UN FONDO CONTRO LA POVERTÀ EDUCATIVA

letto 2006 voltepubblicato il 30/06/2016 - 13:17 nel blog di Alfredo Amodeo, in L'Inclusione sociale con il progetto DIESIS, Politiche per i Giovani

E’ stato presentato nei giorni scorsi il Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, istituito, per la prima volta in Italia, con la Legge di Stabilità 2016. Il Fondo, avrà natura sperimentale e sarà destinato ad interventi sperimentali finalizzati a rimuovere gli ostacoli di natura economica, sociale e culturale che impediscono la piena fruizione dei processi educativi da parte dei minori. Il finanziamento sarà a carico delle Fondazioni di origine bancaria che stanzieranno 400 milioni tra il 2016 e il 2018, vedendosi riconosciuto un apposito incentivo fiscale, sotto forma di credito d'imposta, pari al 75% dei versamenti effettuati e per un massimo di 100 milioni l’anno. Lo strumento di gestione del Fondo è un Protocollo d’intesa che  prevede una governance affidata a un Comitato di indirizzo strategico composto pariteticamente da rappresentanti di Governo, Fondazioni e Forum Nazionale del Terzo Settore, con il compito e la responsabilità di dettare i principi e i criteri direttivi in tema di ambiti di intervento, strumenti operativi, processo di valutazione, selezione e monitoraggio dei progetti finanziati. Entro l’estate verranno, quindi, predisposte le linee guida di intervento, per partire subito dopo con i bandi per il finanziamento di progetti che coinvolgeranno tutto il territorio nazionalee dovranno essere proposti da organizzazioni del Terzo settore e istituti scolastici, anche in partnership con altre organizzazioni.

Il Fondo fa fronte ad un vuoto nelle politiche del nostro Paese ovvero l’assenza, fino all’ultima Legge di Stabilità, di misure di contrasto alla povertà. I dati del fenomeno sono del resto allarmanti. Secondo l'ultimo  i bambini sono coloro che hanno pagato il prezzo più elevato della crisi in termini di povertà e deprivazione, peggiorando anche rispetto agli anziani. L’indice di povertà relativa che tra il 1997 e il 2011 per i minori oscillava su valori attorno all’11-12%, nel 2012 ha superato il 15% e ha raggiunto il 19% nel 2014. Al contrario tra gli anziani, che nel 1997 presentavano un indice di povertà di 5 punti più grave dei minori, si è osservato un progressivo miglioramento: la povertà relativa degli anziani nel 2014 è stata di 10 punti inferiore rispetto a quella dei giovani. La crescente vulnerabilità dei minori, è legata naturalmente alle difficoltà economiche e occupazionali dei genitori, accentatesi con la crisi, mentre il miglioramento della condizione degli anziani è dovuta anche al progressivo ingresso tra gli ultra 65enni di generazioni con titolo di studio più elevato e redditi sicuri. Come mette in evidenza Save the Children nel suo rapporto la povertà economica è spesso legata anche a una condizione di povertà educativa che si manifesta in un non adeguato sviluppo delle competenze cognitive, fondamentali per crescere e vivere nella società dell’innovazione e della conoscenza, con un impatto sullo sviluppo delle competenze cosiddette “non-cognitive”, quali le capacità emotive, di relazione con gli altri, di scoperta di se stessi e del mondo. Da questo punto di vista, sono anni il premio Nobel per l'economia  ha dimostrato come: <<le disuguaglianze presenti nel rendimento professionale lungo il ciclo di vita sono dovute a fattori che intervengono fino all'età di diciotto anni>>. Sempre Heckman sostiene che <<se un bambino viene motivato presto ad apprendere e a impegnarsi, è più facile che da adulto possa riuscire bene nella vita sociale ed economica. Inoltre, se la società aspetta a intervenire i costi per rimediare al futuro svantaggio accumulato saranno maggiori>>.

