Finita l’era dei buoni lavoro, si rafforzerà l’utilizzo dei tirocini formativi?

letto 444 voltepubblicato il 28/03/2017 - 13:08 nel blog di Cosimo Martella, in Servizi innovativi per il lavoro, Servizi per l'Impiego

Da più parti viene detto che occorre limitare il ricorso ai tirocini formativi e di orientamento, non sempre correttamente utilizzati (ved. anche quanto riportato nella risoluzione approvata dalla Commissione Lavoro del Senato con riferimento all’affare assegnato n. 789 - Canali di ingresso dei giovani nel mondo del lavoro: tirocini ed apprendistato). E’ auspicabile che si arrivi al più presto alla definizione, sia a livello europeo che a livello nazionale, di regole che diano un’impronta di qualità per i tirocini. Sono tanti i giovani che passano da uno stage all’altro e per la maggior parte dei casi si tratta di tirocinio non di qualità ma percorsi per profili professionali dal basso contenuto formativo dove, l’interesse prioritario delle aziende ospitanti, è semplicemente quello di ottenere un risparmio (per alcuni mesi) sui costi, ed evitare vincoli e tutele propri di un contratto di lavoro. Occorrerebbero delle poche e semplici regole (da concordare in sede di Conferenza Stato/ Regioni) come ad esempio: 1) che non sia l’azienda Ospitante a scegliersi direttamente il tirocinante (magari dopo aver effettuato una selezione ed individuato il soggetto che abbia già le competenze cercate) ma che siano i soggetti deputati alle politiche attive per il lavoro a effettuare l’incrocio tra quanto desiderato dal tirocinante (in termini formativi) e quanto necessario all’azienda; 2) ogni soggetto deputato alle politiche attive dovrebbe avere a disposizione un Registro delle aziende disposte ad ospitare tirocinanti (come quello previsto per l’alternanza Scuola Lavoro) solo così potrebbero aumentare la loro capacità di offrire opportunità formative (politiche attive) ai soggetti presi in carico; 3) si dovrebbe fare una netta distinzione tra tirocinio formativo e quello di inserimento al lavoro. Per quelli formativi i costi dovrebbero essere interamente a carico di chi si interessa delle politiche attive mentre per quelli di inserimento al lavoro, le aziende potrebbero partecipare ai costi di formazione e di partecipazione, considerato che sarà l’azienda a beneficiare delle competenze acquisite dal soggetto formato; 4) occorrerebbe differenziare il periodo della durata di un tirocinio in funzione agli obiettivi formativi e non farli durare quasi tutti sei mesi ( sarebbe opportuno definire la durata in funzione dei profili professionali e delle competenze da acquisire); 5) il tutor dell’Ente promotore dovrebbe effettuare una seria e capillare attività di monitoraggio onde evitare che il tirocinante, fin da subito, venga utilizzato come un vero e proprio lavoratore subordinato. Ultima considerazione, se fino all’altro giorno si è detto che lo strumento del tirocinio è stato molto spesso utilizzato in maniera impropria, ora, con l’abolizione dei Buoni Lavoro, penso che saranno ancora di più le aziende che ricorreranno all’utilizzo del suddetto strumento nel corso di quest’anno magari prendendo come tirocinanti gli stessi soggetti che hanno avuto come prestatori di lavoro accessorio.