La questione demografica

letto 1787 voltepubblicato il 14/05/2015 - 09:38 nel blog di Roberto Formato, in Osservatorio Spending Review

Tra tutti i fattori che incidono sulla sostenibilità del nostro debito pubblico, quelli che preoccupano di più sono sicuramente le proiezioni demografiche.

Come riportato in un articolo di Enrico Marro sul Sole 24 Ore on line di quest’oggi “Dalla culla alla bara, ecco i tre numeri che zavorrano l’Italia" ), le preoccupazioni sono ben tre.

Anzitutto, il crollo delle nascite. Secondo le rilevazioni ISTAT, i nuovi nati nel 2014 sono stati 509mila, 5mila in meno dell'anno precedente, contro 597mila decessi. Un record al negativo che non ha precedenti guardando all'indietro nella storia d'Italia, fino all'anno dell'Unità, il 1861. Il nostro tasso di natalità è il penultimo d'Europa, a pari merito con Grecia ed Estonia, davanti al Portogallo. A salvare la natalità sono gli immigrati, poiché circa il 15% dei neonati è figlio di due genitori stranieri.

Secondo, l’emigrazione dei giovani oltreconfine. I dati dell'Aire (Anagrafe degli italiani residenti all'estero) rivelano che nel 2014 i fuoriusciti sono stati oltre 100mila (esattamente 101.297, contro i 94.126 dell'anno precedente: +7%). Come rileva l’articolo, in pratica, in un anno è scomparsa dalla carta geografica italiana una città come Piacenza, o come Novara, che si è trasferita in Germania, Svizzera, Regno Unito. Ad emigrare è la fascia di età più giovane e produttiva della popolazione; i 20-40enni rappresentano infatti quasi la metà del totale (47.901).

Infine, la speranza di vita. In Italia si vive più a lungo e questa è naturalmente un’ottima notizia. L'Istat attesta che la speranza di vita degli italiani nel 2014 è aumentata a di 80,2 anni per gli uomini e 84,9 anni per le donne. In corrispondenza l’età media è cresciuta, al 1° gennaio 2015, a 44,4 anni. La previsione è che arrivi a sfiorare quota 50 anni nel 2050, contro i 43,3 anni del Regno Unito e i 43,4 anni della Francia, contro ad esempio i 36,7 anni dell'India. Se a tutti noi fa piacere avere una prospettiva di vita più lunga, quello che preoccupa è però l'assenza di un ricambio.

Non si tratta difatti di numero asettici, poiché tali scenari sono destinati a riflettersi immediatamente negli orientamenti di voto e dunque nelle scelte politiche. Tenderà, difatti, a pesare sempre di più il voto della quota di popolazione il cui reddito dipende dalle pensioni, a scapito di quello della parte più giovane e produttiva. Una situazione che tenderà ad accentuare la pressione sulla spesa pensionistica e a limitare ancora di più lo spazio per politiche di crescita e sviluppo, con il risultato di spingere ancora più giovani ad emigrare…insomma un perfetto ma poco rassicurante circolo vizioso.
 

2 commenti

Roberto Formato

Roberto Formato17/05/2015 - 21:25

Grazie Marco per l'interessante segnalazione.

Quello dei giovani che si formano nel nostro Paese e poi utilizzano le proprie conoscenze all'estero costituisce una grave fuoriuscita di "valore", che non fa che alimentare il "circolo vizioso" cui facevo riferimento nel mio spunto. Si tratta di un comportamento del tutto giustificato rispetto al quale le nostre istituzioni appaiono ancora piuttosto indifferenti e, forse, è quasi meglio così, visti i racconti di talune cocenti delusioni cui sono andati incontro coloro che, per un motivo o per l'altro, si sono convinti a rientrare.

Chissà, forse occorrebbe "contingentare" delle quote nei concorsi pubblici da destinare a quanti sono portatori di esperienze di lavoro all'estero. Soggetti insomma da proteggere, al pari delle categorie "deboli". In un contesto sempre più globalizzato e con una grande velocità di trasferimento delle informazioni, una ventata di internazionalità, la c.d. "cross-fertilization" sicuramente non farebbe male.

Marco Fioretti

Marco Fioretti16/05/2015 - 17:28 (aggiornato 16/05/2015 - 17:28)

i pensionati, come d'altra parte sta già avvenendo, si veda il "quarto flusso migratorio" in questo articolo