Secondo i dati dell'indagine di Save the Children, le conseguenze di questa situazione, sotto il profilo dell’istruzione e culturale, sono pesanti: le opportunità per i bambini e i ragazzi italiani sono scarse, a partire dall'offerta di servizi all'infanzia: solo il 13% dei bambini tra 0 e 2 anni riesce ad andare al nido e usufruisce di servizi integrativi. Il tempo pieno, inoltre, è assente nel 68% delle primarie e nell'80% delle secondarie di primo grado, il 59% degli studenti frequenta scuole dotate di infrastrutture insufficienti a garantire l'approfondimento, e il tasso di dispersione scolastica raggiunge ancora il 15%. Bambini e ragazzi sono penalizzati anche dalla forte carenza di attività extracurricolari come andare a teatro o ad un concerto, visitare musei, siti archeologici o monumenti, svolgere regolarmente attività sportive, leggere libri o utilizzare internet, sono tutti indicatori dell’opportunità o, al contrario, della privazione educativa. A livello nazionale, ben il 64% dei minori nell’ultimo anno non ha svolto quattro delle sette attività citate. Il 17% ne ha svolta soltanto una, l’11% non ne ha svolta nessuna. Il 48% dei minori (6-17 anni) non ha letto un libro (ad eccezione di quelli scolastici) nell’anno precedente, il 69% non ha visitato un sito archeologico e il 55% un museo, il 46% non ha svolto alcuna attività sportiva. Il rapporto evidenzia, inoltre, una connessione molto forte tra povertà educativa e i cosiddetti NEET, ragazzi tra i 15 e i 29 anni che non lavorano e non frequentano percorsi di istruzione e formazione.

Nel 2014, l'organizzazione aveva introdotto in via sperimentale un indice volto a misurare il grado di povertà educativa dei minori (IPE) in Italia. L’IPE 2014 si focalizzava sull’offerta educativa a scuola e sulla partecipazione dei minori a una serie di attività ricreative e culturali. Quest’anno Save the Children ha proposto un nuovo indice. Agli indicatori di privazione dell’offerta educativa, utilizzati per l’IPE 2014, se ne aggiungono altri relativi alle possibilità di apprendimento e sviluppo. Inoltre, si sostituiscono gli indicatori di partecipazione alle attività culturali e ricreative con l’indice composito elaborato dall’ISTAT per Save the Children e già presentato nel rapporto del 2015. Il nuovo IPE è stato ottenuto attraverso la media aritmetica dei punteggi in ciascuno dei dieci indicatori selezionati, standardizzati rispetto al valore di riferimento per l’Italia fissato a 100. La classifica riflette quindi il punteggio di ciascuna regione nell’indice rispetto al valore nazionale. Punteggi superiori a 100 indicano quindi maggiore povertà educativa. Sulla base di questa comparazione Sicilia e Campania risultano le regioni italiane con la maggiore povertà educativa, cioè quelle in cui è più scarsa e inadeguata l'offerta di servizi e opportunità educative e formative mentre Lombardia, Emilia Romagna e Friuli Venezia Giulia le più virtuose. Il rapporto conferma, inoltre, la correlazione tra povertà materiale e povertà educativa. Infatti, nelle regioni con i più alti livelli di povertà educativa si registrano anche i tassi di povertà più alti del paese. In Italia, i bambini che vivono in povertà assoluta sono 1.045.000 e si concentrano in particolare in regioni come la Calabria (quasi uno su quattro) o la Sicilia (poco meno di uno su cinque). La condizione di povertà materiale si ripercuote inoltre sull’apprendimento scolastico. La percentuale di coloro che non raggiungono le competenze minime in matematica e lettura è pari rispettivamente al 36% e al 29% tra coloro che vivono in famiglie con un basso livello socio-economico, ma scende al 10% e 7% tra coloro che provengono da famiglie più agiate. Se, come detto, in Italia, solo il 13% dei bambini tra gli 0 e i 2 anni frequenta un nido o usufruisce di servizi integrativi, tuttavia, i divari regionali sono enormi: sono infatti 25 punti i percentuali che dividono l’Emilia Romagna (la regione con la più alta presa in carico, pari al 27%) dalla Calabria (2%).  Anche sulle mense scolastiche la maggior parte delle regioni è molto carente: la Sicilia è la regione con la minore disponibilità del servizio (80%), all’opposto, il Piemonte è quella con la migliore performance (assente solo nel 28% dei casi). Su questo tema è tuttavia necessario considerare che molti comuni non garantiscono la continuità del servizio ai non abbienti e limitano le esenzioni o le riduzioni del costo ai soli residenti, colpendo le fasce più esposte della popolazione. Se nel Sud e nelle Isole la privazione culturale e ricreativa è più marcata (si arriva all’84% della Campania), nelle regioni del Nord, questa privazione riguarda comunque circa la metà dei minori considerati. Solo le province di Trento e Bolzano scendono al di sotto di questa soglia (rispettivamente 49% e 41%).

