Anche per tagliare serve una Pubblica Amministrazione efficiente

letto 1791 voltepubblicato il 08/12/2014 - 12:55 nel blog di Rita Pastore, in Osservatorio Spending Review

Volevo condividere con voi alcune riflessioni nate dalla “Pillola di Spending Review n. 7” che il Prof. Luciano Hinna ha prodotto per la nostra community (vedi ): per avviare una buna politica di revisione della spesa serve una Pubblica Amministrazione efficiente.

In questi giorni che precedono l’approvazione della nuova legge di Stabilità è più che mai attivo il dibattito, in Italia e in Europa, sulla portata della manovra, sulle misure espansive o recessive, sul rinvio al 2017 dell’obiettivo del saldo strutturale del bilancio pubblico. In questo contesto, l’unico elemento condiviso in maniera trasversale è l’improcrastinabilità delle riforme strutturali e della ripresa degli investimenti pubblici. Ma perché questo avvenga è necessario prima di tutto semplificare, eliminando gli ostacoli normativi, rivedendo gli strumenti di finanziamento, snellendo gli iter burocratici, riorganizzando funzioni e personale, aumentando la trasparenza, tagliando gli sprechi. In sintesi, per fare le riforme è necessario avere una PA efficiente.

Le riforme strutturali non sono altro che un sistema organico di strumenti in grado di incidere profondamente sulla finanza pubblica, sull'organizzazione dello Stato, sulla digitalizzazione, sul sistema di istruzione e ricerca, sul dinamismo dell'economia, sulle liberalizzazioni, sulle infrastrutture primarie, sul mercato del lavoro. Per realizzare questo assetto nel medio periodo, occorrono metodo, chiarezza di obiettivi, trasparenza nel rapporto con i cittadini, capacità di programmare, di controllare e monitorare, capacità di revisione in itinere e prontezza nel correggere gli effetti economici reali delle misure. Perciò è necessario che i soggetti chiamati ad attuarle siano dotati di capacità e competenze sia economiche sia di natura gestionale, queste ultime non sempre facilmente individuabili nella classe dirigente pubblica e delle società partecipate.

Il buon andamento dell’amministrazione non può essere chiamato a rispondere solo di comportamenti giuridicamente rilevanti, ma anche di come vengono impiegate le risorse pubbliche ossia della loro allocazione spesso non ottimale, dei procedimenti tortuosi, delle strutture male organizzate. Tali aspetti, l’impatto complessivo in termini di performance delle PA, possono essere adeguatamente valutati solo da un punto di vista economico-gestionale. 

La spending review, nel suo obiettivo più alto, persegue quindi  l'innovazione strutturale delle politiche e si pone in funzione strumentale al rilancio degli investimenti del Paese. Le norme per rendere operative politiche di revisione della spesa in buona parte ci sono già, il passaggio ulteriore che è necessario fare nei prossimi mesi è rinnovare profondamente le strategie di gestione della macchina amministrativa pubblica a tutti i livelli. 

4 commenti

Maria Fiore

Maria Fiore13/12/2014 - 21:30

Cari Rita e Roberto,

mi inserisco nella discussione, con cui concordo in pieno, per sottolineare l’importanza della leva della formazione, dell’accesso e dell’aggiornamento in relazione al pubblico impiego ed alla dirigenza pubblica. La cultura, il saper fare ed il saper essere devono necessariamente contenere elementi di tipo giuridico, economico, programmatorio, gestionale e socio-organizzativo tra loro integrati perché sono questi gli strumenti di base che contribuiscono a migliorare l’efficacia e l’efficienza della macchina amministrativa ed a dare un significato davvero rilevante anche ai vari aspetti della spending review di cui parla il Prof. Hinna.

E su questi aspetti connessi alla formazione, alta formazione, aggiornamento continuo degli operatori pubblici ed all’assistenza alla PA in genere, nonostante gli spunti positivi e le evoluzioni in corso, in Italia c’è ancora molto da fare.

Lucia Ciambrino

Lucia Ciambrino11/01/2015 - 10:43 (aggiornato 11/01/2015 - 10:43)

Ciao a tutti, sottopongo alla vostra attenzione, i contenuti della relazione della Corte dei Conti concernente “Gli interventi di riduzione degli assetti organizzativi e delle dotazioni organiche delle amministrazioni dello stato disposti dall’art.2 del d.l. n. 95/12, convertito in legge n. 135/12, ad integrazione di quelli gia’ previsti dalle leggi n.133/08, n. 25/10 e n. 148/11” sugli effetti della spending review ( ).
Di fronte alla stretta sul personale prevista dalla normativa del 2012, sottolineano i giudici contabili, «quasi tutte le amministrazioni hanno rilevato la difficoltà di adempiere ai compiti a loro intestati o di rendere i servizi da loro attesi, ai quali se ne vanno aggiungendo di nuovi, con le risorse umane in servizio, sotto - dimensionate rispetto alle dotazioni organiche ridotte». Poiché non vi sono eccedenze, nuovi interventi sul personale «potrebbero non consentire una adeguata cura dei servizi» ai cittadini.  La Corte spiega che il principio di buon andamento dell’amministrazione «implica non l`immobilismo ma certamente la stabilità. Una riforma deve potersi attuare avendo un obiettivo strategico e perseguendo l`ottimizzazione dei fattori che, nel caso specifico, sono costituiti dalle risorse impiegate per meglio adempiere alle attribuzioni intestate alle amministrazioni». 
E’ necessario «consentire alle amministrazioni di portare a compimento il processo avviato, partendo  dall`individuazione del modo più razionale ed efficiente per attendere ai compiti istituzionali, identificando le strutture da eliminare o da ridimensionare, allocando le risorse in relazione agli effettivi livelli di domanda del territorio e alle funzioni ad esse affidate».

