#italiacolsegnopiù alla prova della spending review

letto 2568 voltepubblicato il 18/10/2015 - 11:21 nel blog di Rita Pastore, in Osservatorio Spending Review

II Dpb, Documento programmatico di bilancio, è il documento che entro il 15 ottobre i Paesi dell'area che aderiscono all’euro devono inviare alle istituzioni europee. Il testo contiene l'aggiornamento delle stime del precedente Programma di Stabilità e la manovra di bilancio che il governo adotterà per il 2016. L'Italia ha inviato le sue linee guida e nei prossimi giorni dovrà convincere la Commissione UE che nonostante la «momentanea deviazione» dal percorso pattuito, con il pareggio di bilancio ora fissato al 2018 e l'azzeramento del taglio richiesto al deficit strutturale (lo 0,5% ogni anno fino al raggiungimento), il debito sarà in netta diminuzione dal 2016.

Ricordiamo che nelle sei raccomandazioni del 13 maggio 2015, la Commissione europea aveva chiaramente invitato il Governo a realizzare «rapidamente ed efficacemente» il programma di privatizzazioni e a utilizzare eventuali maggiori entrate per ridurre il debito. Non meraviglia, quindi, che i funzionari della Commissione appaiano perplessi circa i risparmi attesi nel 2016 dalla spending review, stimati complessivamente in 5,8 miliardi, contro i 10 miliardi annunciati nell'aprile scorso.

Nel Documento programmatico di bilancio inviato a Bruxelles si ribadisce, al riguardo, che il rapporto debito/Pil raggiungerà il livello massimo del 132,8% nel 2015 per poi diminuire progressivamente, «in linea con la regola europea», fino a un valore pari al 119,8% nel 2019. Tale risultato, però è subordinato al verificarsi di un livello di inflazione pari al 2% circa. Quindi, il nostro Paese scommette tutto sulla crescita!

Inoltre, la riduzione del debito dovrebbe essere favorita dal processo di dismissione di asset pubblici da cui si stima di ottenere introiti dell’1,5% circa del Pil negli anni 2016-2018. Ma sempre che si riesca a mantenere un avanzo primario del 3% circa del Pil nel periodo 2015-2019.

La questione della spending review resta delicata, poiché la manovra presenta un dimezzamento dei risparmi previsti con il Def di aprile (in base al quale la Commissione ha autorizzato 6,4 miliardi di flessibilità attraverso la clausola sulle riforme): 5,8 miliardi di spending review, parzialmente sterilizzati da 3,7 miliardi di nuove spese. Sarà necessario convincere l'Europa che il contenimento della spesa dal 2017 riprenderà con vigore; altrimenti scatteranno le clausole di salvaguardia (per 25,2 miliardi sotto forma di aumento dell'Iva e delle accise).

Molte misure previste dalla manovra produrranno effetti positivi, di stimolo all'economia, ma forse si poteva fare di più sul versante della spesa. Ridurre gli sprechi e il perimetro della PA non è impresa facile, ma il risanamento dei conti di un paese che punti a mitigare i naturali effetti di soffocamento dell’economia, non può evitare di passare per una profonda revisione dell’apparato della Pubblica Amministrazione.

5 commenti

Alberto Monda

Alberto Monda30/11/2015 - 11:32

Salve a tutti! Io penso che a domanda cruciale da porsi è se la riduzione della spesa pubblica primaria che si colloca in Italia al di sotto delle media europea in rapporto al PIL, è comunque la strada giusta per riuscire a ridurre la pressione fiscale. La risposta non è semplice. Infatti, tale obiettivo si può conseguire solo se vi sono condizioni di base, quali:

- dei moltiplicatori fiscali che agiscano in modo virtuoso nel trade-off tra riduzioni di spesa e riduzione di imposte;

- un settore privato capace di coprire gli spazi vuoti lasciati dal settore pubblico nella generazione del PIL per effetto di una spinta provocata dall'abbassamento delle aliquote;

- una domanda di beni in espansione;

- un buon livello di spazi fiscali per accrescere gli investimenti pubblici indispensabili lo sviluppo del paese;

- un tasso d'inflazione che oscilli intorno al 2% per alimentare lo sviluppo del PIL nominale e migliorare così gli equilibri di bilancio;

- una capacità di compensare la crescita inerziale della spesa primaria mediante l'efficientamento dei processi di formazione della spesa e la razionalizzazione del sistema P.A.

