L'esperienza vale

Una delle sfide più impegnative che dobbiamo affrontare in Italia per supportare adeguatamente le transizioni lavorative, l’inserimento ed il reinserimento nel mercato del lavoro è il cambiamento di approccio mentale prima ancora che operativo al tema. Le persone prima ancora che essere disoccupate, in cerca di occupazione – tutte prospettive che focalizzano l’aspetto di deficit – sono dotate di risorse (vediamo i “pieni”, prima dei “vuoti”!) “accumulate” nel tempo a seguito di ESPERIENZE che possono essere state di vario tipo: educative (di istruzione, di formazione, di sviluppo di sensibilità – ambientali, civiche ecc.), di lavoro, di vita sociale. Chiaramente non  tutte le esperienze vissute hanno lasciato sedimenti in termini di apprendimenti acquisiti e riproducibili (le competenze), ma ritenere che unicamente le esperienze formali di istruzione/formazione determinino lo sviluppo di competenze, vuol dire rinnegare la natura stessa dell’uomo e dei suoi processi di apprendimento. In altri termini, lavorare unicamente su ciò che la persona è - i titoli conseguiti (di istruzione, formazione, qualifiche contrattuali) – e non su ciò che la persona ha fatto e sa fare, non permette di prendere in considerazione l’interezza della persona e ne riduce fortemente le chance di rimettersi in gioco nel mercato del lavoro.

In Italia, i primi passi verso una lettura più ampia delle esperienze e delle competenze acquisite dalle persone sono stati mossi nell’ambito di azioni realizzate prevalentemente verso stranieri – per lo più immigrati – nei confronti dei quali – in assenza di riferimenti certi in termini di equivalenza dei titoli formali (o, in taluno casi estremi, in assenza dei titoli stessi) - sono stati avviati processi (e procedure) di rilevazione, messa in trasparenza e validazione di competenze professionali al fine di “rimettere in gioco” le persone  attraverso il conseguimento di titoli riconoscibili e spendibili nel mercato del lavoro.

Progressivamente, la consapevolezza che un simile percorso costituisce un diritto di tutte le persone, si è affermata nei decision maker istituzionali arrivando a ispirare un sistema pubblico di servizi di individuazione, validazione e certificazione  delle competenze comunque acquisite (Legge 92/2012 art 4, commi 50 e seguenti, D. Lgs. 13 del 16 gennaio 2013, Decreto Interministeriale 30 giugno 2015) che sta avviandosi alla fase di messa a regime sia a livello nazionale che regionale.

Ma questo approccio a maggior ragione deve ispirare anche tutte le pratiche di individuazione delle risorse che definiscono il profilo di occupabilità della persona; pur non perseguendo l’obiettivo della validazione e certificazione, la profilazione qualitativa della persona costituisce un requisito indispensabile per la presa in carico degli utenti dei Servizi per il lavoro.

Il documentario “L’esperienza vale” realizzato ormai 4 anni fa dalla RAI in collaborazione con Isfol oggi INAPP sulle prassi di “attribuzione di valore” all’esperienza di individui diversi, in situazioni diverse può essere un’occasione di riflessione ulteriore sulle tematiche concernenti la profilazione dell’utente.

2 commenti

GIUSEPPE  LEO

GIUSEPPE LEO03/12/2018 - 07:48

Condivido pienamente quanto scritto e credo anche che l' esperienza individuale sia basilare.

Francesco Maria Chiodi

Francesco Maria Chiodi01/12/2018 - 13:44

Molto bello l'articolo. Mostra una realtà facendola apparire in tutta la sua evidenza (ritenere che unicamente le esperienze formali di istruzione/formazione determinino lo sviluppo di competenze, vuol dire rinnegare la natura stessa dell’uomo e dei suoi processi di apprendimento), eppure si tratta di una realtà a cui ancora non ci siamo adeguati.