Reddito di cittadinanza. E se le banche dati interconnesse fossero troppo efficienti?

Certo, l’ipotesi che le banche dati interconnesse possano essere troppo efficienti non rappresenta la maggiore delle preoccupazioni, quando si parla di reddito di cittadinanza. Se un timore c’è, semmai, è speculare, e ha finora riguardato la complessità dei collegamenti.

Alla base dell’efficacia degli esiti attesi del reddito di cittadinanza c’è proprio la necessità di interoperabilità e connessione di piattaforme tecnologiche e archivi, sia nella fase iniziale di verifica dei requisiti dei beneficiari che in quella successiva di incrocio domanda/offerta di lavoro, che, infine, nella fase di monitoraggio degli esiti e di sanzionamento di eventuali comportamenti non corretti.

Inps, Caf, Centri per l’Impiego, Comuni, Anpal, datori di lavoro, enti di formazione, dovranno – con diverse profilazioni di accesso - interfacciarsi e gestire dati, anche sensibili, con lo scopo di finalizzare i sostegni al reddito con l’inserimento socio-lavorativo.

E se, per la parte prettamente amministrativa, più facile potrebbe risultare rendere dialoganti gli archivi, non sfugge a nessuno quanto possa risultare complicato – così come i tentativi degli ultimi decenni attestano - mettere in piedi un sistema informativo di incrocio domanda/offerta su scala nazionale. Una delle difficoltà - oltre che popolare le piattaforme delle richieste di profili da parte dei datori di lavoro - è individuare  sistemi di codifica per le informazioni che non hanno corrispondenza automatica e dare omogeneità, anche semantica,  ad elementi espressi con linguaggi diversi: fabbisogni delle aziende, qualifiche e titoli di studio, aspirazioni dei lavoratori, codici Istat, declaratorie contrattuali, e, non ultime, nuove professioni espresse da competenze multiple e termini inglesi talvolta arbitrariamente individuati in assenza di mappature e repertori omogenei. Un esempio per tutti quanto sta avvenendo attorno al profilo professionale del “navigator”: difficile immaginare una banca dati che, alla richiesta di un potenziale datore di lavoro di preselezionare un navigator, restituisca in maniera automatica profili prossimi alla job description auspicata dal richiedente…

Ma se queste sono le difficoltà alle quali si va incontro anche solo nell’operabilità dei sistemi informatici, perché avanzano anche i timori di chi pensa che l’utilizzo di dati “troppo” interconnessi possa costituire una potenziale minaccia?

Già all’indomani dei primi passaggi parlamentari della misura di sostegno al reddito, l’Autorità Garante per la Protezione dei Dati Personali ha espresso le sue preoccupazioni per l’impatto che il meccanismo di gestione del reddito di cittadinanza – fondato sulla circolazione, tra una pluralità di soggetti, di informazioni sensibili attinenti stato di salute, misure restrittive, condizioni di disagio economico o sociale, abitudini e consumi – avrebbe potuto avere sui richiedenti e i componenti il nucleo familiare (anche minorenni) in termini di esposizione ad eventuali discriminazioni a seguito di perdita accidentale dei dati, accessi indesiderati, utilizzi fraudolenti.

Anche se le precisazioni, giunte in sede di conversione del decreto, hanno in parte fornito rassicurazioni relativamente alla conformità del dispositivo al nuovo Regolamento Europeo sulla Protezione dei dati personali (), tali rassicurazioni arrivano in un contesto nel quale tecnici e decisori ci dicono che proteggere il solo dato personale non è più sufficiente. 

Il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, a tal proposito, ha di recente invitato gli Stati membri a pensare a nuove forme di tutela che proteggano gli utenti dagli effetti dell’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale e dei cosiddetti dati inferiti ().. I dati inferiti sono quei dati derivanti da altri dati – che non abbiamo consensualmente fornito, che spesso non abbiamo neppure consapevolezza che siano in circolazione o che ci vengono attribuiti in quanto appartenente ad un gruppo (cluster) con caratteristiche simili – che riescono a predire i comportamenti degli individui e che influenzano comportamenti, scelte e opinioni degli individui in quanto consumatori, elettori, utilizzatori di servizi, ecc.

Pur essendo ancora da esplorare le molteplici possibilità dell’Intelligenza Artificiale, è evidente come l’utilizzo delle enormi quantità di dati in circolazione possa portare non solo ampliamento delle opportunità ma anche una discriminazione indiretta nei confronti di gruppi di persone con caratteristiche simili perché le macchine, in una sorta di circolo chiuso, apprendono dai comportamenti umani e, sulla base di quanto appreso, anticipano le loro richieste e ne condiziona i comportamenti futuri, in una sorta di “bolla” dalla quale è difficile uscire.

In tale ottica, il diritto del singolo ad avere il controllo sui propri dati personali deve necessariamente evolvere verso la dimensione collettiva, con il diritto – attraverso più diffuse procedure di valutazione del rischio - ad essere informato sull’impatto potenziale che l’uso dei dati può avere sugli individui e sulla società.

E, per tornare al titolo, se le banche dati dovessero diventare troppo efficienti? La prospettiva – anche e non solo in riferimento al reddito di cittadinanza – è sorvegliare l’algoritmo.