Le prospettive di sviluppo del paese, se non si interviene opportunamente, continueranno a risultare fortemente penalizzate.

Rita Pastore

Rita Pastore30/11/2015 - 12:32

Ciao Alberto, condivido le tue osservazioni tecniche. Il tema della riduzione della spesa pubblica richiede un approccio di sistema. Le prospettive di sviluppo del paese, se non si interviene opportunamente potranno risultare nel tempo fortemente penalizzate. Gli elementi che hai evidenziato sono tutti importanti. Se manca una loro corretta valutazione, la riduzione della spesa pubblica fondata solo su restrizioni di emergenza, non può determinare - né nel breve, né nel lungo termione - le condizioni per una diminuzione della pressione fiscale.

Tuttavia, i risparmi realizzati su questi e su altri fronti, soprattutto nei peridi crisi, devono essere indirizzati prioritariamente a sostenere gli investimenti strutturali necessari per aumentare il potenziale di sviluppo dell'economia del paese.

Rita Pastore

Rita Pastore18/10/2015 - 13:17 (aggiornato 18/10/2015 - 13:17)

Grazie Lucia del tuo contributo. E’ vero,  limitare la spesa pubblica in modo ragionato è possibile e a tal proposito è utile ricordare il caso del Canada che a metà degli anno ’90 riuscì a ridurre il rapporto tra il debito pubblico netto e il Pil dal 70% dei primi anni Novanta (all’epoca, il secondo più alto fra le grandi economie industrializzate, dopo l’Italia) al 35% nel 2008, grazie a una “buona” spending review. Nonostante le difficoltà, il governo di Jean Chretien e Paul Martin si impegnò molto nel coinvolgimento di cittadini, parti sociali, e rappresentanti di vari interessi economici e politici, e fu in grado di ottenere consenso degli elettori riguardo alle modalità del piano di riduzione della spesa. In Italia le spending review sono state numerose e hanno prodotto proposte interessanti. l governo di Ottawa ha fatto da battistrada esattamente vent’anni fa con risultati eclatanti. L’inizio sembrò deludente, ma già dal secondo anno di implementazione di una politica di risanamento della spesa, le cose cominciarono a cambiare, e furono aggredite tutte le voci: l’assicurazione per i disoccupati e la difesa, i sussidi alle imprese e gli aiuti ai governi locali. Il comparto pubblico si è ridotto di 45mila dipendenti statali, pari al 19% del totale. Gli esborsi del governo federale sono passati dal 22% del prodotto lordo del 1995 al 15,9% del 2013. Se prendiamo anche i governi locali, la riduzione è ancor più consistente: dal 53 al 42% del Pil. E il Canada è stato uno dei paesi che meno ha sofferto per la crisi del 2008.

Per un approfondimento, segnalo il paper del Governo Canadese al seguente link:

Roberto Formato

Roberto Formato21/10/2015 - 23:57

Ciao Rita,

sicuramente il Canada è l'esempio più celebre di spending review "riuscita". E' da apprezzare anche perchè il contesto istituzionale di tipo federalista, ora come allora, rende(va) tutto più difficile...

Lucia Ciambrino

Lucia Ciambrino18/10/2015 - 12:11

Rinviare al futuro le correzioni alla spesa pubblica che l'UE ci chiede con insistenza da tempo, posponendo ulteriormente il pareggio di bilancio, rende più vulnerabile la nostra economia, perché se mai nei prossimi anni dovesse scoppiare una nuova crisi finanziaria, i mercati ora calmi si agiterebbero dinuovo, e punterebbero il dito con preoccupazione verso il nostro debito pubblico.

Affinché la strategia della manovra possa funzionare, la spesa e il debito pubblico devono essere ridotti in relazione al prodotto interno lordo. Non dimentichiamo, poi, che i tagli non possono essere lineari, ma devono concentrarsi sulle spese meno necessarie a sostenere la crescita economica. L’Italia continua a essere "sorvegliata speciale" dei mercati finanziari, proprio a causa del debito elevato e della crescita tra le più basse al mondo negli ultimi vent’anni. È il momento di mettere in pratica senza remore le ricette di revisione della spesa suggerite dai vari Commissari alla Spending Review che si sono succeduti negli ultimi anni.