Rispetto all’implementazione del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile Save the Children ha quindi proposto che gli interventi siano prioritariamente indirizzati verso le aree territoriali che mostrano le condizioni più gravi di povertà educativa. Nella definizione dei criteri per individuare tali aree, Save the Children ha suggerito di tener conto di indicatori quali la percentuale di figli minori che vivono sotto la soglia di povertà, la percentuale di alunni che non raggiungono le competenze minime in matematica e lettura, la percentuale di dispersione scolastica nella scuola dell’obbligo, la percentuale di frequenza ad attività sportive e culturali, le carenze nei servizi educativi, il numero dei minori presi in carico dal sistema di giustizia minorile, il territori con un elevato tasso di criminalità, i territori ad elevato tasso di lavoro minorile, i piccoli centri in fase di spopolamento, la percentuale presenza di minori stranieri di recente immigrazione. L’intervento territoriale dovrebbe essere volto alla costruzione di reti locali di sostegno ai bisogni e alle opportunità educative dei bambini e degli adolescenti che vivono in condizione di povertà. L’attivazione delle reti territoriali potrebbe essere sostenuta grazie alla stesura di accordi (formali o informali) sul territorio e attraverso il coinvolgimento delle scuole e delle famiglie. Per sostenere i bambini e gli adolescenti che vivono in condizioni di povertà tali da pregiudicare le loro possibilità di accesso alle opportunità educative, viene proposto di ricorrere alle “doti educative”. Con questo termine si fa riferimento a piani personalizzati che sostengono i destinatari nell’acquisizione delle risorse necessarie a seguire al meglio i percorsi scolastici, ad alimentare le aspirazioni e i talenti, a uscire dal consueto ambiente di vita e ad allargare i propri orizzonti. Il ricorso a questo sistema sarebbe poi utile per operare uno screening dei bisogni dei minori e a costruire un effettivo intervento integrato di welfare locale e scolastico. In questo quadro, il fondo potrebbe allora contribuire allo sviluppo di un nuovo sistema di welfare per l’infanzia. In un’ottica multidimensionale, le azioni da finanziare attraverso il fondo potranno essere di tipo molto diverso, tuttavia, sarebbe importante che le singole progettualità siano inserite in un quadro di riferimento organico. Alcuni esempi di azioni finanziabili, secondo l’organizzazione, potrebbero riguardare interventi di educazione verso i nuovi media, di promozione della cittadinanza attiva, di riqualificazione degli spazi pubbliici per il tempo libero e lo sport, di promozione della piena fruizione dei beni culturali e artistici, di produzione culturale e artistica da parte dei bambini, di apertura e fruizione degli spazi scolastici, di educativa alla genitorialità, di promozione delle relazioni intergenerazionali, di sostegno allo studio e all’apprendimento. Nella prospettiva di uno sviluppo di lungo periodo del fondo, Save the Children propone di investire, inoltre, anche su azioni di sistema volte a: rafforzare le capacità degli attori coinvolti nel territorio e nella creazione di una infrastruttura sociale che consolidi i risultati raggiunti nel tempo e accompagni la sostenibilità dell’intero programma. Le azioni di sistema, in particolare, potrebbero garantire ad esempio l’attivazione di un sistema informativo, la costruzione di un catalogo generale di buone pratiche, la promozione di occasioni di confronto tra attori al fine di valutare gli effetti delle sperimentazioni. Infine, cruciale è la definizione di un sistema di monitoraggio e valutazione. In particolare si ritiene necessario definire un modello di valutazione che misuri gli effetti degli interventi per i beneficiari diretti e per le comunità e che aiuti a capire come trasformare gli interventi attivati (sperimentali e focalizzati su specifici territori) in azioni strutturali e su larga scala.