Ulteriori riduzioni delle risorse non consentire una adeguata cura dei servizi, già segnalata da alcune strutture amministrative, come pure il verificarsi di disservizi all`utenza, dovuti alle continue modifiche». Dal 2000 ad oggi, infatti, ai fini del contenimento della spesa pubblica, si sono susseguite cinque leggi che hanno imposto la riduzione del personale pubblico. I magistrati concludono che, «Ferma restando l`insindacabilità delle scelte di natura politica, la discrezionalità non si sottrae al giudizio di irrazionalità, che potrebbe derivare dall`adozione di proposte che vanificano il risultato finora  raggiunto in materia». 

Rita Pastore

Rita Pastore12/12/2014 - 10:25

Ciao Roberto, l'esempio che hai fatto della Danimarca è molto interessante ed è esemplificativo di quanto sia delicato l'equilibrio tra spesa pubblica, efficientamento delle stessa e crescita.

Le riforme strutturali di cui tutti parlano nel nostro Paese riguardano anche interventi restrittivi sul costo del lavoro e sulla spesa pubblica, e considerando la fase recessiva in cui ci troviamo produrrebbero un’ulteriore contrazione di domanda. Fenomeno che aggraverebbe ulteriormente la recessione. Le innovazioni virtuose che ci avvicinerebbero ai paesi del Nord Europa sono complesse, e presenterebbero effetti poco tangibili nel breve termine rispetto alla spending review e alla flessibilizzazione dei salari.

Sicuramente è prioritario intervenire subito sui tempi dei processi civili che rallentano gli investimenti produttivi; promuovere l’accesso alla banda larga su cui siamo in forte ritardo rispetto agli altri paesi UE; recuperare il gap in istruzione, burocrazia e procedure per avviare un’impresa. Accanto a questo, la strada indicata nei mesi scorsi da Cottrelli appare sempre più un percorso obbligato: centralizzazione delle stazioni appaltanti; applicazione dei costi standard utilizzati dalle amministrazioni virtuose per gli acquisti; razionalizzazione delle aziende partecipate regionali e statali. 

Roberto Formato

Roberto Formato09/12/2014 - 20:05

Ciao Rita,

dal mio punto di vista credo che tu hai centrato una delle questioni essenziali ovvero che il buon andamento dell’amministrazione non può essere chiamato a rispondere solo di comportamenti giuridicamente rilevanti, ma anche (e soprattutto) di come vengono allocate le risorse.
Qualsiasi buon provvedimento deve reggersi difatti su tre leve: quella formale-amministrativa, che ne garantisca la conformità alle leggi, quella economico-finanziaria, che assicuri un uso ottimale delle risorse e quella tecnico-organizzativa, affinchè la spesa connessa generi un positivo ritorno economico e sociale per la collettività.

Il punto è che in Italia il primato acritico della forma, incentivato dalle leggi e dalle consuetudini che si sono radicate nella pubblica amministrazione, ha portato a una totale prevaricazione della prima leva, quella formale-amministrativa rispetto alle altre due, in particolare la terza, quella tecnico-organizzativa. Un buon provvedimento non è quasi mai quello capace di ottenere dei risultati, quanto piuttosto quello corretto sul piano giuridico.

Si tratta di una aberrazione i cui risultati sono sotto gli occhi di tutti. Ancora una volta, purtroppo, occorre volgere lo sguardo all'estero, per capire che si tratta di una nostra scelta, che tuttavia non trova riscontro ovunque. In Danimarca, per esempio, paese dove il settore pubblico svolge storicamente un ruolo fondamentale, assorbendo una quota della spesa pubblica prossima al 60%, ci si è posti da tempo il problema dell'efficienza della pubblica amministrazione e del ruolo che, a tal fine, giocano i dipendenti pubblici.

Così da molti anni questi ultimi vengono consapevolmente selezionati privilegiando le competenze di tipo economico-gestionale in luogo di quelle giuridiche. Nella pratica, gi esperi giurdici sono confinati a funzioni di supporto e controllo, analogamente a quanto succede in una azienda, dove raramente raggiungono le posizioni di direzione generale. Allo scopo di rafforzare la cultura manageriale e l'orientamento ai risultati il goveno danese ha anche imposto ai propri dirigenti la frequenza ad un Master pluriennale (da 3 a 5 anni) ed internazionale, in Public Governance, presso la Copenhagen Business School, che è una primaria istituzione internazionale.

Come si può immaginare, i risultati sono eclatanti: la Danimarca, pur avendo uno dei settori pubblici più estesi al mondo, è oggi uno dei paesi che pratica politiche di innovazione, nel settore della sanità, del welfare, tra le più avanzate. Non solo: attuando vere politiche di indizzo e controllo, basate sull'attenta valutazione della performance organizzativa, può permettersi di mantenere un fondamentale sistema di agenzie pubbliche, senza ricadere nelo stucchevole tranello delle partecipazioni inefficienti e costose che contraddistingue il nostro paese...Insomma, gli argomenti sarebbero tanti...però si può probabilmente affermare che l'inefficienza sia il frutto di mancate scelte, piuttosto che un destino inesorabile.