioni, attraverso spazi fisici, collezioni, materiali bibliografici, ambienti ibridi, digitali e fisici. In conclusione la professione di bibliotecario deve andare oltre la biblioteca, deve essere integrata con la comunità, focalizzarsi sui servizi oltre le collezioni. Biblioteche e bibliotecari sono coinvolti nel processo di apprendimento e quindi nelle conversazioni; la loro missione si fonda sui servizi, sull’innovazione e sul ruolo di guida che i bibliotecari devono assumere.

Lo scopo è proprio quello di aumentare la consapevolezza che questo tipo di istituzioni debba concorrere all'accrescimento della conoscenza nella collettività. Per fare ciò il bibliotecario deve acquisire sempre maggiore professionalità, nella risoluzione dei problemi, nelle capacità creative e innovative, nella comunicazione e collaborazione. Promuovere l'alfabetizzazione di base, o quella informativa, civica, ambientale o sanitaria, contribuirà a raggiungere l'obiettivo. La biblioteca deve agire all'interno della comunità, radicandosi nel territorio e coinvolgendo le istituzioni.

Da qui la necessità di un cambiamento anche nella formazione dei bibliotecari, che deve puntare verso una maggiore internazionalizzazione della professione a dimostrazione di come l'apprendimento derivi dalla conversazione e da questa si arrivi alla collaborazione. Un fondamentale binomio tra KD/KS ovvero tra knowledge development e knowledge sharing.

Attraverso la metafora dell'albero (Library Tree) possiamo rappresentare le funzioni proprie di una biblioteca: le radici rappresentano il collegamento con il passato; il tronco e i rami le strategie istituzionali e l'organizzazione delle risorse; le foglie l'accesso alle risorse e le prospettive future. Tale metafora consente di chiarire il ruolo del bibliotecario nella sua principale funzione di facilitatore dell'accesso alla conoscenza, ove non è tanto importante l'istituzione ma la capacità del bibliotecario di non lasciare che le foglie rimangano sull'albero ma vengano trasportate nella rete e siano autorganizzanti cioè rispondenti alle richieste degli utenti.

L’esigenza per una moderna biblioteca è quella di "riposizionarsi" nella società attuale in cui le persone non si recano in biblioteca per mancanza di tempo, per diffidenza, per timore verso un certo tipo di cultura o di luogo poco attraente, il più delle volte riservato solo agli studiosi. È necessario che la biblioteca abbatta tutte le barriere simboliche di cui è piena, a partire dalla impronta borghese degli edifici. Essa è indissolubilmente legata alla città, come le chiese, i mercati, le piazze, e in quanto tale deve sapersi integrare in essa. Se le nuove tecnologie e i social media suggeriscono una disponibilità di informazione culturale e di scambi sociali a domicilio, proponendo un isolamento fisico, le biblioteche devono proporsi come "piazze del sapere", attraenti e stimolanti. Un esempio sono gli Idea Store, inseriti nei centri commerciali e con caratteristiche simili a quelle commerciali. La cultura cosiddetta "fredda" deve lasciar posto a quella "calda", partecipativa. La biblioteca deve diventare un luogo di eguaglianza, un luogo popolare, dove poter conversare liberamente anche in modo colorito, dove ci si possa incontrare ma anche riposare, dove ci sia comfort, gratuità e sicurezza.

Tale funzione è oggi messa in discussione dall’avvento delle nuove tecnologie e dal proliferare di risorse informative disponibili sul Web. Tuttavia questa situazione è considerata un’opportunità perché le biblioteche universitarie possano ridefinire il proprio ruolo e perché i bibliotecari possano essere parte attiva del cambiamento. Le direttrici sulle quali le biblioteche universitarie devono incamminarsi sono rappresentate dall’utilizzo dei social network e di tutti gli strumenti del Web 2.0 perché la biblioteca possa andare verso gli utenti e trovarsi nei luoghi dove essi si trovano; le biblioteche universitarie devono inoltre espandere il proprio “core business” includendo nei propri compiti l’attiva partecipazione al movimento Open Access, l’impegno a definire e risolvere i problemi posti dal copyright, particolarmente riguardo le risorse elettroniche, la progettazione di modalità per la condivisione delle risorse, anche in considerazione dell’attuale crisi economica.

L’obiettivo finale, quindi, è reinventarsi. Il cambiamento di ruolo si è concretizzato nell’adozione di tecniche di gestione della conoscenza e nella progettazione e realizzazione di library tools, che mirano ad organizzare e mettere a disposizione di tutti   le risorse informative di cui essi hanno bisogno, non limitandosi ai servizi informativi che una tradizionalmente biblioteca tradizionalmente offre, ma includendo la più ampia gamma di informazioni.

 

 

1 commento

Alessandra Cornero

Alessandra Cornero12/09/2014 - 15:24

Cara Rosangela,

molto di quanto tu scrivi è vero. Ma molto di quanto tu scrivi era già vero molti anni fa, per esempio "Tale funzione è oggi messa in discussione dall’avvento delle nuove tecnologie e dal proliferare di risorse informative disponibili sul Web".  Oggi era ieri:-).

E molti bibliotecari non solo ne sono stati consapevoli, ma hanno nel tempo agito, prodotto, messo in campo molto di quello che tu proponi (strumenti social, open access, riposizionamenti ecc.).  Non basta.

Il problema con le  biblioteche - e con i bibliotecari - è sicuramente e da sempre soprattutto di di tipo culturale, la scarsa conoscenza (e lo scarso riconoscimento)  che in molti hanno della professione del bibliotecario, della funzione e delle attività delle biblioteche. In Italia esistono ancora biblioteche senza bibliotecari (ma non mi risulta esistano studi legali senza avvocati:-), mentre nel mondo, già nascono edifici destinati a essere biblioteche, ma senza libri di carta, per esempio in .

E di conseguenza il problema, a mio avviso, sono gli scarsi investimenti, in termini organizzativi e economici, destinati a chi potrebbe fare invece molto per lo sviluppo delle competenze informative e del sapere, ad esempio per l'information literacy education, lo sviluppo delle competenze informative di tutte le persone, siano esse semplici cittadini, studenti, impiegati, professionisti.

Ci sarebbero molti esempi di cosa già si fa e di cosa si potrebbe fare. Le buone pratiche sono numerose in Italia, a volte basterebbe solo copiare.

Ti ringrazio comunque per il tuo post,  per aver parlato di un argomento di cui forse si parla poco in questa rete, poco sia per il sostegno che gli innovatori possono dare alle biblioteche che per il contributo importante che i bibliotecari possono dare all'innovazione della PA.